Convalescenza () è una raccolta di due racconti della scrittrice sudcoreana Han Kang, pubblicata nel 2019 dall'editore Adelphi nella traduzione dall'inglese di Milena Zemira Ciccimarra.

Il primo racconto, Convalescenza (회복하는 인간, lett. L'essere umano che guarisce), è apparso originariamente nel 2012 all'interno della raccolta 노랑무늬 영원 (Norang-muni yeongwon, lett. Eternità a motivi gialli).

Il secondo, Il frutto della mia donna (내 여자의 열매, Nae yŏja ŭi yŏlmae), pubblicato nel 1997 nella rivista Changjak-gwa-bipyeong (Creazione e critica), è entrato a far parte nel 2000 nell'omonima raccolta, la seconda dell'autrice.

Quando Han Kang nel 2016 vinse il Man Booker International Prize per La vegetariana, rivelò che la fonte dell'immaginario vegetale presente in quel romanzo risiedeva ne I frutti della mia donna, un dettaglio che riaccese l'interesse per questo racconto.

Trama

Convalescenza

Il racconto si apre con l'arrivo all'ospedale di una donna con un'ustione alla caviglia, conseguenza di una moxibustione praticata per alleviare il dolore di una slogatura. Alla ferita fisica, trascurata e in via di peggioramento, si affianca una sofferenza interiore: la morte della sorella, da lei profondamente amata, che l'ha respinta fino all'ultimo, impedendole di condividere il suo dolore.

Ferite del corpo e della mente si confrontano nell'esplorazione della dimensione del dolore e del processo umano di guarigione, una ripresa che la protagonista, colpita dal rimpianto e dal senso di colpa, sembra deliberatamente rifiutare, perché percepita come separazione e tradimento nei confronti della sorella morta.

La narrazione, condotta in seconda persona, si sviluppa su tre piani temporali: il passato, che rievoca l’infanzia e il rapporto irrisolto con la sorella; il presente, segnato dal dolore fisico ed emotivo; il futuro, noto al lettore ma non alla protagonista, in cui si colloca la guarigione dell'ustione. Il corpo diventa lo spazio privilegiato della percezione e della sofferenza: mentre le ferite fisiche possono guarire, quelle interiori restano una dimensione esistenziale che non si dissolve.

Han Kang ha dichiarato di aver tratto ispirazione per il racconto da un’esperienza personale di moxibustione, che le causò un’ustione alla caviglia, e ha osservato come la guarigione non coincida con il ritorno allo stato originario, ma con la capacità di convivere con la ferita e sopravvivere.

Il frutto della mia donna

I protagonisti sono una coppia che vive da quattro anni al tredicesimo piano di un anonimo condominio nel quartiere di Sanggye-dong nel distretto di Nowon, a Seul. L’ambiente domestico, anonimo e chiuso, incarna una condizione di alienazione e oppressione. Il loro rapporto, privo di intimità e di scambio affettivo, è segnato da una crescente distanza.

La donna, che in passato aveva desiderato viaggiare ed essere libera e che poi ha scelto di rinunciare a questa prospettiva per stare vicina all'uomo che ha sposato, matura una insoddisfazione crescente verso la propria esistenza e l'ambiente in cui vive. Un giorno sul suo corpo compaiono lividi verdastri che si moltiplicano senza spiegazione. Il marito, inizialmente indifferente, poi egoisticamente preoccupato delle conseguenze di questo malessere sul ménage domestico, le consiglia di consultare un medico, che non rileva alcuna anomalia. Mentre la salute della donna peggiora, l’uomo parte per un viaggio di lavoro di una settimana. Al ritorno, trova l’appartamento in disordine e la moglie nella veranda, già parzialmente trasformata in una pianta. Il racconto si conclude con il marito che raccoglie i frutti generati dalla moglie e li pianta in nuovi vasi.

La narrazione si apre e si chiude con il punto di vista dell'uomo, mentre la sezione centrale è affidata alla voce della donna. L'uomo, pragmatico e distaccato, si riferisce alla compagna come "mia moglie", mentre lei, fragile e silenziosa, lo chiama semplicemente “lui” (그, geu), mantenendo una distanza emotiva.In coreano 여자 (yeoja) significa «donna», ma in espressioni come 내 여자 (nae yeoja, «la mia donna») può indicare anche la moglie (아내) o la partner in senso affettivo e coniugale. Il titolo del racconto (내 여자의 열매 ) mantiene questa ambiguità tra donna/moglie, ponendo l'accento sull'idea di possesso maschile. Nel monologo della donna emergono ricordi frammentari, nella forma di un'ultima lettera alla madre. Ripercorre la propria infanzia, confessa di aver voluto allontanarsi da lei per non seguirne il destino, racconta il suo sogno ricorrente di diventare "alta come un pioppo" e di sfondare la terrazza, la sua trasformazione in donna-albero, e la sua prossima morte, "prima che arrivi l'inverno", perché il vaso in cui vive è troppo piccolo.

