Chahartaq (), Chartaq (), chartaqi () o chahartaqi (), lett. "[avente] quattro archi", è un termine moderno per un'unità architettonica equilatera costituita da quattro archi o brevi volte a botte tra quattro pilastri angolari, con una cupola su pennacchi sopra il quadrato centrale; questo quadrato e le campate laterali sotto gli archi o le volte a botte costituiscono insieme una stanza con pianta cruciforme i cui accessi erano dotati di porte e strutture secondarie (ambulacri ed altro). La struttura richiama l'unità architettonica romana del tetrapilo dalla quale però si discosta non tanto per la presenza della cupola quanto per il fatto di non essere un chiosco aperto.....

Questi edifici furono utilizzati in Persia sin dal II secolo in correlazione allo Zoroastrismo, spesso con funzione di tempio del fuoco.. L'esatto utilizzo storico e rituale è però ancora dibattuto poiché questa forma a cupola è stata utilizzata ininterrottamente in vari contesti, tanto religiosi quanto laici, e il termine dovrebbe pertanto essere utilizzato solo per riferirsi all'unità architettonica e non intendersi come sinonimo di "tempio del fuoco"..

Come unità architettonica, il čahārṭāq è stato adottato nell'architettura islamica, dopo la conquista islamica della Persia (633-644), trovandovi svariati usi. Oggi, è uno degli elementi tradizionali dell'architettura iranica che ispira architetti ed ingegneri, iraniani ma non solo, nella realizzazione di opere postmoderne di sapore tradizionale: es. l'architetto Hossein Amanat s'ispirò al čahārṭāq nella progettazione della celebre Torre Azadi di Teheran.

Correlato al čahārṭāq è il čahārqāpū (, lett. "[avente] quattro porte"), cioè la medesima unità architettonica ma inserita entro una più strutturata planimetria palaziale.

Premessa Il termine moderno čahārṭāq è divenuto d'uso comune perché permette di descrivere molte rovine osservabili nelle contrade dell'antica Persia e riportate dai primi iranisti nei loro schizzi, pensiamo per esempio alle illustrazioni nel Voyage en Perse (1851) dall'archeologo francese Eugène Flandin (1809-1889). La maggior parte di queste rovine sono però solo i nuclei superstiti di edifici più complessi, da cui sono scomparsi muri di cinta, ambulacri e stanze secondarie.

Poiché l'unità cupolata con quattro archi assiali è stata utilizzata ininterrottamente in contesti sia religiosi sia laici per un periodo di oltre anni, il termine non può essere considerato indicativo di un singolo tipo di edificio funzionale; deve essere utilizzato solo nel suo senso letterale, per identificare una specifica forma architettonica. Ciò significa che anche se taluni čahārṭāq sono stati effettivamente utilizzati come templi del fuoco zoroastriani (pal. ātaškada) ciò non implica che, come erroneamente sostenuto nel 1938 dall'archeologo francese André Godard (1881-1965), tutti i templi del fuoco avessero la forma del tetrastilo cupolato.

Sussiste inoltre una problematica archeologica di fondo. L'attribuzione al periodo sasanide di un čahārṭāq deve essere supportata da prove archeologiche poiché la tecnica edilizia sasanide non mutò sostanzialmente dopo la conquista islamica della Persia (633-644) e il modello del tetrastilo cupolato piacque ai costruttori musulmani che lo rimpiegarono ampiamente. Pertanto, datare l'edificio a un periodo o all'altro è spesso problematico....

Descrizione

Il čahārṭāq è un edificio equilatero, solitamente con pareti diritte e prive d'elementi esterni, con un fornice (arco o breve volta) a botte in ogni lato, poggiante sui pilastri angolari che fungono anche da sostegno per i pennacchi della cupola che può essere o meno dotata di tamburo. Questo quadrato e le campate laterali sotto gli archi o le volte a botte delimitano un'area/stanza a pianta cruciforme. La cupola era semi-ellittica, come tipico nell'architettura sasanide.

