La colorazione disruptiva (nota anche come mimetismo disruptivo o disegno disruptivo) è una forma di mimetismo che agisce spezzando i contorni di un animale, di un soldato o di un mezzo militare attraverso un motivo fortemente contrastato. Spesso è combinata con altri metodi di criptismo, tra cui la corrispondenza cromatica con lo sfondo e la contrombreggiatura; casi particolari sono la colorazione disruptiva coincidente e la maschera oculare disruptiva osservata in alcuni pesci, anfibi e rettili. Come strategia per non essere visti può apparire paradossale, poiché la disgregazione dei contorni dipende da un forte contrasto, e dunque le stesse chiazze di colore risultano vistose.

L'importanza dei motivi ad alto contrasto per un'efficace disgregazione visiva fu prevista in termini generali dall'artista Abbott Thayer nel 1909 e formulata esplicitamente dallo zoologo Hugh B. Cott nel 1940. Successive ricerche sperimentali hanno iniziato a confermare queste previsioni. I motivi disruptivi funzionano meglio quando tutte le loro componenti si accordano con lo sfondo.

Mentre la corrispondenza con lo sfondo è più efficace in presenza di un unico tipo di ambiente, la colorazione disruptiva rappresenta una strategia più vantaggiosa quando un animale o un veicolo militare può trovarsi su sfondi diversi.

Al contrario, gli animali velenosi o sgradevoli al gusto che segnalano la propria presenza mediante colorazioni di avvertimento, o aposematismo, impiegano motivi che enfatizzano i loro contorni invece di disgregarli. Per esempio, moffette, salamandre e farfalle monarca presentano tutte motivi ad alto contrasto che rendono ben visibile la loro sagoma.

Prime ricerche L'artista Abbott Handerson Thayer, nel suo libro del 1909 Concealing-Coloration in the Animal Kingdom, sostenne che gli animali fossero celati da una combinazione di contrombreggiatura e segni «ruptivi», o disgreganti, che insieme «cancellavano» l'autombreggiatura e la forma dell'animale. Thayer spiegava che:.

Il libro di Hugh Cott del 1940, Adaptive Coloration in Animals, introdusse concetti come il «massimo contrasto disruptivo». Questo impiega striature dai colori fortemente contrastanti che, paradossalmente, rendono animali o veicoli militari meno visibili spezzandone i contorni. Cott spiega che, in condizioni ideali, la corrispondenza cromatica con lo sfondo, unita alla contrombreggiatura, «sarebbe sufficiente a rendere un animale assolutamente invisibile contro uno sfondo uniforme»; aggiunge però subito che le condizioni non sono quasi mai ideali, poiché cambiano continuamente, così come cambia la luce. Per questo motivo, secondo Cott, il mimetismo deve spezzare le superfici continue percepite di un oggetto e i suoi contorni. Con le sue parole, «per un occultamento efficace, è essenziale distruggere l’aspetto rivelatore della forma».. Egli propone un'analogia con un borseggiatore che distrae abilmente l’attenzione, sostenendo che:

Inoltre, Cott criticò i tentativi non scientifici di mimetizzazione compiuti all'inizio della seconda guerra mondiale, giudicandoli incapaci di comprendere i principi coinvolti:

Il lavoro pionieristico di Thayer e Cott è stato confermato nella rassegna del 2006 sulla colorazione disruptiva di Martin Stevens e colleghi, i quali osservano che essi avevano proposto una «diversa forma di mimetismo» rispetto alla tradizionale «strategia della corrispondenza con lo sfondo» avanzata da autori come Alfred Russel Wallace (Darwinism, 1889), Edward Bagnall Poulton (The Colours of Animals, 1890) e Frank Evers Beddard (Animal Coloration, 1895). Stevens osserva che la sola corrispondenza con lo sfondo fallirebbe sempre a causa delle «discontinuità tra il margine dell'animale e lo sfondo».

