Noto come riformatore religioso, fu impiccato e bruciato sul rogo come eretico.
Biografia
Aonio Paleario nacque dal magister, artigiano salernitano, Matteo della Pagliara e da Clara Jannarilli.Vedi: Dizionario del pensiero cristiano alternativo, riferimenti in Collegamenti esterni. Fino a diciassette anni studiò sotto un amico di famiglia, il notaio verulano Giovanni Martello, che lo istruì nella grammatica e nei classici latini.
Nel 1520 fu a Roma, per studiare, fino al 1527, nell'Università della Sapienza, letteratura greca, latina e filosofia. Dovette avere per professore di latino il poeta Pierio Valeriano, autore di un De litteratorum infelicitate, per professore di greco Pietro Alcionio e come insegnante di filosofia l'averroista Ludovico Boccadiferro.
Introdotto nell'ambiente romano dallo stesso vescovo di Veroli, Ennio Filonardi, Aonio frequentò le nobili case dei Cesarini, dei Maffei e dei Frangipane, ove ascoltò ed espresse le proprie convinzioni su temi dibattuti come quelli dell'immortalità dell'anima, del libero arbitrio o della lingua letteraria. Un incidente con il cardinale Alessandro Cesarini, che lo cacciò di casa accusandolo di avergli sottratto dalla biblioteca certe note filologiche sulla Storia di Roma di Livio, fu forse decisivo per fargli abbandonare la città nel 1529 e andare a Perugia a visitare il Filonardi, governatore da quello stesso anno della città umbra su incarico di papa Clemente VII.
Il soggiorno a Padova Il Paleario declina la proposta del Filonardi di un incarico di insegnante di latino nell'Università perugina: diretto a Padova, il 27 ottobre 1530 giunge a Siena dove si trattiene per un anno, ospite della ricca e importante famiglia di Antonio Bellanti. Ma è il prestigioso Studio di Padova, centro della filosofia aristotelica in Italia, che attira gli interessi del giovane che conta di intrattenervisi a lungo: per questo motivo, venduti i beni posseduti a Veroli, nell'autunno del 1531 giunge nella città veneta.
S'intrattiene a Padova fino all'11 febbraio 1536, con un'interruzione di poco più di un anno, nel 1533, perché richiamato a Siena dal Bellanti, dei quattro figli del quale sarà precettore. A Padova frequenta Pietro Bembo, l'umanista Lazzaro Bonamico, molto amico del cardinale Reginald Pole, il quale risiedette tra Padova e Venezia dal 1532 al 1536, e in particolare dell'umanista Benedetto Lampridio.
Nel circolo intellettuale patavino era maturata l'iniziativa di tradurre in italiano, a cura dell'allievo del Bembo, Emilio degli Emili, l'Enchiridion militis christiani di Erasmo da Rotterdam, traduzione apparsa nel 1531 a Brescia, dove l'umanista indicava, a soluzione di un'autentica riforma della Chiesa, il ritorno al Vangelo quale unico testo di ispirazione per il cristiano; e alta era la considerazione del Paleario per Erasmo tanto che, subito dopo l'elezione di papa Paolo III, si diffuse la notizia della prossima convocazione di un concilio: Aonio, il 5 dicembre 1534, da Siena, dove era tornato l'anno prima, scrisse a Erasmo una lettera invitandolo a prendere l'iniziativa di un accordo con i teologi tedeschi, nella comune volontà di giungere a una riforma della Chiesa condivisa da tutti i cristiani.
Il Paleario non crede all'utilità di un concilio a cui partecipino solo persone preda «della ricchezza, dell'adulterio, dell'incesto, della corruzione, della superbia, della crudeltà» e che non possono neanche essere considerati cristiani: la soluzione sarebbe un concilio di rappresentanti della Chiesa «in quanto comunione dei santi, assemblea di coloro che conducono una buona vita cristiana».
