Il canto ventiseiesimo dellInferno di Dante Alighieri si svolge nell'ottava bolgia dell'ottavo cerchio, dove vengono puniti i consiglieri di frode; siamo nel mattino del 9 aprile 1300 (Sabato Santo) o, secondo altri commentatori, del 26 marzo 1300.
Analisi del canto Nel Canto XXVI si tratta dei consiglieri fraudolenti, ossia condottieri e politici che non agirono con le armi e il coraggio personale, ma con l'acutezza spregiudicata dell'ingegno. Qui, Dante fa una riflessione sull'ingegno e sul suo utilizzo: l'ingegno è un dono di Dio, ma per il desiderio di conoscenza può portare alla perdizione se non guidato dalla virtù cristiana.
Invettiva contro Firenze - versi 1-12
Il canto si apre con un'invettiva nei confronti di Firenze che tematicamente si lega al canto precedente, dove Dante aveva incontrato cinque ladri appunto fiorentini: con ironia, nota quanto Firenze sia conosciuta su tutta la terra (metaforicamente "batte l'ali", citando un'iscrizione sul Palazzo del Bargello del 1255). Francesco Buti, a proposito, commentava infatti: «erano allora i Fiorentini sparti molto fuor di Fiorenza per diverse parti del mondo, ed erano in mare e in terra, di che forse li fiorentini se ne gloriavano». Anche nell'Inferno, quindi, il nome di Firenze si spande, essendosi Dante dovuto vergognare per aver trovato ben cinque concittadini tra i «ladroni», che certo non arrecano «onore» alla sua città.
Ma se quello che si sogna al primissimo mattino, secondo una leggenda medievale, diventa vero, allora Dante predice che presto essa subirà la punizione che persino la vicinissima Prato, nonché altre città, desiderano per lei. Il perché sia indicata proprio Prato non è stato ancora chiarito e le ipotesi più convincenti sono quelle legate agli anatemi scagliati dal cardinale Niccolò da Prato, che tentò vanamente di riappacificare le fazioni fiorentine nel 1304. Manfredi Porena, pur non proponendo un'alternativa a questa spiegazione, trova difficoltà ad accettarla, in quanto il cardinale da Prato fu poco dopo uno dei principali manipolatori dell'elezione di papa Clemente V, di cui si sa cosa pensasse Dante (Inferno XIX, 82-87), e par difficile che Dante potesse invocarne l'autorità, sia pure in tutt'altra materiaManfredi Porena (commentata da), La Divina Commedia di Dante Alighieri - Inferno, Zanichelli ristampa V 1968 - Canto XXVI, nota ai vv. 7-9..
Il poeta rincara poi la dose dicendo che, se anche questa punizione fosse già arrivata, non sarebbe stata troppo sollecita ("E se già fosse, non saria per tempo.", v. 10) e, visto che la riconosce necessaria, si augura che arrivi presto ("Così foss'ei, da che pur esser dee!", v. 11), perché la sventura di Firenze gli graverà di più via via che la sua età avanza ("ché più mi graverà, com' più m'attempo.", v. 12). Non tutti i commentatori concordano sul perché Dante si augura che la punizione arrivi presto. Alcuni sostengono che la sventura di Firenze, benché ineluttabile, riempie Dante di dolore, che più gli sarà grave quanto più invecchierà. Il vecchio infatti sopporta meno i dolori, diventa sempre più disposto al perdono e l'amore per il luogo natio cresce in lui con l'età. Secondo altri, Dante vuole dire invece che più la sventura tarderà, tanto più egli soffrirà per non aver goduto a lungo della punizione. Quest'interpretazione contrasta però col "da che pur esser dee", che riconosce sì la necessità della punizione, ma lo fa a malincuore. È curioso che i commentatori moderni protendano tutti per la prima ipotesi e quelli antichi per la seconda, a dimostrare come in fondo la lettura di questo passo è anche mutuata dalla nostra sensibilità e maniera di pensare.
