Il Consiglio della Corona era un organo consultivo che assisteva il Re d'Italia nell'esercizio delle sue attribuzioni.
Non previsto dallo Statuto del Regno, aveva carattere straordinario, a differenza delle altre monarchie in cui organi simili erano riuniti regolarmente.
Sedute note Il Consiglio venne riunito da Vittorio Emanuele III nei momenti più concitati del suo regno. La prima seduta più nota fu quella convocata per il 25 settembre 1919, a seguito dell'istituzione della Reggenza del Carnaro da parte di D'Annunzio. I membri in quell'occasione furono: il Re; Presidenti delle Camere (in carica ed ex); Presidente del Consiglio (in carica ed ex); Ministro degli Esteri; Ministro della Guerra; Ministro della Marina; Capo di Stato Maggiore dell'Esercito; Capo di Stato Maggiore della Marina; leader dei partiti in Parlamento. il re ritenne necessario andare oltre il governo in carica e consultare ufficialmente le personalità più rappresentative delle Istituzioni. Questa scelta venne criticata dal partito comunista che non vedeva di buon occhio che un organo non previsto dall'ordinamento scavalcasse il Parlamento. Ma il re non volle ripetere quanto era accaduto nella settimana del “radioso maggio” 1915, quando il governo presieduto da Antonio Salandra il 13 si dimise perché dichiaratamente privo di consenso parlamentare, salvo ripresentarsi tre giorni dopo per chiedere e ottenere i pieni poteri: "mentre la casa andava a fuoco, non si potevano attendere i comodi di politicanti e mestatori".
A seguito del 25 luglio 1943 il Consiglio venne riunito più volte per decidere come proseguire la guerra. Un Consiglio della Corona del 7 Agosto 1943 (composto, oltre che dal sovrano, dal Maresciallo Badoglio, dal Capo di Stato Maggiore Vittorio Ambrosio, dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Roatta e dal comandante del SIM Carboni) approvò la decisione di uscire dalla guerra a maggioranza di due terzi mentre. In un'altra riunione del 1º Settembre, alla quale Vittorio Emanuele non partecipò, parteciparono anche il Ministro degli Esteri Raffaele Guariglia, il generale Giuseppe Castellano e il Ministro della Real Casa d'Acquarone, in rappresentanza de re, vennero accettate le clausole dell’armistizio corto – ovvero della resa incondizionata.
L'8 settembre venne riunito alle 18,30 per discutere se rispettare l'armistizio o meno. Eisenhower, per evitare ulteriori tentennamenti da parte degli italiani, aveva comunicato tramite Radio Algeri che le Forze Armate italiane si erano arrese incondizionatamente, gettando nel panico il Governo italiano. Questo, infatti, era convinto che l'annuncio sarebbe stato dato il 12 di settembre. Di fronte a questa accelerazione, la maggioranza del Consiglio era pronta a non adempiere agli obblighi assunti e a sconfessare le parole di Eisenhower. Al Consiglio, in questa occasione, vi parteciparono il re, il Primo Ministro Badoglio, il generale Ambrosio, Carboni, De Stefanis (per Roatta) e Puntoni, con i tre ministri militari, de Courten della Marina, Sorice della Guerra e Sandalli dell'Aviazione, più d'Acquarone e un giovane addetto di Ambrosio, il maggiore Marchesi.
La decisione stava per essere messa a verbale, quando Marchesi fece notare che la firma dell’armistizio era stata filmata e fotografata dagli americani. Un dietrofront sarebbe stato a questo punto letale per la monarchia. Dopo una breve riflessione, Vittorio Emanuele ordinò a Badoglio di rendere pubblico l’armistizio, cosa che fece annunciandolo alla radio tramite un controverso proclama. Nella stessa seduta fu disposta la fuga di Vittorio Emanuele III; non furono discusse, invece, disposizioni da lasciare alle Forze armate in vista dell'abbandono di Roma.
Note
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