Nella metrica italiana, lendecasillabo ()M. Cortelazzo, P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, vol. 2, Bologna, N. Zanichelli, 1980, p. 384). è il verso in cui l'ultimo accento, tonico e ritmico, cade obbligatoriamente sulla decima sillaba.Pietro G. Beltrami, La metrica italiana, Bologna, Il Mulino, 1991, p. 156 e p. 343. È il metro principale e più utilizzato della poesia italiana: si trova in tutte le strofe e le strutture metriche più importanti, come la terza rima, o terzina dantesca, l'ottava, la ballata, la canzone, il sonetto. È sempre stato usato anche in sequenze di endecasillabi sciolti. Le sedi degli accenti sono varie. Tuttavia di norma gli endecasillabi presentano un accento fisso o sulla quarta o sulla sesta sede (qui evidenziate in arancione e in giallo).
Le origini Non è escluso, come già ipotizzava Pietro Bembo, che all'origine dell'endecasillabo ci siano influenze provenzali e, come trova il critico Francesco D'OvidioFrancesco D'Ovidio, Versificazione romanza. Poetica e poesia medioevale. 3 voll, Guida, Napoli 1932 esistono «affinità con il décasyllabe, una derivazione dall'endecasillabo saffico attraverso la poesia mediolatina con la mediazione del trimetro giambico».
Endecasillabi comuni (piani, tronchi e sdruccioli)
Contrariamente a quanto si potrebbe dedurre dal nome, è bene chiarire subito che la nota distintiva dell'endecasillabo non è il numero effettivo di sillabe, bensì il fatto che in tutti i casi l'accento dell'ultima parola del verso cada sempre sulla decima sillaba (da qui in poi segnata in verde).
È errore comune dunque pensare che tutti gli endecasillabi debbano avere sempre e comunque undici sillabe. Ciò, se pure nella maggior parte dei casi è vero, non costituisce una regola. L'avere undici sillabe non è altro che la diretta conseguenza del fatto che la lingua italiana sia formata prevalentemente da parole piane, cioè che hanno l'accento sulla penultima sillaba.
Per chiarire il concetto ecco alcuni esempi:
Come già detto, nella sua più comune uscita piana esso è costituito da undici sillabe metriche:
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11miritrovaiperunaselva‿osLa suddivisione sillabica, così proposta, è foneticamente corretta (anche se non ortograficamente), poiché il fonema s appartiene fonologicamente alla sillaba che lo precede, quando si presenta come "esse impura"cura
Nella sua uscita tronca sarà però formato da dieci sillabe metriche:
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11Ciò che'n grembo‿aBenacostarnonpuò-
In quella sdrucciola invece da dodici sillabe metriche.
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 Sill 12 Er gas to mio per ché so lin go‿e ta ci to
Come appare chiaro da questi esempi, pur mutando il numero complessivo di sillabe e la posizione degli accenti interni al verso, l'accento sulla decima sede rimane fisso in ogni caso. Nei tre esempi mostrati è chiara anche un'altra caratteristica fondamentale del verso (non solo endecasillabo): la sua base è la sillaba fonetica, e non quella grammaticale. Vediamo infatti in ciascun esempio che una sillaba metrica può essere formata da due sillabe di parole adiacenti unite per sinalefe.
Endecasillabi "estremi" Lungo tutta la storia della letteratura italiana i casi di endecasillabi maggiori di dodici sillabe sono assai rari e costituiti in prevalenza da parole a cui sono state aggiunte una o più particelle àtone, come ad esempio i pronomi clitici (mi, ci, ne, si, lo). Data la loro artificiosità, la produzione di tali versi si limita in genere allo sperimentalismo della poesia burlesco/parodistica.
