La Corte di Cassazione di Napoli è stata l'organo di vertice della giurisdizione ordinaria per l'Italia meridionale. Istituita nel 1808 durante il Decennio francese con il nome di Gran Corte di Cassazione, fu mantenuta sia nel periodo della Restaurazione, venendo rinominata Suprema Corte di Giustizia di Napoli, sia successivamente nel Regno d'Italia come cassazione regionale.
Fino alla sua soppressione nel 1923, è stata la Corte di cassazione più antica d'Italia, nonché la prima. In quell'anno le competenze delle diverse cassazioni territoriali vennero accentrate presso la Cassazione di Roma, creando un'unica corte suprema per tutto il territorio nazionale, l'attuale Corte suprema di cassazione.
Storia
Epoca preunitaria La Gran Corte di Cassazione venne istituita da Giuseppe Bonaparte al tempo dell'occupazione francese con la legge 20 maggio 1808 n. 140, sulla base del modello d'Oltralpe. La Gran Corte si insediò ufficialmente il 7 gennaio 1809, con Tommaso Caravita quale Presidente, nel Palazzo dei tribunali situato nel Castel Capuano, alla presenza del Ministro della Giustizia Michele Angelo Cianciulli.
A seguito della restaurazione dei Borbone sul Trono di Napoli e la creazione del Regno delle Due Sicilie, venne rinominata Corte Suprema di Giustizia ma non venne modificato sostanzialmente l'organigramma strutturale dato al sistema giudiziario dalle riforme napoleoniche.
In epoca preunitaria alcuni storici hanno individuato tre fasi della Cassazione napoletana: fase della Cassazione politica (1809-1820); fase del Laissez faire (1821-1848); fase della Cassazione nazionale (1849-1861). La prima rappresentò la fase più significativa della cassazione durante la quale emerge la sua dimensione costituzionale come organo rivoluzionario che si erge a difesa della legittimità della giurisprudenza, contro ogni arbitrio dei forensi. I componenti della Cassazione partecipavano attivamente all'attività legislativa contribuendo all'elaborazione di leggi e codici.
La seconda fase iniziò dopo la breve fase costituzionale e finì con i moti del quarantotto. Dopo il 1821 a Napoli iniziò la vera e propria Restaurazione come evidenziato dal capillare scrutinio dei pubblici dipendenti voluto da Ferdinando I. Lo scrutinio privò la magistratura di molti dei suoi migliori esponenti e intimidì i sopravvissuti. A coprire i posti di coloro che erano stati eliminati arrivò gente non sempre all'altezza, il cui merito più evidente era stato quello della fedeltà al sovrano. Così negli anni venti e in buona parte degli anni trenta, grazie al lassismo della Cassazione. nei tribunali mancò un valido argine all'arbitrio
La terza fase iniziò con la pubblicazione della Giurisprudenza Civile, e vide un periodo molto positivo per la Cassazione, guidata da giuristi di grande levatura. Dal 1854 divenne presidente della Corte Nicola Nicolini, il più importante giurista napoletano dell'Ottocento. Accanto a lui, c'era Michele Agresti in qualità di Procuratore Generale. Dunque negli anni cinquanta dell'800 si ebbe alla Corte Suprema la presenza dei massimi giuristi napoletani dell'epoca, desiderosi di ripristinare lo splendore della Cassazione del Decennio francese. Le sentenze di queste fase appaiono tutte pregevoli sotto il profilo sia della forma che dei contenuti. Con fermezza la Corte intervenne per richiamare i tribunali alla rigorosa applicazione della legge e finalmente circoscrisse con chiarezza la sua giurisdizione, evitando di "impicciarsi del fatto", come spesso era capitato nei decenni precedenti.
