Lunità dell'intelletto (chiamata anche unicità dell'intelletto o monopsichismo),"5.4: Averroes' Unicity Thesis", in: è una teoria proposta dal filosofo medievale andaluso Averroè (1126-1198) secondo la quale tutti gli esseri umani condividono lo stesso intelletto. Averroè espose la sua teoria in un esteso commento all'opera di Aristotele Sull'anima per spiegare come la conoscenza universale sia possibile all'interno della filosofia della mente aristotelica.
La teoria di Averroè riprendeva le idee di Aristotele, Plotino, Al-Farabi, Avicenna (Ibn Sina) e Avempace (Ibn Bajja).
Una volta che le traduzioni latine delle opere di Averroè divennero disponibili nel XIII secolo, questa teoria fu ripresa e ampliata dagli averroisti nell'Occidente cristiano, come Sigieri di Brabante (c. 1240 - c. 1284), Giovanni di Jandun (1285 circa – 1328) e John Baconthorpe (1290 circa – 1347). Il monopsichismo influenzò anche la filosofia politica laica di Dante Alighieri (1265 circa – 1321) nel XIV secolo. Tuttavia, fu respinta da altri filosofi, tra cui Tommaso d'Aquino (1225 – 1274), che ne scrisse una critica dettagliata, e Averroè ricevette la condanna dalle autorità della Chiesa cattolica.
Contesto L'idea di un intelletto unico e universale associato a tutta la conoscenza umana era stata proposta da filosofi precedenti ad Averroè. Il filosofo greco Aristotele (384-322 a.C.) propone un “intelletto attivo” che rende possibile il pensiero producendo gli intelligibili, proprio come la luce permette di vedere illuminando ciò che in potenza è visibile. Plotino (morto nel 270), le cui opere erano ben note nel mondo islamico, propose che gli esseri umani acquisissero la conoscenza attraverso la loro relazione con un intelletto divino. I filosofi musulmani Al-Farabi (morto nel 951) e Avicenna (morto nel 1037) svilupparono ulteriormente questa teoria e la chiamarono “intelletto agente”, che dà forma alla materia e facilita la conoscenza umana. Avempace (m. 1138) propose una teoria dell'intelletto che avrebbe influenzato quella di Averroè, ma gli studiosi non sono d'accordo sulla portata del suo pensiero e su come interpretare i suoi scritti.
L'idea di Averroè si differenziava dai suoi predecessori in quanto questi ultimi sostenevano che l'intelletto universale fosse una realtà al di fuori della mente umana e che ogni individuo avesse il proprio intelletto, mentre Averroè identificava l'intelletto unico con la mente di tutti gli esseri umani. Sebbene Averroè esponga le sue idee generali sull'intelletto umano in tutti e tre i commentari all'opera di Aristotele Sull'anima, questa teoria appare solo nell'ultimo e più esteso dei tre testi.
Teoria La tesi originale di Averroè Averroè sostiene, come afferma lo storico della filosofia Peter Adamson, che «esiste una sola e unica capacità umana di conoscenza umana». Egli la definisce, utilizzando la terminologia contemporanea, «intelletto materiale», che è lo stesso per tutti gli esseri umani. L'intelletto è eterno e pensa continuamente a tutto ciò che può essere pensato. Esso utilizza le facoltà (ad esempio il cervello) dei singoli esseri umani come base per il suo processo di pensiero. Il processo che avviene nel cervello umano è chiamato fikr da Averroè (noto come cogitatio in latino), un processo il cui contenuto non è la conoscenza universale, ma la “considerazione attiva di cose particolari” che la persona ha incontrato. Questo uso delle facoltà umane spiega perché il pensiero si può vivere anche all'interno di un'esperienza individuale: il singolo cervello e la singola persona sperimentano il proprio pensiero quando l'intelletto universale si avvale di essi per pensare a un oggetto particolare.
Per Averroè, la conoscenza universale esiste perché la capacità di conoscenza è stata riposta in ogni ente razionale.
Egli impiegò questa teoria anche per interpretare alcuni passaggi dell'opera di Aristotele Sull'anima.
