La Via Julia Augusta (VIA IVLIA AVGVSTA) è un'importante via romana che collegava Piacenza al fiume Var (Varus), percorrendo le coste della Liguria e quelle della Costa Azzurra, in direzione del Rodano. Costituiva un ramo della via AureliaUn'altra via romana che porta lo stesso nome è probabilmente esistita. Essa partiva da Aquileia sulla costa adriatica, attraversava le Alpi nel passo di Monte Croce Carnico e percorreva le attuali regioni austriache di Carinzia e del Tirolo. Questa via delle Alpi orientali è correntemente chiamata via Iulia Augusta. Peraltro questo nome non è attestato da documenti romani, ma è stato proposto dallo storico Carlo Gregorutti, « Iscrizione inedite aquileiesi, istriane e triestine », Archeografo Triestino, n. s., X, 1884, p. 379, e ripreso dalla maggior parte degli autori. e collegava la Gallia Cisalpina alla Gallia transalpina.

Presentazione Questa via è stata aperta poco dopo la conquista delle Alpi marittime contro le tribù liguri (nel 14 a.C.) dall'imperatore Augusto; essendo luglio e agosto i mesi dedicati rispettivamente a Giulio Cesare e ad Augusto, il nome dato a questa via riprende quello di tali imperatori. Il suo tracciato corrisponde ad un itinerario già esistente, ma una delle grandi imprese dell'Impero nascente è stata quella di restaurarla e segnarne il tracciato attraverso delle pietre miliari numerate da Roma. In stato di rovina all'inizio del II secolo è stata restaurata da Adriano e poi da Caracalla nel III secolo. La creazione di questa via ha portato alla fondazione di Cemenelum (Cimiez, colle di Nizza), capitale della provincia romana delle Alpi marittime.

Il suo percorso iniziava a Placentia (Piacenza) e, passando per Iria (Voghera), Dertona (Tortona) e Aquae Statiellae (Acqui Terme), scendeva verso la costa e proseguiva fino al trofeo di Augusto de La Turbie, eretto dall'imperatore nel 7-6 a.C. fra Mentone e Nizza; solo successivamente fu prolungata fino ad Arelate (Arles), per collegarsi alla via Domitia (via Domizia). Lungo il suo tragitto attraversava, fra gli altri, i centri romani di Vada Sabatia (Vado Ligure), Albingaunum (Albenga) e Albintimilium (Ventimiglia).

La Julia Augusta, in pratica, non era altro che il proseguimento del sistema viario già esistente via Aurelia/via Aemilia Scauri che fino ad allora terminava a Vada Sabatia; una volta completata, l'intera strada Aurelia-Aemilia-Augusta era lunga .

Nel territorio ligure sono pochi i resti dell'antico tracciato individuabili: se ne trovano tra Albenga ed Alassio (brevi tratti del selciato originario) e nel finalese; più numerosi, invece, sono i ponti sopravvissuti (con alcune modifiche) fino ai nostri giorni, così come i monumenti funebri, visibili ad Albenga, e i cippi miliari, alcuni dei quali conservati presso il Museo civico archeologico Girolamo Rossi di Ventimigliahttp://www.marventimiglia.it/reperti.

Non è chiaro se da Vada Sabatia in poi il tracciato fosse esclusivamente costiero: considerando l'asperità di alcune zone, come il litorale tra Vado e Finale (con promontori a picco sul mare), non è da escludere che la strada passasse nel primo entroterra; ad avvalorare questa tesi ci sono, ad esempio, il ponte cosiddetto "romano" di Andora (costruzione medievale con una probabile origine più antica), a circa dalla costa, e il cippo miliare conservato a San Bartolomeo al Mare, precisamente nella frazione di Chiappa (ora collocato al centro del borgo), che era posto a circa dal mare. Per evitare i tratti più accidentati è possibile che si ricorresse alla navigazione di piccolo cabotaggio.