Negli animali

I motivi disruptivi utilizzano segni fortemente contrastanti, come macchie o strisce, per spezzare i contorni di un animale o di un veicolo militare. Alcuni predatori, come il leopardo, e alcune potenziali prede, come il succiacapre isabellino, impiegano motivi disruptivi. A. Barbosa e colleghi definiscono i motivi disruptivi come «caratterizzati da chiazze chiare e scure ad alto contrasto, disposte in una configurazione non ripetitiva, che forniscono mimetismo interrompendo la forma o l'orientamento riconoscibile dell'animale», come avviene nelle seppie.

Questa strategia appare paradossale e controintuitiva come metodo di mimetismo, poiché la disgregazione dei contorni dipende dall'uso di chiazze di colore fortemente contrastanti tra loro, e dunque le chiazze stesse risultano vistose. Mentre la corrispondenza con lo sfondo funziona meglio in presenza di un unico tipo di ambiente, la colorazione disruptiva rappresenta una strategia più efficace quando un animale o un veicolo militare può trovarsi su sfondi diversi.

Nel 2006, Martin Stevens e colleghi condussero quello che ritenevano essere il primo test sperimentale dell'ipotesi secondo cui «la colorazione disruptiva è efficace anche quando alcune chiazze di colore non corrispondono allo sfondo e presentano un forte contrasto sia con lo sfondo sia con gli elementi adiacenti del disegno (contrasto disruptivo)». Utilizzarono «bersagli simili a falene», alcuni corrispondenti alla luminosità della corteccia di quercia usata come sfondo, altri non corrispondenti, ciascuno con una tarma della farina morta. Se la tarma veniva rimossa, si presumeva che fosse stata prelevata da un uccello predatore: ciò permetteva di distinguere questi casi dalle visite di altri predatori. I ricercatori scoprirono che la colorazione disruptiva offriva la migliore protezione contro gli uccelli predatori quando il motivo corrispondeva alla luminanza dello sfondo; tuttavia, anche quando alcuni elementi del disegno non corrispondevano allo sfondo, i motivi disruptivi riducevano comunque la predazione più efficacemente sia dei motivi non disruptivi sia dei bersagli di controllo uniformi, privi di disegno.

I motivi disruptivi possono anche nascondere caratteristiche specifiche. Animali come pesci, uccelli, rane e serpenti possono essere facilmente individuati dagli occhi, necessariamente rotondi e scuri. Molte specie celano l'occhio mediante una maschera oculare disruptiva, talvolta in contrasto con una striscia sopra l'occhio, facendolo apparire come una semplice parte di una zona scura dello sfondo. Cott definì questo caso particolare «disegno disruptivo coincidente»..

Un altro meccanismo di mimetismo, quello dei segni distraenti, implica anch'esso marcature vistose e, per un secolo dalla descrizione iniziale di Thayer, è stato spesso confuso con la colorazione disruptiva; tuttavia, i due fenomeni richiedono tipi diversi di marcature. Nel caso della distrazione, i segni devono essere piccoli e non devono raggiungere il contorno della preda, così da distogliere l'attenzione da esso; al contrario, i segni disruptivi devono toccare il contorno per spezzarlo.

Il caso opposto: l'aposematismo

Molti animali velenosi o sgradevoli al gusto che segnalano la propria presenza mediante colorazioni di avvertimento, o aposematismo, usano motivi che enfatizzano i loro contorni invece di disgregarli. Per esempio, moffette, salamandre e farfalle monarca presentano tutte motivi ad alto contrasto che rendono evidente la loro sagoma. Questi motivi segnaletici sfruttano il principio opposto rispetto alla colorazione disruptiva, producendo di fatto l'effetto inverso: rendere l'animale il più vistoso possibile.. Alcuni Lepidotteri, tra cui la falena tigre dei boschi, sono al tempo stesso aposematici e dotati di colorazione disruptiva; su uno sfondo verde e vegetale la loro brillante colorazione aposematica risalta nettamente, ma al suolo le ali li mimetizzano tra foglie morte e terriccio.

