La sindrome dell'ape regina è un fenomeno sociale in cui le donne in posizioni di autorità o potere trattano le donne subordinate in modo più sfavorevole rispetto agli uomini loro pari, basandosi esclusivamente sul genere. Il concetto si riferisce in particolare a comportamenti percepiti come una maggiore distanza, una minore disponibilità al sostegno o una valutazione più critica nei confronti di altre donne all’interno del contesto professionale.
È stata definita per la prima volta da tre ricercatori: Graham Staines, Carol Tavris e Toby E. Jayaratne nel 1973.
Il termine "ape regina" viene spesso utilizzato in senso dispregiativo per descrivere donne che hanno raggiunto posizioni di successo in ambiti professionali tradizionalmente dominati dagli uomini. Secondo questo stereotipo, tali donne tenderebbero ad adottare comportamenti associati alla mascolinità e a prendere le distanze dalle altre donne sul luogo di lavoro, nel tentativo di affermarsi e mantenere la propria posizione. In alcuni casi, vengono inoltre descritte come più critiche nei confronti delle colleghe o delle subordinate donne e come meno inclini a sostenere la crescita professionale di altre donne, interpretando la competizione interna come una strategia di autoconservazione.
Esistono posizioni contrastanti riguardo alla natura della cosiddetta "sindrome dell’ape regina": alcuni studiosi sostengono che si tratti di un fenomeno reale, mentre altri la considerano principalmente un mito alimentato da stereotipi di genere. Secondo questa seconda prospettiva, il termine "ape regina" rischia di rafforzare rappresentazioni superate delle donne di successo, attribuendo loro comportamenti negativi legati alla competizione e alla mancanza di solidarietà, senza considerare adeguatamente il contesto organizzativo e le dinamiche di potere. Inoltre, è stato osservato che non esiste un equivalente maschile altrettanto diffuso, elemento che contribuisce a rendere il concetto fortemente connotato dal punto di vista del genere. La stessa Tavris ha successivamente espresso rammarico per aver introdotto "un nome così accattivante" per descrivere "un modello di comportamento così complesso". Secondo questa interpretazione, il termine sarebbe stato spesso frainteso e semplificato, producendo una lettura distorta delle relazioni tra donne sul luogo di lavoro e spostando l’attenzione dalle barriere strutturali e culturali che possono influenzare le opportunità professionali.
Il fenomeno dell'ape regina è stato documentato da diversi studi. Alcuni ricercatori dell'Università di Toronto hanno ipotizzato che la cosiddetta sindrome dell’ape regina possa contribuire a spiegare perché alcune donne riportino livelli di stress più elevati quando lavorano sotto la supervisione di manager donne. Secondo questa prospettiva, le dinamiche di competizione, le aspettative di genere e le pressioni legate alla rappresentanza femminile nei contesti professionali potrebbero influenzare la percezione delle relazioni gerarchiche. Al contrario, nello stesso studio non sarebbero emerse differenze significative nei livelli di stress tra i lavoratori uomini in base al genere del proprio superiore.
È stato ipotizzato che uno dei motivi per cui il comportamento associato alla "ape regina" sia rimasto a lungo poco analizzato risieda nel fatto che, diversamente da quanto accade spesso con gli uomini in posizioni di potere, i giudizi espressi da donne che ricoprono ruoli professionali di alto livello nei confronti delle proprie subordinate non vengano immediatamente interpretati come possibili forme di discriminazione di genere. Di conseguenza, tali dinamiche possono essere state considerate semplicemente come espressioni di stile manageriale o di caratteristiche individuali, anziché essere esaminate alla luce delle più ampie strutture e aspettative di genere presenti nei contesti lavorativi.
Origine Stereotipi di genere La sindrome dell'ape regina potrebbe essere in parte attribuita a stereotipi di genere sociali di lunga data, secondo cui le donne sono percepite come prive delle tradizionali qualità di leadership e orientate al successo (ad esempio, assertività, risolutezza) spesso viste come sinonimo di mascolinità. Ciò esercita una pressione sulle donne professioniste affinché adottino queste qualità, soprattutto in ambienti di lavoro in cui gli uomini sono la maggioranza. La limitata disponibilità di posizioni apicali per le donne può favorire l'adozione di strategie volte a preservare la propria posizione professionale. In tale contesto, le cosiddette "api regine" possono enfatizzare tratti stereotipicamente associati alla leadership maschile, come l'assertività e la competitività, prendendo al contempo le distanze dalle altre donne. Secondo la psicologa sociale Naomi Ellemers e i suoi collaboratori, la permanenza e il successo delle donne in ambienti di lavoro a predominanza maschile possono comportare una forma di mobilità individuale, attraverso la quale esse cercano di dimostrare, a sé stesse e agli altri, di essere diverse dalle altre donne, così da essere percepite come eccezioni rispetto agli stereotipi di genere. Lo studio condotto da Ruble e Higgins nel 1976 suggeriva che, quando le donne si trovano in minoranza all'interno di un gruppo (una situazione frequente nei settori professionali di prestigio e responsabilità) tendono a descriversi utilizzando caratteristiche associate in misura maggiore alla mascolinità.