La via Julia Augusta, ancor più della via Postumia, mantenne un ruolo importante nelle comunicazioni anche dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, godendo di una efficiente gestione da parte dei monaci, in primis i Benedettini, per i quali un buon sistema viario era utile sia per il passaggio dei pellegrini, sia per lo scambio dei generi alimentari tra la Pianura Padana (con le sue estese terre coltivate e i porti fluviali del Po) e il mare, da cui proveniva il prezioso sale. L'antica strada romana, quindi, assieme a tutte le "strade minori" ad essa legate, andò a formare quel sistema di "vie marenche" che permisero, per tutto il Medioevo ed oltre, lo spostamento di merci e la circolazione di persone. Tra i cenobi principali coinvolti vi erano l'abbazia di San Colombano di Bobbio, quella di Lerino, l'abbazia di Santo Stefano di Genova (che controllava il "principato monastico" di Villaregia, occupante all'incirca l'attuale comune di Santo Stefano al Mare), quella di San Martino dell'isola Gallinara di Albenga, l'abbazia di San Pietro in Varatella di Toirano, l'abbazia di San Salvatore di Giusvalla, l'abbazia di Ferrania di Cairo Montenotte, il monastero di San Colombano a Lodisio di Piana Crixia, l'abbazia di Santa Giustina di Sezzadio e l'abbazia di San Pietro di PrecipianoGabriella Airaldi Storia della Liguria vol. II - Il caso di Bobbio e delle "vie marenche", Ed. Marinetti 1820 - Genova ottobre 2009, pag.110-120 - ISBN 978-88-211-8032-3.

Nel corso dei secoli l'antica strada consolare perse la sua fondamentale importanza e andò incontro a un lento abbandono.

Pietre miliari

Sul territorio francese dei frammenti del tracciato della via e cinque pietre miliari sono classificati come monumenti storici del comune di La Turbie, più precisamente nella zona in cui si ergevano le città di Languessa, San Pietro e Pieralonga.

Tre pietre miliari, conservate nella chiesa di San Michele a Ventimiglia, sono riconducibili una al periodo di Augusto e le altre due a quello di CaracallaProgetto INTERREG ALCOTRA franco-italiano "VIA IVLIA AVGVSTA".

Il museo archeologico di Nizza-Cimiez, situato sulla città romana di Cememelum, conserva anche una pietra miliare di Adriano nel quale viene citata la Via Julia Augusta:

Il museo archeologico di Antibes conserva una pietra miliare scoperta nelle vicinanze. Originariamente questa portava il nome dell'imperatore Flavio Severo che è stato però eraso dopo la sua esecuzione da parte di Massenzio nell'aprile del 307:

Tratto Albenganese Tra Albenga e Alassio resta chiaramente visibile una parte dell'antico percorso della Julia Augusta che, assieme ad altri resti di epoca romana, forma una passeggiata di notevole interesse archeologico e ambientale. L'abbandono in cui è rimasta la zona, già intensamente coltivata e trasformata a fasce di vigne e di olive dai Benedettini, che la possedettero per secoli, consente la conservazione di lunghi tratti della via, la quale corre per vari chilometri a mezza costa fino al promontorio e alla chiesa di Santa Croce, che si affaccia sulla baia di Alassio. Il sicuro percorso romano termina ad Alassio, dalla chiesetta di S.Croce, che è menzionata per la prima volta in una bolla di papa Alessandro III del 1169, come priorato appartenente al monastero benedettino dell’Isola Gallinara.

Lungo tutto il percorso ci accompagna la visione dell’inconfondibile sagoma dell’isola Gallinara, così chiamata già in epoca romana per la presenza di galline selvatiche. In alcuni brevi tratti si apprezza ancora l’originale lastricato romano caratterizzato dalla presenza dei margines ai lati e di tagli trasversali per lo scolo delle acque.

Dalle rovine di San Calocero si percorre per un breve tratto la carrozzabile Albenga-Villanova, per poi imboccare più a valle la strada di costruzione moderna che sale sulla collina del Monte. La via Romana invece saliva direttamente da San Calocero in direzione della chiesa di San Martino, ma il tratto di collegamento è scomparso.