La bolgia dei consiglieri fraudolenti - vv. 13-48
I due poeti ripartono dall'argine interno della settima bolgia percorrendo a ritroso la strada seguita in Inferno XXIV, 79-81: Virgilio risale la scala che li aveva «fatto iborni», reso eburnei, cioè fatti impallidire per l'orrore suscitato dalle serpi che stipavano la bolgia, quindi tira su Dante. Non tutti concordano sulla lezione sopra riportata del verso 14: alcuni preferiscono leggere "che n'avea fatto i borni a scender pria", interpretando "i borni" come le sporgenze digradanti (francese borne: pietra) che Virgilio ('l duca mio) aveva utilizzato come scala per scendere e che ora servono a entrambi per risalire. Altri leggono invece "che il buior n'avea fatto scender pria", ricordando che Dante aveva chiesto a Virgilio di scendere perché non poteva vedere il fondo della bolgia a causa del buio. A meno di un improbabile ritrovamento del manoscritto originale, non sapremo mai che cosa ha scritto realmente Dante; comunque sia, la sostanza del racconto, cioè che i due poeti sono ritornati al punto da cui erano partiti per vedere cosa c'era nella settima bolgia, non cambia.
Proseguono quindi per la strada solitaria ("solinga via"), per l'assenza di demoni e dannati, tra le pietre aguzze ("schegge") e tondeggianti ("rocchi") del ponticello successivo ("scoglio"), che dev'essere più ripido dell'altro se non bastano i piedi per avanzare, ma bisogna aiutarsi con le mani. Quando arriva sul colmo del ponticello, Dante prova un dolore tanto grande per quel che vede, da essere ancor vivo al momento in cui scrive, e grande a tal punto da indurlo a tenere a freno l'ingegno perché non superi i limiti della virtù; non vuole infatti che l'influenza degli astri ("stella bona") o la grazia divina ("miglior cosa"), che gli hanno concesso l'esperienza iniziatica, gliela tolgano per causa di una sua azione o un suo pensiero troppo ardito. Questa notazione, ora un po' arcana, diventerà evidente se considerata alla luce di ciò che verrà dopo nel canto, cioè la storia di Ulisse, il cui ingegno, non tenuto a freno dalla virtù, gli procurò la morte per aver superato i limiti imposti da Dio. Egli usa una similitudine per descrivere quello che vede:
Segue quindi un'altra similitudine per rappresentare il fatto che ciascuna fiamma si muove racchiudendo in sé un peccatore, paragone dotto che si accorda al linguaggio ricercato e aulico di tutto il canto. Dante s'ispira, con qualche licenza poetica, al rapimento in cielo del profeta Elia riportato dalla Bibbia nel 2º Libro dei Re, che racconta che mentre Elia ed Eliseo camminavano conversando, Elia fu improvvisamente rapito in cielo da un carro di fuoco trainato da cavalli di fuoco, che presto scomparve alla vista del suo compagno (cfr. ). Poco più avanti nello stesso testo (cfr. ), viene narrato che dei ragazzi incominciarono a beffare Eliseo, dandogli del calvo, finché egli si voltò e li maledisse nel nome del Signore, e dal bosco uscirono due orse che sbranarono quarantadue ragazzi. Ecco i versi di Dante:
Dante sta guardando ritto in piedi ("surto") sul ponte, in modo così precario che se non fosse aggrappato a un masso sporgente ("ronchion"), cadrebbe giù senza bisogno di essere urtato. Vistolo così attento ("atteso"), Virgilio, non rendendosi conto stavolta che il compagno lo ha già capito, gli spiega che dentro ai fuochi ci sono gli spiriti dei dannati, ciascuno dei quali si fascia di quello da cui è acceso, cioè la fiamma ("catun si fascia di quel ch'elli è inceso").
Non è chiaro quali dannati siano puniti in questa bolgia. Essi sono abitualmente indicati come consiglieri fraudolenti e il loro contrappasso consiste nell'essere avvolti da lingue di fuoco, per analogia con le loro stesse lingue che furono fonte di frode, e nascosti dentro alle fiamme allo stesso modo in cui da vivi celarono la verità per l'inganno (come dice l'Apostolo Giacomo, la lingua fraudolenta è come fuoco). Tuttavia, l'unico dei dannati che s'inquadra in questa categoria è Guido da Montefeltro, presentato nel Canto XXVII, che si pente invano di un consiglio fraudolento fornito, su sua richiesta, a Papa Bonifacio VIII. Ulisse e Diomede, presentati nel seguito di questo canto, non sono puniti per i consigli dati, ma per le opere che hanno compiuto e per loro la definizione di consiglieri fraudolenti mal si adatta perché risulta troppo specifica.