Averroisti latini A partire dal XIII secolo, gli scrittori dell'Europa occidentale tradussero le opere di Averroè in latino, dando vita a una cerchia di seguaci nota col nome di Averroisti latini. Gli averroisti latini ripresero, tra le altre idee di Averroè, la teoria dell'unità dell'intelletto e la svilupparono ulteriormente. Sigieri di Brabante sostenne che questo intelletto unico fosse associato al corpo umano solo in una “unione operativa”. Giovanni di Jandun affermò che l'intelletto opera all'interno del corpo ed è unito ad esso grazie ai phantasmata. Un altro averroista, John Baconthorpe, propose che esistesse un aspetto ontologico e uno epistemologico dell'unione tra l'intelletto unico e il corpo, sviluppando una teoria chiamata “doppia congiunzione” (in latino: copulatio bifaria). Egli asserì che l'intelletto diventasse una facoltà umana grazie alla congiunzione ontologica.
Ricezione Favorevoli
Mentre le opere di Averroè ebbero un'influenza molto limitata nel mondo islamico, la traduzione latina godette di un vasto pubblico nell'Europa occidentale. La tesi dell'unità dell'intelletto, in particolare, diede vita a una controversia intellettuale nella cristianità latina. Molti pensatori, specialmente gli averroisti, trovarono interessante questa teoria perché spiegava la conoscenza universale e giustificava l'idea aristotelica dell'anima intellettiva. Gli averroisti latini che sostenevano questa teoria spesso la elaboravano ulteriormente e cercavano di risolvere questioni che Averroè non aveva affrontato nella sua opera originale (si veda la sezione precedente). Dante Alighieri utilizzò la teoria di Averroè come base per la sua filosofia politica secolarista nel trattato De Monarchia. Egli sosteneva che, dato che tutta l'umanità condivide un unico intelletto, gli uomini dovrebbero essere politicamente uniti per raggiungere i loro obiettivi più alti quali la pace universale e la felicità sulla terra.
Critici
Altri pensatori, tuttavia, si opposero a questa teoria. Molti intelletuali scolastici, tra cui san Tommaso d'Aquino, la criticarono perché non era in grado di spiegare in che modo gli esseri umani fossero capaci di pensare autonomamente come singoli individui e come questo intelletto unico potesse associato al corpo umano. Essi criticarono la tesi anche dal punto di vista teologico; infatti, se esistesse una sola anima eterna e il pensiero individualizzato avvenisse solo mediante una facoltà di ordine inferiore che perisce con il corpo quando una persona muore, allora la teoria non riesce a garantire l'immortalità e la vita ultraterrena della singola persona. In altre parole, tale teoria nega l'anima e l'intelleto individuali-personali e la loro immortalità.
Tommaso d'Aquino scrisse un trattato intitolato De Unitate Intellectus, Contra Averroistas (“Sull'unità dell'intelletto, contro gli averroisti”), che conteneva argomentazioni dettagliate per confutare questa teoria. Egli utilizzò le opposizioni filosofiche e teologiche sopra menzionate e la sua interpretazione di Aristotele per dimostrare che Averroè aveva frainteso le parole dello Stagirita. Le autorità della Chiesa cattolica condannarono la teoria, insieme ad altre idee di Averroè, nel 1270 e nel 1277 (dal vescovo Étienne Tempier di Parigi) e nuovamente nel 1489 a Padova in un sinodo diocesano locale.
Nella filosofia contemporanea Lo storico della filosofia Peter Adamson afferma che la teoria sembra “palesemente falsa”. per l'uomo contemporaneo. Tuttavia, egli sottolinea anche che ai tempi di Averroè si trattava di un'interpretazione ragionevole delle idee di Aristotele, sebbene non necessariamente accettata dagli altri filosofi coevi. Secondo Adamson, è possibile muovere critiche moderne alla teoria, ad esempio mettendo in discussione l'idea di “conoscenza universale” che essa cerca di spiegare.
Solo perché un fatto (ad es. “tutte le rane sono anfibi”) è universale ciò non significa che l'atto di pensare tale fatto debba essere anch'esso universale. Se esiste una conoscenza universale, ciò non implica che l'atto di pensarla sia universale, che tutti gli intelletti pensino tale conoscenza integralmente. Se l'atto di pensiero di questa conoscenza universale non è parimenti universalecome il suo contenuto, viene meno la necessità di postulare un unico intelletto comune.
La teoria del cervello globale è l'equivalente materialistico della teoria averroista dell'intelletto unico.
Note
Bibliografia
Chisholm, Hugh, ed. (1911). "Arabian Philosophy" . Encyclopædia Britannica. Vol. 2 (11th ed.). Cambridge University Press. pp. 276–283.
Voci correlate Inconscio collettivo Anamnesi Panpsichismo Anima del mondo
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