L'Italia unita Il Regno delle Due Sicilie fu annesso al Regno d'Italia, con il decreto luogotenenziale 17 febbraio 1861 n. 239 e così anche alle province napoletane fu esteso l'ordinamento giudiziario e il rito penale già in vigore nel Regno di Sardegna, con alcune eccezioni. Le funzioni della Corte Suprema di Giustizia, ora rinominata Corte di Cassazione di Napoli, vennero confermate con la legge 6 dicembre 1865 n. 2626. L'ordinamento del nuovo Stato unitario, infatti, non prevedeva una Corte suprema unica ma quattro Corti di cassazione "regionali", con sede a Torino, Firenze, Napoli e Palermo. L'organizzazione piramidale, con a capo le cassazioni territoriali, si conservava "non certo nel piano di una politica di decentramento, ma piuttosto in quello angusto del blasone campanilistico". I procuratori generali, in occasione delle relazioni inaugurali, celebrate negli anni successivi, giustificavano l'impedimento alla cancellazione dei tribunali supremi regionali in ragione dell'enorme mole di affari processuali arretrati.
Ai sensi dell'art. 1 del regio decreto 24 marzo 1923, n. 601, le Corti di cassazione di Firenze, Napoli, Palermo e Torino, vennero soppresse e tutte le restanti attribuzioni spettanti alle Corti soppresse vennero affidate alla Corte di cassazione di Roma, che prese il nome di Corte di cassazione del Regno. La cessazione delle funzioni delle Cassazioni regionali, prevista per il 31 dicembre 1923, venne anticipata al 31 ottobre poiché, in seguito ai collocamenti a riposo, si ridusse notevolmente il numero dei consiglieri che vi prestavano servizio, rendendo difficile l'operatività fino alla fine dell'anno.
Composizione e funzioni
Normativa napoleonica (1808-1865) Come riportato nella legge istitutiva del 1808, la Gran Corte di Cassazione venne istituita con l'obiettivo di "mantener l'esatta osservanza delle leggi" del Regno di Napoli e di richiamare i giudici che si fossero allontanati da questo principio, specificando come la Gran Corte non tutelasse gli interessi delle parti ma della legge. Disponeva, inoltre, che la Cassazione fosse composta dal Presidente a da un suo vice, da sedici giudici, un Procuratore generale regio, due sostituti procuratori e un cancelliere togato. Una sezione composta da cinque giudici decideva sulle competenze delle Corti criminali, d'appello e di prima istanza, oltre a rigettare o ammettere alla discussione della Gran Corte le domande di cassazione per le cause civili e correzionali presentate. Le domande di cassazione di cause penali venivano discusse direttamente senza il giudizio di ammissione. Le cause sottoposte al giudizio della Gran Corte dovevano essere discusse e giudicate da non meno di undici giudici, tra i quali non dovevano esserci gli appartenenti alla sezione di cinque membri sopracitata. Non potevano essere presentate domande di cassazione per cause già rigettate o soggette a un giudizio inappellabile di un Giudice di pace. La Gran corte cassava le sentenze se vi era una contravvenzione espressa alla legge o se il processo era viziato nelle parti essenziali. Il Procuratore generale era tenuto, poi, ad informare il Ministro della Giustizia di tutte le decisioni della Gran Corte.
Il governo Borbonico, restaurato sul Trono di Napoli nel 1815, la rinominò Suprema Corte di Giustizia di Napoli e continuò ad avere competenza solo sulle province continentali del Regno (la Sicilia ebbe una propria Cassazione) La legge organica dell'ordine giudiziario emanata il 29 maggio 1817 non modificò sostanzialmente l'organigramma strutturale dato al sistema giudiziario dalle riforme napoleoniche, ma con la nuova legge la proposta per la nomina dei giudici fu demandata direttamente al Ministro di Grazia e Giustizia e alla scelta al Sovrano. Con i giudici dipendenti dal Re, il quale poteva anche annullare le decisioni della Corte Suprema tramite decreti motivati da ragione di Stato, la Corte operò in un contesto di centralismo politico e oscillazioni tra aperture e repressioni.
