Linvasione del Trentino del 1866 fu una campagna della terza guerra d'indipendenza italiana che consistette nel riuscito tentativo, da parte di Giuseppe Garibaldi e dei suoi volontari, di forzare le difese austriache in Tirolo e di aprirsi la strada verso Trento.

Premesse Allo scoppio della terza guerra d'indipendenza italiana, il 23 giugno 1866, ai volontari di Giuseppe Garibaldi, riuniti nel Corpo Volontari Italiani, venne comandato di controllare il lungo fronte che divideva la Lombardia dal Tirolo, principalmente attraverso tre vie di penetrazione: il passo dello Stelvio, a nord, il passo del Tonale, al centro, il lago d'Idro, a sud.

Le truppe a disposizione

Sul fronte del lago d'Idro, Garibaldi ebbe inizialmente a disposizione quattro battaglioni di volontari (maggioranza lombardi e piemontesi), giunti appena il 23 giugno dalla loro precedente base a Salò. I rinforzi arriveranno poi, essendo proceduto con grande lentezza l'inquadramento dei moltissimi volontari a disposizione. In generale, infatti, nel 1866 le operazioni di mobilitazione si rivelarono disastrose ed a soffrirne furono soprattutto le forze non direttamente pertinenti all'Esercito Regio.

Garibaldi, in ogni caso, giunse a disporre di circa soldati volontari, contro i (maggioranza tirolesi) del comandante austriaco del Trentino, generale barone Kuhn. Ma quest'ultimo aveva truppe addestrate alla guerra in montagna, come gli Schützen trentini, e conduceva una guerra di contenimento, appoggiandosi a posizioni fortissime, per la natura dei luoghi e molte opere permanenti di fortificazione. Il teatro bellico costringeva, inoltre, l'attaccante italiano a procedere lungo percorsi limitati e prevedibili, negandogli ogni vantaggio tattico di sorpresa. Inoltre l'equipaggiamento dei volontari italiani, vestiti di camicia rossa e armati di vecchi fucili, era inferiore a quello dei soldati austriaci.Ugo Zaniboni Ferino, Bezzecca 1866. La campagna garibaldina dall'Adda al Garda, Trento 1966.

Sul lago di Garda, la flotta italiana era in netta inferiorità rispetto a quella austriaca, come poté verificare lo stesso generale a Salò il 18 giugno. Il 19 giugno si assicurò delle povere difese costiere visitando le batterie di Maderno e spingendosi fino a Limone sul Garda.

La situazione era particolarmente grave nell'alto lago, come avrebbe dimostrato la cattura, il 19 luglio a Gargnano, del piroscafo Benaco da parte di due vapori austriaci, che effettuarono, per soprannumero, un bombardamento del paesino.

Le prime azioni di Garibaldi

Il primo fatto d'armi si ebbe il 21 giugno, quando un reparto di volontari italiani assalì un posto di guardia al passo di Bruffione, sopra Cimego.

Nel settore bresciano, fra il lago d'Idro e il lago di Garda, il confine passava poco a nord del primo, lungo il corso del Caffaro. Da lì, verso nord si estendono le Valli Giudicarie che, lungo il corso del Chiese ed attraverso Stenico, consentivano di liberare il lato orientale del passo del Tonale, ovvero scendere su Trento.

Già il 21 giugno, due giorni dopo la dichiarazione di guerra, Garibaldi aveva comandato al 2º Reggimento Volontari Italiani e al 2º Battaglione bersaglieri di raggiungere le posizioni di confine, specie il monte Suello, luogo forte che dominava il Piano d'Oneda e lo strategico passaggio di confine al ponte sul Caffaro.

Il passaggio appariva obbligato in quanto, fra i due laghi, non esisteva altra strada percorribile con artiglierie. La sponda orientale del lago di Garda, d'altra parte, era tenuta dalle fortezze di Verona e dalla superiorità navale austriaca.

Il 25 giugno veniva occupato il ponte sul Caffaro: le avanguardie assalirono Ponte Caffaro, ed avanzarono attraverso Lodrone sino a Darzo. Qui vennero agganciate dagli austriaci ed inseguite sino al ponte, ove poteva contrattaccare e mettere in fuga il nemico, respingendolo sino a Lodrone.