Un endecasillabo bisdrucciolo, composto da tredici sillabe, in cui l'accento cade sulla quartultima, sarebbe così:
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 (Sill 12) (Sill 13) se ca drò com bat ten do a mi co ven di ca mi
Un endecasillabo quadrisdrucciolo, composto da quindici sillabe, in cui l'accento cade sulla sestultima, è il seguente:
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 (Sill 12) (Sill 13) (Sill 14) (Sill 15) ot ti ma è l'ac qua ma le pian te‿ab be ve ri no se ne
L'endecasillabo di sedici sillabe, con accento sulla settultima, ricorre solo in un divertissement di Boito, ma ha poche probabilità di essere foneticamente corretto.Nelle forme flesse dei verbi in -ficare l'accento principale precede la sillaba fi (come in acidìficano, cementìficano, diversìficano, umidìficano), piuttosto che cadere sulla stessa sillaba tonica del sostantivo o dell'aggettivo da cui il verbo deriva. I verbi stalattitificare e stalagmitificare non sono attestati.
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 (Sill 12) (Sill 13) (Sill 14) (Sill 15) (Sill 16) sot to la pen na‿ov ve ro sta lag mi ti fi ca no mi si
Ecco l'intera quartina da cui è stato tratto l'esempio precedente, intitolata Quartina gelata e formata esclusivamente da endecasillabi con quindici o sedici sillabe:
Endecasillabi a maiore e a minore Per motivi legati alla sua genesi (l'endecasillabo nasce infatti dalla fusione di un quinario e di un settenario) e formalizzati già da Pietro Bembo, l'endecasillabo "canonico" prevede un accento secondario sulla sesta o sulla quarta sede; nel primo caso l'endecasillabo si definisce a maiore (ed il primo emistichio equivale ad un settenario), nel secondo caso si definisce a minore (ed il primo emistichio equivale ad un quinario).
Nell'endecasillabo a minore canonico, l'accento del primo emistichio può cadere su un monosillabo tronco o un polisillabo piano, ma non su un polisillabo sdrucciolo. Per esempio, l'endecasillabo dantesco «per cui tremavano amendue le sponde» (Inferno, IX, 66) ex lege non è canonico: è un endecasillabo a minore (accenti su 4ª e 8ª sillaba), in cui il primo emistichio («per cui tremavano») ha l'accento primario su una parola sdrucciola («tremàvano»).
La definizione degli accenti di un verso è spesso un concetto soggettivo; un verso può anche avere più accentazioni diverse a seconda della lettura che si vuol dare; di regola si tende a considerare atone le particelle più piccole come pronomi, preposizioni, articoli e congiunzioni, quando non siano in posizione evidentemente marcata.
L'endecasillabo a maiore è generalmente considerato più solenne:
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 Nel mez zo del cam min di nos tra vi ta
Mentre l'endecasillabo a minore è più calmo pacato ed intimista:
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 mi ri tro vai per u na sel va‿os cu ra
Questa versatilità rende l'endecasillabo uno dei versi principe della metrica italiana.
Tipi di endecasillabi a maiore Nell'endecasillabo a maiore generalmente è tonica almeno una sillaba prima della sesta (tipicamente la 1ª, la 2ª o la 3ª).
Molto più raro il caso in cui non ci siano accenti rilevanti prima della sesta sillaba come in questo caso:
Più raro ancora il caso in cui da un accento sulla prima si va subito all'accento sulla sesta:
Tipi di endecasillabi a minore
L'endecasillabo a minore ha principalmente due tipi di accentazione rilevanti:
L'endecasillabo con accento sullottava, più comune:
L'endecasillabo a minore "di settima" risulta essere più raro rispetto agli altri versi "a minore", poiché il suo ritmo in passato era considerato poco "sonoro" e perciò adatto, secondo i poeti petrarchisti, a riprodurre la prosodia del parlato:
Accenti e ritmo Giambico, dattilico e anapestico Come in una composizione musicale, il ritmo è una delle componenti fondamentali da cui deriva l'armonia musicale che caratterizza il verso. Data la ricchezza ritmica non esiste una classificazione universalmente riconosciuta che riesca a categorizzare tutti i tipi di ritmi che si possono dare ad un endecasillabo. Tuttavia, prendendo a prestito una terminologia proveniente dalla metrica classica, è possibile evidenziare alcuni tipi di versi a seconda del loro attacco definendoli giambici, dattilici e anapestici.
