Biografia Secondo le rivelazioni del boss messinese Gaetano Costa «lo Sfameni era ed è tutt’ora "uomo di rispetto e capo famiglia" della a "locale" di Villafranca Tirrena»; sempre Costa ha dichiarato alla giustizia che Sfameni ha origini criminali di tipo ‘ndranghetista e che col tempo si era avvicinato a Cosa Nostra.

Don Santo Sfameni lavorò come infermiere fino alla metà degli anni 70 presso l'ospedale Regina Margherita di Messina. La commissione antimafia ha fatto rivelare in una relazione come nel periodo in cui lui lavorava come infermiere, dall'ospedale Margherita di Messina passarono numerosi esponenti di spicco della criminalità organizzata siciliana e calabrese, tra cui Francesco Paolo Bontate (boss del quartiere di Santa Maria di Gesù, a Palermo) che morì in tale ospedale e Girolamo Piromalli (capobastone della 'Ndrangheta di Gioia Tauro), senza che tuttavia sia stata accertata una correlazione tra il suo incarico di infermiere e la degenza dorata di quest'ultimi.

Intorno agli anni 80 si dedicò all'imprenditoria, in particolare edilizia, attraverso la fondazione dell'impresa "Le.Ni" che realizzerà buona parte dell'espansione edilizia delle zone comprese tra Villafranca e Torregrotta.

Diversi collaboratori di giustizia si pronunciarono su di lui, definendolo “intermediario o anello di congiunzione tra Cosa Nostra e alcuni magistrati”. Si dice che organizzasse nel suo casale di campagna dei summit mafiosi tra membri di cosa nostra (in particolare palermitana e messinese) ed esponenti della politica o della magistratura. Il pentito Angelo Siino, soprannominato "ministro dei lavori pubblici di cosa nostra" affermò di essersi incontrato con Sfameni per discutere di appalti pubblici nelle zone di Villafranca Tirrena. Come ulteriore prova, il pentito Antonio Cariolo ha parlato nel corso di una sua deposizione della latitanza, coperta dallo Sfameni, del boss Carlo Greco, braccio destro di Pietro Aglieri al capo della cosca di Santa Maria di Gesù a Palermo.

Secondo il pentito Salvatore Giorgianni anche Nitto Santapaola si era recato nella masseria di Don Santo Sfameni. Ma far visita a ‘don Santo’ erano soprattutto i reggenti della criminalità messinese: Mario Marchese, Luigi Sparacio, Giorgio Mancuso, Domenico Di Blasi, Domenico Cavò, Pippo Leo, Placido Cambria e Marcello D’Arrigo. Stando a quanto dichiarato alla Questura di Messina da Giuseppe Sorbera, fratello del pluripregiudicato Mario e per anni al servizio dello Sfameni nella gestione dei cavalli, molte persone si recavano nella masseria soprattutto per rendergli omaggio. Tra questi, ricorda anche i fratelli Rizzo, Letterio e Rosario (ex alleati del clan Cariolo durante la guerra di mafia che si verificò a Messina negli anni 80) i quali avevano riferito allo Sfameni di essere a capo di un nutrito gruppo di persone e che, per qualsiasi necessità, poteva contare su di loro.

Nel 1985 è complice dell'omicidio di Graziella Campagna, avendo protetto i mafiosi palermitani Gerlando Alberti Junior (nipote del boss Gerlando Alberti senior) e Giovanni Sutera che compirono l'omicidio sui colli San Rizzo, poiché la ragazza aveva trovato dei documenti compromettenti. Proprio il coinvolgimento nell'omicidio di mafia della povera ragazza fu il fattore che lo mise sotto i riflettori. Sulla vicenda si soffermerà il collaboratore di giustizia Santi Timpani, che riferirà che, per assicurarsi il buon esito del procedimento a carico di Alberti e Sutera, Sfameni aveva pagato ai magistrati che se ne occupavano la somma di 500 milioni di lire.

Secondo un articolo de "Il Manifesto" Luigi Sparacio nel corso del pentimento disse "Ho saputo da Alfano che vari personaggi, fra cui Sfameni e il dottor Lembo, appartenevano a una loggia massonica, coperta", anche se tale dichiarazione non fu ritenuta particolarmente attendibile. Altro celebre collaboratore di giustizia che parlò di lui fu Mario Marchese, che rispondendo alle domande, ha detto di avere conosciuto Santo Sfameni nel 1970 a seguito della presentazione di Ione Zagarella, personaggio noto della malavita messinese (vicino a Gaetano Costa) ucciso poi nel 1981: «Zagarella mi disse che era una persona vicina a noi della malavita messinese, molto disponibile alle nostre necessità in particolare per coloro che avevano bisogno di un posto sicuro per trascorrere la latitanza e inoltre per qualche appoggio giudiziario. Tutti i gruppi, anche quelli catanesi; palermitani e reggini avevano contatti con Sfameni. Andavo spesso nella sua masseria in compagnia di Domenico Di Blasi''». Inoltre sempre Marchese fu compagno di cella di Gerlando Alberti Jr, il latitante palermitano coperto da Sfameni, e disse di aver appreso da lui delle informazioni su un possibile interessamento di Sfameni per fare assolvere gli autori della strage di via Pipitone, in quanto il processo di appello si tenne a Messina su rinvio della Cassazione.

Tra i collaboratori che parlarono di lui c'è anche Luigi Ilardo (cugino di Giuseppe Madonia, boss legato a Totò Riina), che diede alle forze dell'ordine delle indicazioni su dove scovare Sfameni durante la sua latitanza nella frazione messinese di San Saba. Sfameni venne poi arrestato nel 1994 dopo 8 mesi di latitanza.

Dopo qualche anno venne coinvolto nell'inchesta "Witness" insieme al bagherese Michelangelo Alfano ed al boss messinese Luigi Sparacio. Nel 1999 scatta il suo arresto in merito a tale inchiesta, e gli vengono sequestrati beni per un valore complessivo di 15 milioni di euro.

Note