Ma la sera del 25 giugno, all'indomani della battaglia di Custoza, Garibaldi ricevette dal capo di stato maggiore italiano, generale La Marmora, l'ordine di ritirarsi all'estremità sud-occidentale del lago, sul triangolo Salò-Desenzano-Brescia con centro a Lonato, in previsione di un'avanzata nemica oltre il Mincio. Garibaldi trasferì, quindi, uomini tra Lonato e Desenzano e mise Brescia in stato di difesa. Lasciando alcuni reparti a difesa di Rocca d'Anfo (che gli austriaci chiamavano "spia d'Italia").

L'esercito austriaco non seguì, tuttavia, il La Marmora nel suo ripiegamento e, già il 1º luglio, Garibaldi, lasciati tre reggimenti tra Salò e Lonato e spostate ulteriori truppe in Valcamonica a protezione del passo del Tonale (battaglia di Vezza d'Oglio), poté riprendere la marcia verso il lago d'Idro e la frontiera trentina.

L'agganciamento delle posizioni austriache Il Kuhn si era limitato a rioccupare le posizioni di confine perdute, avanzando una decina di chilometri sino a Rocca d'Anfo, salvo subito rinunciare ad ogni iniziativa e subito sloggiare. Nel frattempo due piccole colonne erano penetrate verso la media Valcamonica e la Val Sabbia: si mantennero requisendo generi alimentari, esplorarono e rientrarono alla base.

Il 3 luglio Garibaldi assalì la forte posizione sul monte Suello, che gli austriaci avevano nel frattempo occupato e che difesero molto bene, salvo, minacciati di aggiramento, abbandonarla durante la notte.

Le perdite italiane erano state, però, gravi, e Garibaldi era stato ferito alla coscia. Egli dovette così riparare in una casa di Anfo, il primo paese italiano a sud del confine, affidando il comando al Corte.

La vittoriosa battaglia di Monte Suello consentì ai volontari di procedere a nord, in territorio trentino: i volontari passarono il Caffaro, quindi Lodrone e Darzo. Il 5 luglio ed il 10 luglio, due ricognizioni austriache giunsero attraverso Darzo a Lodrone, dove si ebbero degli scontri. I garibaldini ne profittarono per occupare, il 12 luglio, Storo, loro nuovo quartier generale, e Condino. Garibaldi era giunto il 12 luglio in carrozza.

Il 13 luglio la posizione dei volontari in Storo era già talmente forte che una colonna austriaca rinunciò ad avvicinarsi. Il 14 luglio Garibaldi poteva ricevervi la visita di Francesco Crispi. Nei giorni successivi l'avanguardia garibaldina si installò a Cimego, col suo ponte sul Chiese, circa 20 km a nord del Caffaro.

La via era ora ostruita da due complessi fortificati austriaci: i cosiddetti forti di Lardaro, a nord lungo il fiume Chiese ed il forte d'Ampola, ad ovest subito sopra Storo verso la Val di Ledro.

Lo stesso 14 luglio, il re Vittorio Emanuele II di Savoia e lo Stato Maggiore, nel corso di un Consiglio di Guerra tenuto a Ferrara, stabilirono finalmente un atteggiamento aggressivo al prosieguo della guerra. In particolare il Cialdini avrebbe guidato un esercito principale di attraverso il Veneto, mentre Garibaldi avrebbe dovuto penetrare a fondo in Trentino, avvicinandosi il più possibile al capoluogo.

Infatti, ora che l'acquisizione del Veneto era certa, appariva soprattutto urgente procedere all'occupazione del Trentino e delle città della Venezia-Giulia, per non vedersele sfuggire alle trattative di pace.

Parallele azioni sul fronte dello Stelvio e del Tonale

Parallelamente si svolgeva una seconda piccola guerra alpina, più a nord, lì dove la Lombardia confina con il Trentino sul passo del Tonale, ma questa volta a parti invertite: un corpo di circa tremila austriaci discese la valle attraverso ponte di Legno, sino ad attestarsi fra Vezza d'Oglio e Temù, in prossimità di una linea fortificata tenuta dal Regio Esercito.

Il quattro luglio respinsero un furioso assalto "alla garibaldina", baionetta in canna e quasi completamente allo scoperto, lanciato dal 2º battaglione di bersaglieri, del quale ebbero facilmente ragione. Cadde il comandante colonnello Nicostrato Castellini oltre a 19 altri bersaglieri e 60 feriti (battaglia di Vezza d'Oglio).