Normativa italiana (1865-1923) Con l'annessione delle Due Sicilie al Regno d'Italia, la Corte Suprema di Giustizia venne rinominata Corte di Cassazione di Napoli e continuò ad operare come Cassazione regionale (insieme a quelle di Torino, Firenze, Palermo e poi Roma) competente nelle province meridionali del Regno. L'ordinamento giudiziario venne riorganizzato con la legge del 6 dicembre 1865, n. 2626: la Cassazione napoletana, similmente alle altre cassazioni regionali, si occupava, in materia civile o commerciale, dei ricorsi per annullamento delle sentenze pronunciate in appello e, in materia penale, dei casi di annullamento delle sentenze inappellabili o in appello proferite da corti, tribunali e pretori e degli atti di istruzione che le avessero precedute. Le Corti regionali erano composte dal Primo presidente, Presidente di sezione e consiglieri e si dividevano in una sezione civile e una penale, la cui formazione era decisa ad ogni anno giudiziario con decreto reale. Il giudizio era espresso da sette membri per ciascuna sezione; nel caso delle sezioni unite, la votazione aveva luogo in numero dispari, non minore di 15.
Il 12 dicembre 1875, in conseguenza della Presa di Roma, venne istituita una quinta Cassaziona a Roma, ormai nuova capitale dell'Italia unita. Con la legge 6 dicembre 1888, n. 5825, la sezione penale della Cassazione napoletana, similmente a quelle delle Cassazioni di Torino, Firenze e Palermo, vennero soppresse e le loro competenze in materia penale furono attribuite esclusivamente alla Cassazione romana.
Una Corte malvista Durante l'Ottocento "Borbonico" fu l'istituzione giudiziaria più osteggiata, soprattutto da parte di magistrati ed avvocati che non tolleravano il rigoroso controllo di legittimità sulle sentenze che quel Tribunale esercitava. Lo evidenziano i quattro dibattiti che si ebbero sul sistema della cassazione in organi istituzionali come il Consiglio di Stato e la Consulta Generale del Regno e che coinvolsero esponenti di primo piano della cultura giuridica meridionale. Nelle Due Sicilie l'insofferenza verso un tribunale nato nella fase rivoluzionaria per combattere l'arbitrio interpretativo della giurisprudenza e per rendere i giudici la bouche de la loi era notevole.
Il partito contrario alla Cassazione tentò di introdurre il sistema della "Terza istanza" o della "Doppia conforme" ma senza esito. Di questi dibattiti fu protagonista assoluto Gaspare Capone, uno dei maggiori giuristi napoletani dell'Ottocento, autore tra l'altro del Discorso sopra la storia delle leggi patrie, opera che elaborò un vero e proprio sistema teorico contro la Cassazione. I motivi della battaglia contro il supremo giudice di legittimità miravano a far riguadagnare ai "forensi" l'autonomia nella interpretazione delle leggi. Essi infatti erano ostili a un un tribunale 'dimezzato' (poiché competente solo sulla legittimità delle sentenze), che doveva eliminare le sentenze che non rispettavano la legge.
Presidenti Di seguito l'elenco dei Presidenti (1808-1866) e dei Primi Presidenti (1866-1923), ovvero i giudici che sono stati a capo della Cassazione di Napoli. Nome Dal Al Tommaso Caravita 11 novembre 1808(confermato il 12 luglio 1817) 30 luglio 1825 Ilario Antonio di Blasio 30 luglio 1825 7 dicembre 1843 Gregorio Letizia 7 dicembre 1843 13 marzo 1848 Francesco Navarro 13 marzo 1848 20 marzo 1854 Nicola Nicolini 20 marzo 1854 18 marzo 1857 Pasquale Jannaccone 18 marzo 1857 29 agosto 1859 Vincenzo Niutta 12 giugno 1859 1° settembre 1867 Nicola Spaccapietra 29 settembre 1868Ad interim dall'8 dicembre 1867 al 29 settembre 1868. 1° aprile 1875 Giuseppe Mirabelli 1° aprile 1875 2 giugno 1892 ???? 1892 1911 Vincenzo Cosenza 9 aprile 1911 22 dicembre 1919 Raffaele Garofalo 25 aprile 1920 31 gennaio 1922
Note
Categoria:Corte suprema