Secondi alcuni studiosi, il čahārṭāq è, dopo l'iwan, l'elemento più caratteristico dell'architettura iranica pre-islamica,. nonché uno dei primi concreti esempi d'uso della cupola nell'architettura persiana.. Eccezion fatta per la cupola, forte è la similitudine tra quest'unità architettonica persiana e quella romana del tetrapilo, consideriamo a titolo di esempio quello eretto da Settimio Severo nella natia Leptis Magna nel 205-209, che era però una struttura sempre aperta, priva cioè di porte ch'erano invece presenti nel čahārṭāq, alla stessa stregua dell'arco trionfale.

Conosciamo oggi una cinquantina di čahārṭāq nel territorio dell'antica Persia. Misurano generalmente 8-10 m di lato e possono essere isolati o integrati in un gruppo di edifici. Le varianti sono numerose: può esserci un corridoio su tre o quattro lati, un iwan, una stanza perpendicolare, degli edifici adiacenti; la cupola può essere dotata di tamburo, come anticipato, o circondata da una galleria colonnata (come nel Tempio del fuoco di Amol) ecc. In generale, l'orientamento dell'edificio verso i punti cardinali avviene tramite gli angoli ma a volte anche tramite i lati, come a Tureng Tepe, o è assente, come nei čahārṭāq del santuario di Taq-e Suleiman.

Storia Origini

Il tema delle origini del čahārṭāq è anzitutto materia di controversia. L'insieme dei dati in nostro possesso porterebbe però ad escludere l'origine squisitamente persiana proposta dai primi iranisti. quanto piuttosto una rielaborazione di strumenti e modelli architettonici a disposizione dei costruttori iranici. La realizzazione di archi e volte a pennacchi in mattoni è stata infatti ben attestata nella Mesopotamia del III-II millennio a.C. con addirittura dei precursori nelle volte a mensola di alcune tombe di Ur.

Non vi sono oggi prove dell'esistenza del čahārṭāq propriamente detto in Persia prima del III secolo, quando cioè la dinastia arsacide (247 a.C.-224) fu soppiantata dalla dinastia sasanide (224-651). La pianta cruciforme appare in forma rudimentale in edifici parti, come il castello di Zahhāk nell'Azerbaigian Orientale, che risentono però evidentemente dell'influenza di forme architettoniche romane mutuate dalla Siria romana ove, tra II e III secolo, strutture coperte da cupole a pennacchi che circoscrivevano il quadrato furono utilizzate nelle Terme occidentali di Gerasa, nel mausoleo noto come "Qasr Nuwayjis" di Amman,. nel c.d. "Praetorium" di Phaena (poi riconfigurato in una chiesa con pianta a croce inscritta in epoca bizantina) e altrove.

Persia sasanide

Uno dei più antichi esemplari pervenutici e già esemplificato della categoria è il čahārṭāq di Neyasar (Esfahan), nel cuore della Persia, presumibilmente una costruzione ancora arsacide: l'edificio sviluppa concentricamente ad un piedistallo quadrato e la sua cupola è dotata di tamburo, parimenti quadro.

Il primo esempio di čahārṭāq prettamente sasanide, il Taq-e Nisim, si trovava invece a Firuzabad (Fars), città ristrutturata come capitale dal fondatore della dinastia, Ardashir I (r. 224-241), dopo la sua vittoria su Artabano V (r. 216-224), ultimo Re dei Re dei Parti. L'unità architettonica, in pietra tagliata con cupola in mattoni, non era aperta, bensì dotata di quattro porte chiudibili, precedute da altrettanti atri o anticamere sporgenti dal blocco centrale dell'edificio. Ardashir I fu anche committente di due complessi palaziali nei dintorni di Firuzabad, il castello-palazzo Dezh Dokhtar (it. "Castello della Fanciulla"), sua iniziale residenza, ed il palazzo Atash-kadeh, sua dimora dopo la proclamazione a nuovo Shāhānshāh, entro i quali il cubo cupolato a quattro varchi, in questo caso nella forma del čahārqāpū poiché parte di una più complessa planimetria, già figurava..