Tornato a Padova, conclude il suo poemetto De animorum immortalitate, che viene stampato nel 1536 a Lione: dedicato a Ferdinando d'Asburgo, fratello dell'imperatore Carlo V, è accompagnato da una lettera indirizzata a Pier Paolo Vergerio, vescovo di Capodistria e allora ambasciatore pontificio presso Ferdinando, nella quale Aonio insinua il suo desiderio di poter ottenere un impiego nella corte imperiale.
Il poemetto utilizza tanto le sue conoscenze della filosofia stoica e aristotelica che le suggestioni del neoplatonismo ficiniano, nell'espressa convinzione che l'anima umana, rivestita di divinità, tenda naturalmente all'immortalità. Scritto in forme lucreziane, non è opera originale nel panorama filosofico umanistico, ma ebbe successo nei circoli intellettuali, non solo italiani, ma anche francesi e spagnoli.
Il ritorno in Toscana
Lasciata Padova, ritorna a Siena nel 1536, dove insegna privatamente e si occupa anche dell'educazione dei figli dell'amico Antonio Bellanti, morto quello stesso anno. Compra una casa a Colle di Val d'Elsa e si sposa l'11 ottobre 1537 con Marietta Guidotti, figlia di una famiglia di piccoli proprietari terrieri; con la dote della moglie e contraendo un forte debito, compra un'altra casa e un terreno nella vicina Cercignano. Nasceranno cinque figli, Aspasia, nel 1538, Sofonisba, nel 1540, Lampridio, così chiamato in ricordo dell'amico umanista, morto da poco, nel 1544, Fedro, nel 1548 e un'altra Sofonisba, così chiamata quando l'altra figlia dallo stesso nome si fa suora nel 1555. La primogenita Aspasia andrà invece sposa a Fulvio di Giuliano da Colle e dal loro matrimonio nascerà Orazio Della Rena.
Si lega di amicizia con l'ambiente della cultura fiorentina, che mostra attenzione e anche simpatia per la riforma protestante, come l'umanista Piero Vettori, Francesco Verino il Vecchio, professore di filosofia, il letterato Bartolomeo Panciatichi, il segretario del duca Cosimo I de' Medici, Pier Francesco Riccio, il diplomatico Francesco Campana, l'umanista Pietro Carnesecchi.
Nel 1540 viene a predicare a Colle di Val d'Elsa un teologo domenicano, Vittorio da Firenze. Sembra che costui fosse informato che il circolo del Paleario non avesse fama di praticare una sufficiente ortodossia religiosa. Accusò pubblicamente che vi fossero sostenitori delle tesi del defunto domenicano Tommaso de Vio - che a suo tempo aveva sostenuto la possibilità di un accordo con i riformatori tedeschi - i quali avrebbero anche attaccato con un libretto anonimo teologi cattolici della fama di un Giovanni Eck o di un Giovanni Fisher.
La risposta del Paleario a Vittorio da Firenze sarebbe potuta degenerare pericolosamente se non fosse intervenuto lo stesso governo della Repubblica senese a porre termine alla polemica. Ma persistettero i sospetti di luteranesimo, derivati da un'operetta, andata perduta, Della pienezza, satisfazione et sofficienza del sangue di Cristo, dove il Paleario avrebbe negato l'esistenza del Purgatorio, considerata un'invenzione «tratta in gran parte dai pitagorici, dai platonici e dai poeti; con l'affermazione di questa trovata viene annientata la remissione dei peccati, viene fatta grave offesa al sangue del Patto, contro l'attestazione di tutti i profeti, mentre gli apostoli insegnano in maniera molto diversa».
Il primo processo
Accusato d'eresia nel giugno 1542 davanti a un tribunale formato dal vescovo di Siena Francesco Bandini Piccolomini e da tre teologi, il 12 dicembre, dopo essere stato interrogato sui principi della fede cattolica, fu assolto per insufficienza di prove, grazie all'appoggio del cardinale Jacopo Sadoleto e alla moderata adesione alle tesi riformiste del Piccolomini che, nel Concilio di Trento, sarà sostenitore della giustificazione per la sola fede.
