Biografia Figlio di Giovambattista e nipote dell'architetto Giocondo Albertolli, Giuseppe Saroli studiò dapprima a Milano poi si trasferì a Ferrara nel 1811.Nel 1810 in . Uomo di vasta cultura, abitò in Via Piopponi n. 54 dove conservò la sua ricca collezione di dipinti rinascimentali. Tra i suoi fratelli, Michele a Milano, Pietro a Cremona e Giosuè a Cureglia; sua cognata fu Francesca Vimercati mentre l'8 aprile 1836 sposò la ferrarese Rosa Siena, avendo come figliastra Carolina Morelli Condolmieri divenuta poi moglie di Riccardo Lombardi (1861).
Attività Docente A Ferrara ottenne la cattedra di Ornato al Liceo Collegio-Convitto Governativo dal 1812 al 1815, anno in cui inoltrò un'istanza al Delegato Apostolico per mantenere la Scuola d'Ornato che venne comunque chiusa l'anno successivo e riaperta nel 18201819 in col nome di Scuola Comunale di Disegno e Ornato, con sede nell'ex reclusorio di Santa Margherita, della quale Saroli divenne direttore proponendosi anche come insegnante scrivendo al conte Girolamo Crispi e senza che il suo programma proposto venisse accettato (1819). Saroli fu quindi animatore della riapertura della Scuola ricoprendo la cattedra di Ornato nella quale gli succedette Gaetano Domenichini.Indicata come cattedra all'Accademia di Ferrara in
Il «paesista e pittore di fiori». autore di gustosi paesaggi e composizioni floreali ebbe come allievi svariati pittori e restauratori ferraresi: tra i degni di nota vi furono soprattutto Giovanni Pagliarini, Giuseppe Coen, Antonio Boldini (padre dell'architetto Luigi e del pittore Giovanni), Giuseppe Tamarozzi e Gregorio Boari del quale in alcune opere come gli Evangelisti si possono notare i modi di «cultura» del maestro.
In Certosa Saroli collaborò tra il 1816 e il 1817 con l'ingegnere Giuseppe Campana, il conte Leopoldo Cicognara e l'architetto Ferdinando Canonici alla realizzazione della Cella degli Estensi in Certosa che decorò sia internamente che esternamente oltre a produrre disegni e piante dell'intero complesso cimiteriale; disegnò una nuova tomba di Borso d'Este (1815) e progettò quella di Teodoro Bonati (1820).
È ivi sepolto in una tomba ad arco a muro chiuso nel I° Gran claustro. La sua tomba fu eseguita da Ambrogio Zuffi, autore anche di un busto donato dallo scultore al Comune nel 1892 e che ad oggi risulta disperso. La lapide fu dettata da Luigi Napoleone Cittadella:
Restauratore Saroli ebbe soprattutto il merito di riscoprire nel 1820 la prima porzione degli affreschi di Schifanoia imbiancati nel '700 quando i locali della Delizia, ormai in declino, furono adibiti a manifattura di tabacchi e dei quali era rimasta notizia solo dalle cronache di Girolamo Baruffaldi che li vide poco prima che fossero coperti già constatandone il degrado a cui fecero eco verso la fine del Settecento la trascrizione di Giuseppe Antenore Scalabrini e quella di Luigi Lanzi, grazie al quale ritornò l'interesse verso gli affreschi dimenticati e da lì l'intervento di Saroli. Del ritrovamento e del parziale ripristino se ne diede notizia nel 1821 negli Atti delle Adunanze Solenni nella Scuola di Ornato del Comune di Ferrara, pubblicati complessivamente tra il '20 e il '22 dalla Scuola con sede nel Civico Ateneo, dove l'operato di Saroli fu descritto come “accurato” dal conte Ercole Graziadei nella «nota inserta a piedi del Discorso stampatosi sopra i Pittori ferraresi».Citato in
Il recupero complessivo si concluse solo nel 1840 successivamente agli interventi, accanto a Saroli, dei seppur esperti d'arte ma "dilettanti" restauratori quali l'avvocato Luigi Caroli e il conte Francesco Avventi e a quello conclusivo del professionista bolognese Alessandro Compagnoni chiamato a lavorarvi nel 1836 dal Comune estense;. sulle stesse pareti intervenne successivamente in più riprese, tra altri, anche Giuseppe Mazzolani da inizio Novecento. Non sono noti esattamente gli avvenimenti intercorsi tra l'attività di Saroli e quella di Compagnoni ma le parole di Avventi pubblicate nel 1838 «la parte che rimase ancora di quelle pitture, e quella che ci