L'avanzata austriaca aveva proceduto anche dal secondo dei grandi passi alpini che dividono la Lombardia italiana dall'Alto Adige: il passo dello Stelvio. Il 2 luglio una colonna aveva occupato Bormio ed il passo del Mortirolo. La Guardia Nazionale Mobile, attestata alla stretta di Sondalo, seppe riconquistare le posizioni perdute, rioccupandole l'11 luglio (Operazioni in Valtellina del 1866)

L'offensiva austriaca, comunque, non venne ulteriormente alimentata dai comandi tirolesi e le linee sui passi mantenute sino al termine della guerra.

La vittoria di Condino

La reazione austriaca appariva fiacca ma, in effetti, l'ottimo generale Kuhn stava preparando una controffensiva aggirante da nord, da Lardaro lungo il Chiese, e da sud, sul fianco destro garibaldino, da Bezzecca e la Val di Ledro, giù dal forte d'Ampola. Si trattava di impedire a Garibaldi di consolidare le posizioni o, perlomeno, di scompaginarne le file per ritardare l'avanzata.

Il 16 luglio la colonna settentrionale assalì Cimego ed il ponte sul Chiese, ricacciando i volontari giù verso Condino, mentre la colonna meridionale giunse solo a bombardare la strada da Storo verso Condino (battaglia di Condino).

L'azione di accerchiamento era fallita e gli austriaci non avevano forze sufficienti ad inseguire gli Italiani giù per il Chiese. La strada per Trento contava ancora troppe posizioni forti e luoghi adatti alla battaglia perché gli austriaci gettassero una parte importante delle proprie forze in una singola battaglia.

A Condino e Storo, infine, Garibaldi poteva sempre contare su una grande superiorità numerica, forze in larga misura non ancora entrate in combattimento. Il Kuhn ordinò quindi alle tre colonne di riguadagnare le posizioni di partenza.

L'avanzata verso Riva del Garda L'azione di aggiramento austriaca aveva reso chiaro il rischio di proseguire verso nord, lungo le valli Giudicarie, senza prima aver assicurato il fianco destro ed aver neutralizzato il forte d'Ampola.

D'altra parte, la presa del forte avrebbe aperto una via alternativa verso Trento: la val di Ledro che, attraverso Tiarno e Bezzecca, porta dal lago di Ledro giù sino al lago di Garda, consentendo di agganciare (o aggirare) i forti di Riva del Garda, poco più lontano.

La notte del 16 luglio veniva dunque posto l'assedio del Forte d'Ampola, che si concludeva il successivo 19 luglio con la resa della guarnigione.

Nel frattempo i volontari avevano sloggiato un drappello austriaco dal passo di Monte Nota, e occupato anche il passo di Monte Giovo, da cui era passata la colonna austriaca che il 16 luglio aveva bombardato Storo e Condino.

Il 17 luglio un contrattacco austriaco al passo Giovo era stato respinto ed i volontari avevano inseguito gli austriaci, costringendoli a ripiegare sino a Lenzumo ed al passo sotto Monte Pichea, abbandonando l'intera Val di Ledro.

Il 18 luglio due compagnie austriache risalivano la Val di Ledro da Riva del Garda, dirette a ricongiungersi con i commilitoni che, si supponeva, occupavano ancora Pieve di Ledro e Bezzecca. Inaspettatamente esse incontrarono in località Pré le avanguardie italiane, che, come da istruzioni, ripiegarono su Molina e poi su Pieve di Ledro, poco oltre Bezzecca. I garibaldini avevano già occupato il borgo con quattro compagnie dopo la battaglia di Pieve di Ledro che aveva costretto la colonna austriaca a ripiegare oltre la sovrastante Cima Pari, verso i forti di Riva del Garda. Dove, il 20 luglio, si ricongiunse con le restanti truppe sgomberate dalla Val di Ledro.

Appena ebbe conoscenza di queste vicende, il Kuhn stabilì di rioccupare l'intera Val di Ledro, spezzare l'assedio al forte d'Ampola (seppe della caduta solo il 21 luglio) e respingere i volontari giù sino a Storo ed oltre. Si trattava, in ogni caso, di impedire a Garibaldi di stabilirsi in val di Ledro e farne una base di ulteriori operazioni verso Riva e la valle dell'Adige.

La peggiorata condizione strategica degli austriaci