Danti del Cento è una denominazione biblio-storiografica con cui la critica, a partire dall’erudizione moderna, ha indicato un gruppo di manoscritti della "Divina Commedia" di Dante Alighieri accomunati da caratteristiche testuali e materiali ritenute affini, senza che ciò implichi necessariamente l’esistenza di una famiglia stemmatica unitaria.
Storia della denominazione
L’espressione si colloca nel quadro della riflessione erudita sui manoscritti danteschi della "Divina Commedia" avviata da Vincenzo Borghini, filologo e linguista cinquecentesco, che nella "Lettera intorno a’ manoscritti antichi"; affrontò il problema dell’autorialità e della trasmissione dei codici della "Commedia", come peraltro delle opere letterarie in volgare di Petrarca e Boccaccio e altri, discutendo i criteri per valutare le varianti dei manoscritti, distinguere le fonti e ricostruire il testo più vicino all'originale, secondo un approccio pionieristico per l'epoca e fondante per la storia della "Filologia Volgare".
Tale impostazione fornì il presupposto per successive sistematizzazioni ottocentesche.
Nel secondo Ottocento la categoria dei "Danti del Cento" fu ripresa e discussa da Ugo Marchesini, che dedicò al tema due contributi specifici, volti a individuare i tratti comuni di questo insieme di testimoni e a valutarne il peso nella tradizione del testo.;
L'autore: l'opzione ottocentesca I "Danti del Cento" furono dapprima considerati opera di un solo trascrittore, Francesco di ser Nardo da Barberino, la cui attività di copista svolta a Firenze nei decenni centrali del secolo XIV è ritenuta feconda e rilevante.
Studi successivi hanno invece attribuito la loro realizzazione «a un'officina scrittoria di Firenze, forse iniziata dallo stesso Francesco».
La circostanza che «uno dei capostipiti del gruppo [fosse] il "Codice Laurenziano Pluteo 90 sup. 125" della "Biblioteca Laurenziana" di Firenze, di mano per l'appunto di Francesco», fece propendere per la identificazione autoriale con quell'«amanuense», di cui Borghini scrisse che «con cento Danti ch'egli scrisse, maritò non so quante sue figliuole; e di questo se ne trova ancora qualcuno, che si chiamano 'di quei del cento', e sono ragionevoli, ma non però ottimi».
Tradizione manoscritta Uno degli archetipi del gruppo è stato individuato nel «"Gaddiano 90 sup. 125" della "Biblioteca Laurenziana" di Firenze, ritenuto «di mano per l'appunto di Francesco».
Il Codice Laurenziano Pluteo 90 sup. 125, detto anche "Gaddiano" perché appartenuto alla nobile famiglia fiorentina dei Gaddi, e conservato a Firenze presso la Biblioteca Medicea Laurenziana, è un codice pergamenaceo formalizzato negli anni '40 del '300 e contenente anche il volgarizzamento del boeziano De consolatione philosophiae" di Alberto della Piagentina e la "Commedia" di Dante, ma con le tre cantiche acefale. In origine era forse completo di miniature. La grafia è una scrittura bastarda a base cancelleresca.; ; ;
Rilettura novecentesca Nel Novecento la nozione è stata ricondotta entro un quadro metodologico più cauto da Giorgio Petrocchi, che nell’"Introduzione" all’edizione della "Commedia secondo l’antica vulgata" ha ridimensionato la portata stemmatica dei "Danti del Cento", interpretandoli come categoria descrittiva utile alla storia degli studi, ma non decisiva ai fini della ricostruzione critica del testo.
Andrea Mazzucchi, nella sua analisi del manoscritto CF 2 16 custodito presso la Biblioteca Oratoriana dei Girolamini di Napoli, il cosiddetto "Codice Filippino", in accosta alla «tradizione fiorentina dei “Danti del Cento”» le Chiose filippine, dal codice tramandate.
Valore e limiti della categoria Nella critica più moderna i "Danti del Cento" sono pertanto considerati un raggruppamento convenzionale, significativo soprattutto sul piano storico-bibliografico e comparativo, privo di un riconoscimento univoco come famiglia testuale autonoma.
Note
Bibliografia
Collegamenti esterni
Categoria:Opere basate sulla Divina Commedia