Al periodo sasanide data l'impiego del čahārṭāq quale struttura per contenere il fuoco sacro zoroastriano, l'ātar, e quindi come edificio-tipo per il tempio del fuoco (pal. ātaškada). Fino ad allora, lo Zoroastrismo aveva costruito pochi o nessun luogo sacro. Con i Sasanidi, lo Zoroastrismo divenne religione di stato. e gli edifici dedicati al culto del fuoco presero piede: templi destinati ad ospitare un fuoco perpetuo, simbolo della luce divina, l'accesso nei quali era privilegio della casta sacerdotale (pal. asronan) mentre i fedeli, dall'esterno, dovevano accontentarsi di adorare il fuoco da una delle aperture.. Gli edifici templari zoroastriani svilupparono poi forme più complesse, mentre gli asronan crescevano in potenza nella società imperiale similarmente a quanto avrebbe fatto nell'Europa medievale la Chiesa.. Entro questi complessi templari dotati inevitabilmente di strutture secondarie/di supporto (dormitori e mensa per il clero, gli schiavi ed i pellegrini, magazzini, ecc.) l'unità architettonica del čahārṭāq poteva essere ripresa innumerevoli volte: così, nella proposta ricostruzione del tempio del fuoco del borgo montano di Abyaneh (Esfahan) si considera la presenza di almeno due distinti tetrastili cupolati, come per i ruderi del complesso templare zoroastriano di Konar Siah, nel Fars, mentre è confermata la presenza di diversi čahārṭāq nel grande tempio del fuoco di Esfahan.. La ragione del moltiplicarsi dei čahārṭāq nei complessi templari più grandi è ancora dibattuta: la tesi suffragata dall'iranista tedesco Klaus Schippmann (1924-2010), basata sulle interpretazioni del già citato Godard, è che l'unità architettonica collocata alla sommità del complesso potesse fungere da luce di segnalazione come un vero e proprio faro nel mezzo del brullo paesaggio persiano.

Il più grande esempio di čahārṭāq fu quello commissionato da Sapore I (r. 241-270), figlio ed erede di Ardashir I, nella città da lui fondata di Bishapur (Fars). L'unità, la cui cupola aveva un diametro di oltre 27 m, fu la prima ad essere circondata da un ambulacro che la integrava al circostante complesso palaziale del sovrano. Probabilmente utilizzato come tempio del fuoco, si sarebbe trovato interconnesso ad una limitrofa struttura semi-sotterranea dotata di stagno sacro interpretabile come un tempio di Anahita.

Dal tardo periodo sasanide sono noti esempi di čahārṭāq, sia come unità isolate sia circondato da deambulatorio, tutti in varie permutazioni: ad esempio, quelli scavati nel santuario del Qal-e Kaferan sul Monte Khajen,... nel santuario di Takht-e Soleyman. e nel Qaḷʿeh-i Yazdigird (tutti con ambulacri e stanze aggiuntive) o quello rinvenuto nell'importante sito iraniano di Tureng Tepe (un semplice cubo chiuso, forse con una stanza d'ingresso o un riparo). Innumerevoli altri čahārṭāq sono stati segnalati. ma la maggior parte è documentata solo superficialmente e tracce di muri di cinta, corridoi circostanti o stanze adiacenti sono state spesso trascurate. Il čahārqāpū stesso seguitava nel frattempo ad essere utilizzato nell'edilizia palatina sasanide: il palazzo fatto costruire da Bahram V (r. 420-438) a Sarvestan, nell'immensa pianura desertica del Fars, per esempio, conferma la stanza cupolata cruciforme come anticamera della sala del trono....

A Takht-e Soleyman, nello specifico, sono stati rinvenuti due čahārṭāq: il più grande, circondato da un muro, con una cupola di 8 metri di diametro, attribuito alla committenza di Cosroe I (r. 531-579), e il c.d. "Adur Gushnasp", uno dei "Tre Fuochi di Bahram", che divenne meta di pellegrinaggio zoroastriani dai tempi di Cosroe II (r. 590-628). La sua pianta, particolarmente confusa, differisce da quella degli altri templi, probabilmente in ragione della sua duplice funzione di edificio d'uso regale e luogo di pellegrinaggio, contenendo due altari del fuoco (uno pubblico e uno accessibile solo dal limitrofo palazzo reale e quindi, presumibilmente, d'esclusivo uso regale).Circa la funzione sacerdotale della famiglia reale sasanide ed il suo ruolo nella gestione della religiosità zoroastriana nazionale si veda .

Nell'ecumene musulmano