Un caso controverso: la giraffa

La presenza di marcature vistose non dimostra di per sé che un animale faccia affidamento sul mimetismo. Roosevelt critica Thayer a pagina 191, sostenendo che né la zebra né la giraffa siano «adeguatamente annullate» dalla contrombreggiatura, dalla disposizione dei colori o da qualsiasi altro espediente mimetico. Secondo Mitchell, le giraffe adulte sono «inevitabilmente appariscenti», rendendo controintuitiva l'idea che i loro disegni servano al mimetismo; tuttavia, quando si trovano tra alberi e cespugli, il loro camuffamento risulta efficace anche a pochi metri di distanza.

Inoltre, i giovani di giraffa sono molto più vulnerabili alla predazione rispetto agli adulti: tra il 60% e il 75% dei piccoli muore entro il primo anno di vita. Le madri nascondono i piccoli, che trascorrono gran parte del tempo sdraiati al riparo della vegetazione. Poiché la presenza della madre non influisce sulla sopravvivenza, Mitchell suggerisce che i giovani di giraffa debbano essere estremamente ben mimetizzati. Questa ipotesi è sostenuta dal fatto che i disegni del mantello sono fortemente ereditari. Al contrario, lungi dal nascondersi, le giraffe adulte si spostano per ottenere la migliore visuale su un predatore in avvicinamento, facendo affidamento sulle proprie dimensioni e sulla capacità di difendersi persino dai leoni.

Altri modi per nascondere i contorni I contorni del corpo di un animale possono essere resi difficili da distinguere anche con altri metodi, per esempio mediante una sagoma molto irregolare. La vanessa c-bianco, Polygonia c-album, per esempio, è altamente criptica quando tiene le ali chiuse, grazie alla colorazione mimetica, al disegno disruptivo e ai margini esterni irregolari delle ali..

Nelle piante

La possibilità che nelle piante esista una colorazione protettiva è stata poco studiata. T. J. Givnish e Simcha Lev-Yadun hanno proposto che la variegatura fogliare con macchie bianche possa servire da mimetismo nelle piante del sottobosco forestale, dove lo sfondo è chiazzato dalla luce filtrata. Lev-Yadun ha tuttavia suggerito che marcature simili possano funzionare come colorazione di avvertimento vistosa nelle piante spinose ben difese degli habitat aperti, dove lo sfondo è uniformemente luminoso. Givnish ha riscontrato una correlazione tra la maculatura delle foglie e gli habitat chiusi. Il mimetismo disruptivo offrirebbe alle piante un chiaro vantaggio evolutivo: tenderebbero infatti a sfuggire al consumo da parte degli erbivori; inoltre, l'ipotesi è verificabile.

Uso militare

La colorazione disruptiva è comune in ambito militare, dove viene applicata ai veicoli, alle postazioni di tiro e ad altre installazioni, oltre che ai singoli soldati; in quest'ultimo caso, uniformi, equipaggiamento come gli elmetti e pitture facciali possono essere usati per spezzare contorni e lineamenti. Tuttavia, la colorazione disruptiva non garantisce sempre il criptismo da sola, poiché un animale o un bersaglio militare può essere tradito da altri fattori, tra cui forma, lucentezza e ombra.

Molti schemi mimetici militari adottati dagli anni quaranta in poi presentano una colorazione disruptiva e, con l'introduzione del motivo US Woodland nelle forze armate statunitensi a partire dal 1981, il disegno disruptivo divenne una caratteristica dominante delle uniformi militari. Dal 1969, il Disruptive Pattern Material (DPM) iniziò a sostituire i tessuti uniformi nelle uniformi delle forze armate britanniche e fu poi adottato anche da molti altri eserciti.

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