lusinghiamo di poter ricuperare, al quale scopo tendono con grande impegno le cure di questa Comunale Magistratura, e della Commissione d’Ornato» fanno pensare ad un possibile intervento, rimasto irrealizzato, da parte della Scuola dove insegnava Saroli. Questi dovette successivamente replicare a chi non gli diede, eccetto Graziadei, almeno il merito della scoperta e degli interventi effettuati, scrivendo una lettera a Camillo Laderchi il quale probabilmente aveva criticato il suo operato nella relazione inviata al marchese Pietro Estense Selvatico. Il ticinese d'origine ricordò a Laderchi che aveva taciuto i nomi di chi fece la scoperta di tali affreschi, replicando con la qualità del suo metodo alle accuse di “imperizia” sottolineando che le parti da lui restaurate erano quelle meglio conservate, contestando le lodi a Compagnoni per le stesse operazioni già eseguite da lui quindici anni prima e denunciando che il Comune, senza alcun annuncio, aveva escluso gli artisti locali negando loro un lavoro prestigioso per la propria città. Anche nei anni successivi il merito di Saroli venne dimenticato o minimizzato: Giovanni Rosini parlò di «pitture ultimamente scoperte nelle sale dell'antico palagio di Schifanoja» proseguendo più avanti con «Debbesi questa scoperta al Sig. Alessandro Compagnoni di Bologna, che ha fatto cader la calce dell'intonaco, senza offendere in verun conto le pitture» (1850) e poco dopo Harck, tradotto da Adolfo Venturi (1886), riguardo alle polemiche suscitate dal recente «scoprimento» scriveva «Nel 1821 si erano già scoperti gli affreschi, per merito del Prof. Giuseppe Saroli, se dobbiamo credere alle sue parole nello scritto indirizzato a Camillo Laderchi» indicando che per ordine del Magistrato furono finalmente liberati dall'intonaco nel 1840 dal giovane pittore bolognese Alessandro Compagnoni, lodando anche la relazione generale fatta da Laderchi nella Descrizione della Quadreria Costabili (1838-1841).
Superata la vicenda di Schifanoia, Saroli anni dopo restaurò la tela con San Rocco di Guercino, acquistata da Filippo Pasini, pensando in un primo momento di donarla alla Civica Pinacoteca. Nel Polesine restaurò e decorò le chiese di Lendinara, Castelmassa e Fiesso e nel 1839 chiese il permesso al Comune di Ferrara di potersi trasferire temporaneamente a Rovigo per occuparsi di alcuni suoi immobili a Bergantino mentre due anni dopo, secondo altre fonti fu invece nel 1843, venne portata in processione l'affresco da lui staccato dalla Chiesa di Santa Caterina Martire Madonna sorretta dalle due Marie attribuito a Niccolò della Masnada e confluita nella collezione Saroli. Come membro della Commissione di Belle Arti staccò anche l'affresco di San Salvatore (1864) e tramite Alessandro Alfonso Candi interpellò Rizzoli, fatto arrivare da Saroli l'anno prima a Ferrara, riguardo ai metodi di restauro dell'affresco di Dielaì nell'Ospedale di Sant'Anna. Nello stesso anno propose interventi sulla “medaglia” col Paradiso (forse di Dosso Dossi) in San Domenico e sull'affresco Deposizione di Cristo attribuito al Garofalo in San Benedetto.
Collezionista Noto collezionista di quadri ed antiquariato «La sua raccolta di quadri antichi prova come fosse fornito di cognizioni sulle varie maniere delle scuole», «Un interessante caso di collezionismo originato da sincera passione per l'arte fu quello della raccolta Saroli-Lombardi», iniziata da Giuseppe e comprendente frammenti di affreschi, dipinti e opere di autori del '500, '600 e contemporanei. Nel 1818 acquistò la lunetta appartenente alla Pala Strozzi, «miracolosamente sfuggita all'incetta che l'inglese John Udny, dopo il 1772, fece di tutti i dipinti della confraternita», proveniente dallOratorio dell'Immacolata Concezione di Maria Vergine della Scala, passata poi alla collezione Massari. Nello stesso periodo vendette a Cicognara, coinvolgendo anche Canonici, una replica del tizianesco ritratto di Laura Dianti con Alfonso I d'Este che, una volta rivenduto, fece scattare una sorta di processo a Cicognara per la discussa autenticità.