Da questo punto è possibile salire al Monte per la carrozzabile privata che raggiunge l'abbazia di San Martino oppure raggiungendo l'antica via romana che passa presso l'ex-chiesa di San Martino, entrando di qui nella proprietà privata dell'ex-abbazia.

Proseguendo si passa davanti al Pilone Romano restaurato da d'Andrade, e quindi si giunge ad una vasta spianata ellittica, oggi magnificamente alberata, che racchiudeva l'anfiteatro della romana Albingaunum, costruito come al solito fuori dalle mura ma qui in posizione inconsueta sull'alto della collina.

Sul margine a ovest dell'anfiteatro si conservano i resti della Chiesa e dell'abbazia di San Martino, la prima incorporata in una casa colonica, la seconda trasformata in villa e molto restaurata. Esse sono l'ultimo residuo della vasta tenuta monastica che nel medioevo i monaci di San Benedetto organizzarono in terraferma dall'abbazia all'Isola Gallinara, che sta dirimpetto. La chiesa, di cui si conserva l'abside quadrangolare, non è anteriore al XIV secolo, e tardo-medievale sembra anche la costruzione dell'adiacente casa monastica, le cui bifore gotiche sono in massima parte frutto di un restauro dei primi del '900. In alcuni tratti è presente un ciottolato in cotto di epoca medievale.

Il Pilone Funerario

Il pilone funerario è un monumento del II secolo d.C. Situato sul monte Bignone, domina il paesaggio sulla piana albenganese a nord e verso il mare e l'isola Gallinara ad est. Esso fu restaurato nel 1892 da Alfredo d'Andrade, che completò con eccessiva abbondanza per un monumento romano tutto il paramento antico in piccoli quadrelli spaccati, inframezzati da cornici di mattoni che dividono i tre ordini architettonici della costruzione. Questa appartiene al tipo delle tombe a torre dette pile fin dall'antichità, e consta di tre corpi leggermente rientranti, coronati in alto da un attico che formava due nicchie con le statue dei defunti (la parte alta è stata demolita dai tedeschi nel 1944, ed il monumento è rimasto così mutilato di qualche metro). Sulla fronte principale, verso il mare, si apre una nicchia a volta, entro la quale esistono due loculi laterali destinati ad accogliere le urne cinerarie dei due personaggi a cui era dedicato il sepolcro - certo cittadini albingaunensi d'alto rango - proprietari della zona. Il Pilone, pur avendo subito un restauro alquanto criticabile e oggi anche mutilato, costituisce il modello meglio conservato dei monumenti di questo tipo. Un altro simile, ridotto al solo corpo inferiore, esiste lungo la via Albenga-Garessio, la torre dei Seraceni presso Cisano sul Neva. Posto sul margine scosceso della propaggine più orientale del Monte di San Martino, a breve distanza dell'anfiteatro romano e dalla via Iulia Augusta, il pilone è uno dei più antichi edifici romani rimasto in vista nei secoli. Venne identificato come monumento sepolcrale da D'Andrade allora direttore dell'Ufficio Regionale per la conservazione dei monumenti della Liguria e del Piemonte.

Il pilone appartiene alla categoria dei monumenti funerari diffusi dal I e gli inizi del II secolo nell'antico impero romano.

Dalle fotografie eseguite prima dei lavori, e dalle relazioni di D'Andrade, si può arrivare alla conclusione che il restauro da lui fatto fu ricercato per essere il più possibile fedele all'originale: ricostruì e integrò il rudere con gli stessi materiali, identici sia dal punto di vista mineralogico che petrografico. Malte e blocchetti utilizzati avevano la stessa identica provenienza locale come i ciottoli fluviali, l'arenaria di quarzite, le sabbie del Centa e la pietra di Cisano sul Neva.

La leggenda voleva che vicino a tale pilone attraccassero la navi romane del porto, in realtà, ad oggi, nessun elemento portuale è stato rinvenuto, anche se è possibile che tale costruzione potesse essere messa sul promontorio vista mare, come accaduto in altri luoghi.

L'itinerario in Francia