Si definiscono dal ritmo Giambico quegli endecasillabi con accento sulla 2ª, 4ª e 6ª sede:
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 al cor gen til rem pai ra sem pre‿a mo re
Un endecasillabo così costruito ha entrambe le sedi principali toniche (4ª e 6ª sillaba), anche per questo motivo è il ritmo più semplice e più comune nella poesia italiana. L'andamento giambico (àtona-tònica-àtona-tònica...) fornisce al verso un ritmo cantilenante e monotono. Questo ritmo era particolarmente adatto a componimenti che dovevano essere accompagnati da musica.
Tra i versi a minore si riconoscono dal ritmo: Dattilico quelli con accento sulla 1ª 4ª 7ª 10ª o più raramente 1ª 4ª 7ª 9ª 10ª:
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 fat ta di gio co‿in fi gu ra d'a mo re I poeti delle origini utilizzavano questo ritmo lento e discendente (tònica-àtona-àtona-tònica...) per dare al lettore una sensazione di solennità, o per riprodurre la prosodia del parlato.
Tra i versi a maiore è possibile identificare quelli dal ritmo: Anapestico: Con accento sulla 3ª 6ª 10ª:
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 se mer cé fos se‿a mi ca‿ai miei de si ri Il ritmo anapestico (àtona-àtona-tònica...) è ascendente e dà un senso di maggiore "scorrevolezza" e velocità al verso.
L'uso del ritmo e la poesia Volendo trovare una regola generale potremmo dire che il ritmo del verso si fa più incalzante quanto più sono numerosi e ravvicinati e gli accenti tra loro; lo sfruttare abilmente gli accenti di un verso è parte fondamentale della sensibilità artistica di un autore. Ecco alcuni esempi che mostrano quanto il ritmo sia importante per dare "colore" al componimento poetico:
In questo esempio i primi accenti a disposizione dattilica, e l'accostamento di due versi con accentazione simile contribuiscono a dare un andamento da ninna-nanna e una sensazione di pace: Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca. (schema:1,4,6,8,10) Senti: una zana dondola pian piano. (Schema: 1,4,6,10) (G. Pascoli, Orfano)
In quest'altro esempio invece gli accenti sono disposti per riprodurre un ritmo calmo e meditativo. Vaghe stelle dellOrsa, io non credea (Schema:1-3-6-10) tornare ancor per uso a contemplarvi (schema:2-4-6-10) (G. Leopardi, Le ricordanze)
Oppure possono dare un ritmo solenne alla composizione: O che tra faggi e abeti erma su i campi (schema: 4-6-10) smeraldini la fredda orma si stampi (schema: 3-6-10) (G. Carducci, Il comune rustico)
La cesura Il punto che separa i due emistichi si definisce cesura (dal latino caedo = taglio). Se la cesura è particolarmente forte spezza il verso in due parti, ma mai una parola a metà.
Tutti gli endecasillabi hanno una cesura, che può venire o meno sottolineata durante la declamazione del verso. Esistono vari tipi di cesura:
Si ha una "cesura maschile" quando cade dopo un verso tronco:
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 . Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 Le don ne i ca va lier . l'ar me gli a mo ri Secondo la metrica canonica infatti (ma non è una regola ferrea), l'incontro di due accenti consecutivi (cavalièr l'àrme) è infatti possibile soltanto nel punto in cui il verso presenta una cesura, poiché l'incontro di due accenti rende obbligatoria una breve pausa per una corretta lettura.
Ecco un altro caso di cesura dopo una parola che abbia subito un troncamento (mar da mare):Da notare inoltre come in questo e nel caso successivo, la cesura metrica sia funzionale a marcare una pausa di tipo sintattico.
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 . Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 Mol ti i fi gli del mar . tu sem pre tre mi
Oppure può cadere dopo una parola che sia già tronca (come ad esempio un passato remoto, un futuro)