Fin dall'infanzia, i ragazzi sono frequentemente incoraggiati ad assumere ruoli di leadership e a prendere decisioni, mentre alle ragazze può essere insegnato che un’eccessiva assertività o determinazione rischia di essere percepita negativamente e di ridurre la loro accettazione sociale. In un esperimento condotto nel 2002 dalla psicologa dello sviluppo Joyce Benenson è emerso che, in un contesto competitivo tra bambini di circa cinque anni, il bambino che assumeva una posizione dominante tendeva a essere valutato positivamente dagli altri maschi, mentre la bambina dominante era giudicata meno favorevolmente dalle altre bambine.
Entrando nell'adolescenza e nell'età adulta, assumere posizioni di leadership può rappresentare una sfida per le donne a cui non sono state offerte le stesse opportunità di leadership dei loro colleghi maschi.
Nel 1994, le studiose V. O'Leary e M. M. Ryan sostennero che le donne di successo potessero essere percepite come "api regine" perché le loro collaboratrici potevano avere difficoltà a riconoscerle pienamente nel ruolo di leader, interpretandole prima di tutto come donne piuttosto che come figure di autorità. Al contrario, i superiori uomini tendevano a essere percepiti più facilmente come veri e propri capi. Le autrici suggerirono che questo fenomeno potesse riflettere l’applicazione di un doppio standard da parte delle dipendenti, che si aspettavano dalle leader donne livelli più elevati di comprensione, disponibilità e indulgenza (caratteristiche tradizionalmente associate alla femminilità) rispetto ai leader uomini.
Solidarietà o sorellanza femminile Secondo Judy Wacjman (professoressa di sociologia presso la London School of Economics and Political Science), le donne che accedono a contesti professionali tradizionalmente maschili possono essere spinte ad adattarsi a modelli organizzativi e comportamentali associati alla mascolinità, poiché le norme dominanti della leadership continuano spesso a riflettere valori e pratiche storicamente maschiliWajcman, J. (1998). Managing Like a Man: Women and Men in Corporate Management. Pennsylvania State University Press.
Le donne che raggiungono posizioni di successo si trovano spesso ad affrontare un dilemma: da un lato, adottare comportamenti associati alla leadership (come maggiore assertività, competitività o autorità) può favorire la progressione professionale, ma può anche allontanarle dalle aspettative tradizionalmente associate alla femminilità e generare giudizi negativi da parte delle altre donne o dell'ambiente sociale circostante. Dall'altro lato, mantenere un forte allineamento con norme di solidarietà femminile e con modelli di comportamento più tradizionalmente femminili può rendere più difficile l’affermazione in contesti professionali dominati da criteri di leadership storicamente maschili. Quando le donne ambiziose scelgono di adottare strategie ritenute necessarie per avanzare nella carriera, possono essere etichettate come "api regine", un'immagine spesso legata a stereotipi e percezioni distorte delle donne che ricoprono ruoli di potere e leadership.
Sul posto di lavoro Il contesto organizzativo in cui operano le donne può contribuire allo sviluppo di tali strategie di adattamento. A questo proposito, uno studio del 1982 dei ricercatori Gutek e Morasch ha rilevato che, nei luoghi di lavoro a predominanza femminile o maschile, le donne subivano livelli più elevati di discriminazione di genere e molestie sessuali rispetto agli ambienti caratterizzati da una presenza pressoché equilibrata di uomini e donne. Questo risultato suggerisce come determinate strutture organizzative possano accentuare le pressioni che, secondo studi successivi, favoriscono l'emergere di comportamenti riconducibili alla sindrome dell'ape reginaGutek, B. A., & Morasch, B. (1982). Sex-Ratios, Sex-Role Spillover, and Sexual Harassment of Women at Work. Journal of Social Issues, 38(4), 55–74.
Ricerche del 2011 hanno postulato che la sindrome dell'ape regina potrebbe essere un prodotto di influenze culturali, in particolare quelle legate al moderno ambiente di lavoro. Uno studio condotto nei Paesi Bassi ha scoperto che le donne che mostravano le maggiori tendenze da "ape regina" erano le stesse donne che avevano sperimentato i più alti livelli di discriminazione di genere all'inizio della loro carriera. Naomi Ellemers (una professoressa di psicologia sociale presso l'Università di Utrecht) ha ipotizzato che il fenomeno dell'ape regina sia una conseguenza della discriminazione di genere inflitta alle donne che cercano di avanzare nella loro carriera. Le donne "ape regina", consapevoli dei sacrifici fatti per avere successo, con altre donne emergenti possono adottare del sessismo occupazionale per escluderle. Tuttavia con donne di simile anzianità le "api regine" mostrano empatia, credendo che anche queste donne abbiano lavorato duramente per il loro successo.
Diversi ricercatori hanno ipotizzato che il comportamento da ape regina possa essere sviluppato dalle donne che hanno raggiunto posizioni di rilievo nei rispettivi campi come un modo per difendersi dai pregiudizi di genere sperimentati sul posto di lavoro. Prendere le distanze dalle subordinate che tentano di avanzare nella propria carriera consente alle "api regine" di integrarsi con i loro colleghi maschi, dimostrando al contempo qualità stereotipicamente maschili come l'assertività o la leadership, che sono attribuite al successo. Esibendo questi tratti considerati "maschili", le "api regine" legittimano ulteriormente il loro diritto a ricoprire posizioni professionali importanti e a raggiungere la sicurezza del posto di lavoro dimostrando impegno per la loro carriera.