Prestò tre quadri ad olio (due di Giuseppe Coen e uno di Alessandro Mantovani) all'esposizione della Tisi (1869) oltre ad esporvi il «suggestivo dipinto “a doppio effetto di luce”» Bagnante ed un ritratto. Dopo la morte del proprietario la raccolta comprendente anche opere di Saroli stesso, passò al genero Riccardo Lombardi (1831-1898), anch'egli pittore e antiquario, che la accrebbe fino a superare i 250 pezzi, allestendo la quadreria nell'abitazione in via Piopponi appositamente ristrutturata e nella quale le opere vennero studiate da Adolfo Venturi e Gustave Gruyer passando poi alla proprietà dei duchi Massari mentre la raccolta di gessi di opere classiche venne donata nel 1890 al Collegio-Convitto di San Giuseppe del monsignor Borelli: dopo tre anni questi fallì e il Collegio fu acquistato da Ermanno Tibertelli, padre del pittore de Pisis.
Altre attività Come altri in città, ad esempio Vandeghini e pare anche Scutellari, Saroli si dedicò al commercio non solo di pitture classiche ma pure di marmi, stoffe, codici, bronzi, legni ed altro.
Fu incaricato di eseguire le copie dei quadri rimossi dalle Chiese di San Francesco, del Gesù e San Domenico (1866), cornici comprese poi realizzate da Antonio Pagliarini.
Dopo la morte di Giuseppe Santi, Saroli venne nominato “stimatore” di opere d'arte dalla Commissione Municipale di Belle Arti (1825), abbandonandola polemicamente e temporaneamente nel 1867 col pretesto di lavori d'ufficio riguardanti una sua tenuta e dopo aver periziato assieme a Boari lAnnunciata di Dosso Dossi (1830) presente nella Chiesa di Santo Spirito, gli affreschi garofaleschi in San Benedetto, altri in Sant'Andrea e la copia di Pagliarini Strage degli Innocenti in San Francesco (1868). Nel 1872 fu nominato membro onorario della Commissione di Belle Arti assieme a Canonici, Boldini e Mantovani.
Oltre all'opuscolo Sopra i dipinti di palazzo Schifanoja ed altri esistenti in Ferrara (1840) inseritosi nella vivace querelle in cui replicarono polemicamente Compagnoni (sul Giornale Letterario Scientifico Italiano) e tramite opuscoli coevi Camillo Laderchi e Avventi, Saroli scrisse un articolo sulla pittura contemporanea a Ferrara elogiando Boldini e Giovanni Maria Bozoli sul Giornale Scientifico Letterario di Modena (vol. III, 1838).
Controversie Nonostante sia stato poi scagionato dalle accuse e dalla condanna a 18 mesi per ricettazione, fu sospeso dall'insegnamento a causa di un processo del Tribunale di Bologna riguardo ad un furto avvenuto a Guarda Ferrarese. Suscitò scalpore il suo arresto da parte della polizia austriaca a Milano (1833) al rientro da un viaggio in Svizzera con conseguente processo e condanna per presunta attività massonico-rivoluzionaria mentre al rientro a Ferrara fu oggetto di pettegolezzi e malignità tra cui quella di commercio illegale di bestiame e polvere da sparo.
Critica Il recupero delle memorie storiche avvenuto durante il periodo risorgimentale riguardo «una folta schiera di pittori-copisti-restauratori, nell’opera dei quali si fa labile la distinzione fra creazione originale, rifacimento in stile e falso» nel quale si evidenziarono i rapporti con il collezionismo sia pubblico che privato, la ricerca documentaria e la riscoperta critica dell'antica scuola pittorica ferrarese, vede tra i protagonisti Giuseppe Saroli assieme a Boari, Antonio Boldini, Gaetano Domenichini e Girolamo Scutellari, colui che fu il primo biografo degli artisti ottocenteschi operanti nella città estense.