Ulisse e Diomede - vv. 49-84 Dante allora ringrazia e risponde che aveva già capito ("già m'era avviso che così fosse"); attratto in particolare da una fiamma doppia che gli ricorda Eteocle e suo fratello Polinice, ne chiede la spiegazione a Virgilio (altra citazione dotta sui due fratelli che arrivarono a uccidersi a vicenda per la discordia; in Stazio e in Lucano si racconta che anche le fiamme della pira su cui bruciavano i loro corpi si divisero in due, come se continuassero a odiarsi anche dopo la morte).
Virgilio gli rivela che lì sono puniti Ulisse e Diomede, insieme nella vendetta divina così come, peccando insieme, incorsero nell'ira di Dio in vita, ed elenca i tre peccati per cui i due han ben da gemere nella fiamma, vale a dire: L'inganno del Cavallo di Troia, che provocò la caduta della città: da Troia uscì poi Enea, nobile progenitore ("gentil seme") dei Romani. La scoperta di Achille, fatto travestire da donna dalla madre Teti e mandato alla corte di Licomede affinché non partecipasse alla Guerra di Troia. Ulisse e Diomede, travestiti da mercanti, usarono l'astuzia di mostrargli spade in mezzo a sete e drappi, scoprendolo tra le altre donne e costringendolo a partire per la guerra, abbandonando la sua amante Deidamia, che morì di dolore e ancor morta si duole dell'amante infedele. Il furto del Palladio che proteggeva Troia.
Dante si mostra estremamente desideroso di parlare coi due, probabilmente perché in tutto il Medioevo c'era gran mistero su quale fosse stata la fine di Ulisse (Dante non conosceva lOdissea perché non sapeva leggere il greco, anche se ne aveva letti alcuni sunti mutuati da autori latini) e arriva a pregare Virgilio ben cinque volte in due terzine:
Virgilio gli promette di rivolgere loro delle domande purché egli taccia: parlerà lui perché essi sono greci e forse schivi "del tuo detto" (delle parole di Dante). Sul perché sia necessario che parli Virgilio si sono fatte diverse ipotesi: la più semplice è che i due parlano greco e Dante non conosce questa lingua, a differenza di Virgilio, ma questa ragione non sussiste, perché se avessero parlato in greco Dante non avrebbe capito e non avrebbe potuto riferire il contenuto del discorso; inoltre, nel prossimo canto, Guido da Montefeltro dirà di aver udito parlare Virgilio in dialetto lombardo; l'altra ipotesi è che, siccome era comune opinione medievale che i greci fossero un popolo superbo, si sarebbero rifiutati di parlare con una persona che non avesse ancora eccellenti meriti; l'invocazione successiva di Virgilio verterà infatti proprio sulle sue opere, motivo di vanto, espresse nel più alto linguaggio possibile. In quest'episodio, comunque, Dante riproduce la sua situazione rispetto ai greci in generale e alla loro letteratura in particolare: non essendo la loro lingua conosciuta in Italia (se non forse nell'estremo meridione che era stato a lungo bizantino), essi "parlavano" solo tramite gli autori latini che avevano tradotto o sintetizzato o citato le loro opere.
Virgilio quindi aspetta che la duplice fiamma arrivi vicino al ponte e gli si rivolge con solennità e altisonanza, ponendo la questione principale, che ha letto nel pensiero di Dante, di sapere la fine di Ulisse, un mistero su cui gli autori antichi tacevano:
Da notare l'aulica anafora della prima terzina e la captatio benevolentiae.
Dante infatti non conosceva lOdissea e ne trascurava anche i sunti medievali, sebbene piuttosto diffusi alla sua epoca. Della fine di Ulisse, su cui tacciono Virgilio, Orazio, Seneca e Cicerone, si erano fatte numerose congetture dai tempi di Servio, più vive che mai nel Medioevo, cui Dante aggiunse una sua versione, basata su vari elementi precedenti, ma nel complesso alquanto originale.
Racconto dell'ultimo viaggio di Ulisse - vv. 85-142