La Liberazione di san Pietro è un dipinto a olio su tela (105 × 136 cm) realizzato da Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino, intorno al 1622 e conservato al Museo del Prado di Madrid. Storia La prima menzione del dipinto risale al 1768, quando passò dalla collezione del marchese de la Ensenada a Carlo III di Spagna. È registrato nei cataloghi del Palazzo Reale di Madrid del 1772, 1794 e 1814. Prima del 1843 entrò nelle collezioni del Museo del Prado. Fu pubblicato da Sánchez nel 1965 e in seguito da Salerno.

Data la stretta analogia con il San Matteo e l’angelo della Pinacoteca Capitolina, la maggior parte degli studiosi tende a collocare l’esecuzione delle due opere nel periodo romano, verosimilmente intorno al 1622. Denis Mahon propone una datazione contemporanea alla pala della Santa Petronilla sepolta e accolta in cielo, per «l’analoga enfasi sulla solidità delle forme».

Per quanto riguarda la committenza, Massimo Pulini ha ipotizzato che, qualora fosse accettata l’autografia da lui proposta per la pala raffigurante Sant’Agostino nella basilica di San Pietro in Vincoli a Roma, verosimilmente coeva al dipinto del Prado, gli amministratori della chiesa romana potrebbero essere stati i committenti di entrambe le opere. Descrizione e stile Il soggetto, tratto dagli Atti degli Apostoli (12, 6-11), raffigura l’intervento di un angelo che, durante la notte, libera san Pietro dalla prigione di Erode Antipa, facendogli cadere le catene e guidandolo verso l’uscita, mentre i carcerieri dormono. San Pietro, incatenato al pavimento della prigione e disteso su un giaciglio di stuoia, è appena destato da un giovane angelo che gli indica la via e il momento propizio per la fuga, mentre il carceriere dorme, figura che richiama da vicino i soldati addormentati nella Liberazione di san Pietro (Raffaello) di Raffaello. Nel dipinto del Prado, uno dei vertici dell’arte del Guercino, il controluce che avvolge il volto dell’apostolo si unisce, lungo un arco formato dalle braccia e dalle spalle, al profilo femmineo dell’angelo, investito da un raggio di luce radente. Secondo Denis Mahon, nella Liberazione di san Pietro Guercino abbandona i «capricci fuggevoli e il sentimento per l’atmosfera» che avevano caratterizzato la sua pittura precedente, per giungere a una resa più solida e misurata delle figure.

Enrico Ghetti mette in rilievo la continuità compositiva con il San Matteo e l'angelo, pur sottolineando la sostanziale differenza stilistica tra i due dipinti: nel San Pietro, coevo alla monumentale pala con la Sepoltura e gloria di santa Petronilla, l’artista mostra infatti i frutti di una meditazione su Caravaggio — evidente nelle ombre più compatte e nell’omaggio alla Deposizione della Pinacoteca Vaticana — ma anche l’assimilazione della teoria classica di monsignor Agucchi e del Domenichino. Le figure dell’apostolo e dell’angelo, più contenute e salde, riflettono una nuova disciplina compositiva e luministica. Pulini osserva che, rispetto al San Matteo e l'angelo, la stesura pittorica risulta più fredda e nitida, con una gamma cromatica meno calda, e ipotizza che Guercino si fosse già avvalso, in questa fase, della collaborazione di Matteo Loves.

All'Albertina di Vienna si conserva un disegno preparatorio a sanguigna, che secondo Stone potrebbe essere stato utilizzato sia per il San Matteo e l'angelo sia per la Liberazione di san Pietro. Sebbene la posizione del santo ricordi più quella di Matteo, l'angelo indica con la destra una via di fuga, come nella Liberazione di san Pietro, sebbene in direzione opposta.

Note

Bibliografia

Collegamenti esterni Scheda dell’opera sul sito del Museo del Prado

Categoria:Dipinti del Guercino Categoria:Dipinti sulla liberazione di san Pietro Categoria:Dipinti nel Prado