Critica

I due racconti condividono la descrizione di persone che vivono nel dolore e la riflessione sulla condizione femminile attraverso il binomio ferita/trasformazione. In Convalescenza, il dolore è fisico e psichico, legato alla perdita e al senso di colpa; in Il frutto della mia donna si manifesta come alienazione domestica, desiderio di fuga e ricerca di sé. In entrambi i testi, la guarigione non è ritorno all’origine, ma tensione verso l'annullamento e una nuova forma di esistenza, spesso ambigua e non risolutiva.

Il tema del dolore e della guarigione (회복, hoebok), centrale nell’opera di Han Kang, in Convalescenza viene esplorato in modo diretto, attraverso il corpo e la memoria; in Il frutto della mia donna viene declinato in chiave allegorica, surreale, affidando alla metamorfosi vegetale il compito di rappresentare una forma estrema di resistenza e dissoluzione.

Deborah Smith nella sua nota finale alla traduzione inglese del racconto Il frutto della mia donna pubblicata su Granta nel 2016, ha segnalato il racconto come antecedente diretto del romanzo La vegetariana, pubblicato da Hang circa dieci anni dopo. In entrambe le opere una donna sposata intraprende un processo di trasformazione che destabilizza la vita coniugale. Tuttavia, mentre nel romanzo la metamorfosi è interpretata dai personaggi come sintomo di disturbo mentale, nel racconto la protagonista si trasforma letteralmente in una pianta. Smith legge il racconto come una sorta di mito moderno, influenzato dal buddhismo coreano e privo di riferimenti alla mitologia greca, inserendolo in una tradizione letteraria che riflette sull'alienazione domestica, sull’industrializzazione e sull’omologazione sociale nella Corea del Sud.

Ananya Bose e Mijeong Kim offrono due letture complementari della trasformazione vegetale nelle opere La vegetariana e Il frutto della mia donna, interpretandola come forma di resistenza al sistema patriarcale e alla violenza insita nella modernità.

Bose, da una prospettiva ecofemminista e post-umana, legge la metamorfosi in pianta come un impulso di fuga: un gesto di sottrazione dalle logiche oppressive del capitalismo e della società patriarcale, ma anche simbolo di non-violenza e di resistenza silenziosa. In Il frutto della mia donna, la donna/pianta incarna inoltre un desiderio di riconnessione con la terra e con il corpo materno: le radici diventano metafora di un cordone ombelicale, espressione di un bisogno profondo di nutrimento e protezione, che si oppone alla frammentazione e all’alienazione imposte dalla modernità.

Mijeong Kim, in una lettura deleuziana, interpreta la “vegetalità” come atto creativo e generativo, un rifiuto attivo del sistema normativo e una ricerca di forme di vita alternative. Le protagoniste di entrambi i racconti, pur immerse in situazioni di forte disagio, non reagiscono con aggressività e violenza verso l'esterno, ma scelgono una modalità di esistenza pacifica e coesistente, affidandosi alla trasformazione vegetale come via di resistenza. Secondo Kim, questa scelta si colloca nella poetica di Han Kang, che contrappone il mondo vegetale, silenzioso e non predatorio, all’animalità violenta che caratterizza la società umana.

Altre letture, come quella di Choi Sung Yun, hanno proposto un'interpretazione più radicale, divergendo dagli studi che leggono l'immaginario botanico come un fattore positivo, o ambivalente: regressione e annientamento, ma anche guarigione e liberazione da un’esistenza vissuta come prigione. Secondo Choi la trasformazione della protagonista in una pianta non è simbolo di rinascita o di fuga ecologica, ma una critica amara del matrimonio e della società patriarcale. La donna, che aveva sognato di essere libera, girare il mondo, rifiutando il modello tradizionale materno, ha infine scelto di investire i suoi averi per pagare la caparra della casa in cui vivere stabilmente con il marito e le spese del matrimonio. L'appartamento è diventato il suo "vaso" in cui si sente soffocare. L'anelito alla trascendenza, alla "fuga verticale" descritto alla madre attraverso il sogno di diventare un pioppo e spingersi verso il cielo per nutrirsi di vento, sole e acqua, è destinato a fallire, perché la pianta in vaso non può radicarsi liberamente ed è costretta ad una vita di dipendenza. Il marito, infatti, gestisce la sua vita e la sua morte, e finisce per piantare i suoi "frutti" in nuovi vasi, condannando anche loro allo stesso tragico destino: poiché la donna è "sua", anche i suoi frutti appartengono a lui.

Choi interpreta il racconto come microcosmo della società patriarcale in cui l'uomo detiene l'egemonia e la vita della donna è influenzata dalla sua volontà, i desideri limitati fin dall'inizio, o realizzati solo in parte.

Dominic O’Key approfondisce questa visione, interpretando la metamorfosi come “letteralizzazione ironica” delle aspettative sociali: la donna diventa ciò che il marito e la società si aspettano che lei sia - silenziosa, fertile, decorativa - simile ad una "pianta da appartamento". La sua trasformazione passiva si trasforma in una forma paradossale di ribellione, stretta tra la fecondità e l'obbedienza imposte dalla società e l'evasione dalle sue costrizioni.

Edizioni

Note

Bibliografia

Voci correlate Letteratura coreana La vegetariana Ecofemminismo

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