Su questa vicenda Paleario scrisse, nel 1543 o 1544, l'orazione Pro se ipso, pubblicata poi nel 1552, ove immagina non solo di difendersi pubblicamente, davanti al Senato senese, presenti la moglie, gli amici e gli avversari, ma di difendere insieme la libertà della coscienza, della cultura, dell'aperto confronto delle idee: «Mi vergogno di essermi imbattuto in questi tempi» - scrive - «in cui non ci rende degni di onore la religiosità, la rettitudine, la specchiata onestà, il desiderio di aiutare gli altri, l'inclinazione verso Dio [...] ma una collana d'oro, qualche simbolo di Lui portato sul mantello, anche se l'animo pieno di vizi aborre dall'onorarlo, il cuore rifugge e tutte le azioni gli sono contrarie» e non teme di ammettere di tenere in alta considerazione teologi sospetti come Ecolampadio, Erasmo, Bucero, Melantone, Lutero: «Coloro che accusano i tedeschi, per gli argomenti desunti dai commenti, accusano Origene, Crisostomo, Cirillo, Ireneo, Ilario, Agostino e Girolamo: e se io mi sono proposto di imitare costoro, perché m'importuni, perché cianci che io sarei d'accordo con i tedeschi? Se essi seguono quei santissimi uomini, a me non è lecito seguirli?».
Scrive di non preoccuparsi della minaccia delle punizioni: «non è indecoroso essere battuto con la verga, essere sospeso alla fune, ficcato in un sacco, gettato in pasto alle bestie feroci, bruciato, se con questi supplizi la verità deve essere portata alla luce». E conclude ricordando Bernardino Ochino, il generale dei cappuccini costretto a fuggire dall'Italia per evitare i rigori dell'Inquisizione.
Progetto di riforma
L'anno dopo, il 20 dicembre 1544, alla notizia della convocazione, prevista per il 25 marzo 1545, di un concilio a Trento, scrive da Roma una lettera a Lutero, a Calvino, a Melantone e a Bucero, simile a quella che aveva scritto dieci anni prima a Erasmo, in cui afferma di aver elaborato, insieme ad alcuni "fratelli" - non specificati, ma si pensa almeno a Lelio Torelli e a Mariano Sozzini - un progetto per risolvere i problemi della Chiesa.
Ribadito che papa Paolo III, la curia e la maggior parte dei vescovi sono corrotti e intendono solo mantenere il loro potere sulla comunità dei credenti e persino sul potere laico, occorre che il nuovo concilio, affinché sia realmente produttivo e governato dallo Spirito Santo, debba essere convocato dall'imperatore e dai re e dai prìncipi dei diversi Stati europei; la comunità dei fedeli indicherà uomini esperti e onesti e, attraverso successive selezioni, si individueranno sei o sette persone per ogni nazione, fino a giungere, insieme a dodici vescovi scelti dal papa e dagli altri vescovi per la loro vita irreprensibile, a un'assemblea conciliare di "giudici" che, godendo di ogni garanzia di agire e parlare liberamente, ascolterà tutte le petizioni popolari, decidendo nel merito per il bene del popolo cristiano.
Si trattava di una proposta rivoluzionaria per l'assoluta preminenza data all'elemento popolare, la plebs sancta, che non aveva nessuna possibilità di essere accolta, né dalle autorità ecclesiastiche né da quelle civili e forse nemmeno dai riformatori tedeschi, la cui risposta alla lettera, se mai ci fu, non è nota.
A Lucca Il concilio si aprì a Trento il 13 dicembre 1545 senza la partecipazione dei protestanti – fra loro anche divisi in luterani, calvinisti e zwingliani – segnando la definitiva frattura del mondo cristiano.
Per Paleario, dopo l'esperienza del processo, era necessario allontanarsi da Siena: il 28 luglio 1546, forse per interessamento di Pier Vettori, ottenne la nomina di professore di lettere classiche nelle scuole superiori della Repubblica di Lucca (vedi Università di Lucca), prendendo servizio il 1º novembre. Il suo compito consisteva nell'insegnamento di Cicerone, Virgilio, Orazio e Catullo, di un autore greco e di pronunciare due orazioni ogni anno, a marzo e settembre, a educazione dei giovani affinché apprendessero le forme dell'eloquenza.