Rinaldo addormentato rapito da Armida è una pittura murale a tempera realizzata da Giovanni Francesco Barbieri, detto Guercino. La datazione proposta da Mahon al 1621, prima dell'inizio dei lavori al Casino Ludovisi, è accettata da Salerno, e da tutta la critica successiva. La pittura decora il soffitto di una sala di Palazzo Costaguti a Roma, nota come Sala di Rinaldo.

Storia Il palazzo apparteneva alla famiglia Patrizi, che con un avviso del 9 novembre 1620 propose di permutare la propria residenza in Piazza Mattei con il palazzo Capodiferro (oggi Spada), ma la trattativa non ebbe seguito.

Un altro avviso del 21 settembre 1624 informa che i Patrizi vendevano ai Costaguti il loro Palazzo in Piazza Navona, per un prezzo di 72000 scudi. Si tratta di un errore, infatti Luigi Lotti nel suo libro I Costaguti e il loro palazzo in piazza Mattei indica correttamente l'ubicazione del palazzo. La proprietà del palazzo passò dai Patrizi ai Costaguti nei primi mesi del 1624.

Luigi Salerno ha consultato personalmente l'archivio della famiglia Afan de Ribera, proprietaria dell'edifico, confermando che l'indicazione di Piazza Navona era effettivamente una svista di E. Rossi. Inoltre, grazie alla consultazione dell’Archivio apostolico vaticano, è stato accertato che il committente dell’opera fu monsignor Costanzo Patrizi, morto il 26 gennaio 1624. Il nuovo studio ha anche evidenziato che il marchese Costanzo Patrizi — nel cui palazzo si trova la decorazione — era stato nominato da Paolo V Tesoriere della Camera apostolica.

Descrizione e stile L’opera raffigura un episodio della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso (Canto XIV, stanza 68), un testo sul quale Guercino aveva meditato anche negli anni immediatamente precedenti. Il soggetto è il rapimento di Rinaldo da parte della maga Armida, invaghitasi del giovane e riuscita ad addormentarlo con i suoi incantesimi per condurlo nella dimora fatata dell’isola Fortunata.

La scena, costruita con fedeltà ai versi Torquato Tasso, presenta il carro della maga trainato da dragoni: Rinaldo vi giace privo di sensi, in posizione supina e la testa reclinata all’indietro, secondo una tipica iconografia che richiama quella del Tancredi ferito della Galleria Doria Pamphilj. Armida, collocata in alto, guida il carro impugnando una verga, mentre alle sue spalle vola Cupido che ripone le frecce, non più necessarie, nella faretra. Nella parte inferiore si addensano nuvole scure, in contrasto con il cielo più chiaro sovrastante.

Nella scelta compositiva prevale un forte dinamismo, tratto caratteristico del pittore già sperimentato negli affreschi di casa Pannini. Guercino evita la formula del quadro riportato, che si limita a trasferire sulla superficie del soffitto la visione laterale, ma rinuncia anche a un punto di vista rigidamente dal basso che avrebbe reso poco leggibili le figure. Opta così per una visione progressivamente inclinata, con l’inserimento di una nube che maschera gli scorci più ardui e con l’adozione dei draghi serpentiformi, non menzionati da Tasso, per evitare gli scorci troppo dei corpi dei cavalli. La scena è incorniciata da una finta architettura «a buon fresco» eseguita da Agostino Tassi, con colonne tortili e balaustre da cui si affacciano figure illusionistiche. Pur con i suoi effetti dinamici, l’immagine resta pienamente contenuta entro il perimetro dell’inquadratura architettonica, senza gli sconfinamenti prospettici che caratterizzeranno più tardi la volta del Casino Ludovisi.

Il motivo del carro trainato da serpenti rimanda al modello classico del carro di Medea; un'altra fonte di ispirazione potrebbe derivare da un’incisione di Giulio Bonasone.

Note

Bibliografia

Categoria:Dipinti del Guercino Categoria:Dipinti a Roma Categoria:Opere basate sulla Gerusalemme liberata Categoria:Dipinti a soggetto letterario