Già sottosegretario all'industria nel governo Mussolini, fu ministro dell'agricoltura, dell'industria e del commercio nei governi Bonomi II, Bonomi III e De Gasperi I e fu il primo democristiano, nonché il primo cattolico, ad essere eletto presidente della Repubblica.
Come capo dello Stato ha conferito l'incarico a quattro presidenti del Consiglio dei ministri: Antonio Segni (1955-1957; 1959-1960), Adone Zoli (1957-1958), Amintore Fanfani (1958-1959) e Fernando Tambroni (1960); ha nominato un solo senatore a vita, Giuseppe Paratore, nel 1957 e nove giudici della Corte costituzionale, nel 1955 Enrico De Nicola, Gaetano Azzariti, Tomaso Perassi, Giuseppe Capograssi e Giuseppe Castelli Avolio, nel 1956 Biagio Petrocelli, nel 1957 Aldo Mazzini Sandulli, nel 1960 Costantino Mortati e nel 1961 Giuseppe Chiarelli.
Biografia Giovinezza ed istruzione Suo padre, Sperandio, era contabile di un panificio e, per arrotondare, faceva il piazzista di salumiPiero Vigorelli, L'uomo di sinistra che invece svoltò a destra, Il Messaggero, 18 ottobre 1978.. Militò nelle organizzazioni giovanili cattoliche, assumendo incarichi direttivi ed esprimendo simpatia per le tesi moderniste di Romolo Murri.. Frequentò il ginnasio presso il liceo classico Andrea da Pontedera di Pontedera e si laureò in lettere all'Università degli Studi di Pisa quale allievo della Scuola normale superiore. Tra il 1911 e il 1915 insegnò filosofia nei licei di Parma, Massa-Carrara, Bergamo e Monza; partecipò alla prima guerra mondiale come ufficiale di fanteria, guadagnando una medaglia d'argento e una di bronzo al valor militare.
Fondazione del Partito Popolare Italiano ed esordi in politica Il 18 gennaio 1919 Gronchi partecipò alla riunione di fondazione del Partito Popolare Italiano, convocata da don Luigi Sturzo all'albergo Santa Chiara di Roma e, dopo il primo congresso svoltosi a Bologna dal 14 al 16 giugno dello stesso anno, entrò a far parte della direzione del partito; nello stesso anno venne eletto deputato. Nel 1920 venne chiamato a dirigere la Confederazione italiana dei lavoratori di orientamento cattolico; l'anno dopo venne eletto per la seconda volta alla Camera dei deputati.
Sottosegretario all'industria nel governo Mussolini, si dimise dall'incarico allorché il PPI uscì dalla maggioranza governativa (1923). Nel 1924 Gronchi, insieme a Giuseppe Spataro e Giulio Rodinò, fece parte del triumvirato che resse il Partito Popolare a seguito delle dimissioni di Luigi Sturzo. e fu rieletto deputato.
Nel 1925 gli fu attribuito un insospettabile elogio, da parte di Piero Gobetti, sulla rivista La Rivoluzione liberale: «Per uno spirito spregiudicato è una fortuna incontrare a un congresso popolare un uomo come Gronchi. Nessun altro cattolico ha la sua finezza e agilità parigina, né la sua devozione al pensiero moderno, né il suo culto per lo spirito di contraddizione, provvidenza e sale della società».
Gronchi partecipò alla secessione dell'Aventino e, nel 1926, con l'adozione delle leggi fascistissime (R.D. n. 1848/1926), fu dichiarato decaduto dal mandato parlamentare. Successivamente si appartò dalla vita politica e prima lavorò come rappresentante di commercio e poi intraprese iniziative industriali. Rimasto vedovo della prima moglie, nel 1941 si sposò con Carla Bissatini, di venticinque anni più giovane.
Gronchi fondatore della DC e leader della corrente di sinistra
Il 29 settembre 1942, Gronchi, insieme ad alcuni esponenti politici cattolici, quali Alcide De Gasperi, Achille Grandi, Piero Malvestiti, Giuseppe Brusasca ed altri, prese parte alla prima riunione clandestina propedeutica alla fondazione della Democrazia Cristiana, nell'abitazione di Giorgio Enrico Falck, noto imprenditore milanese. Il 19 marzo 1943 il gruppo si riunì a Roma, in casa di Giuseppe Spataro, per discutere e approvare il documento, redatto da De Gasperi, Le idee ricostruttive della Democrazia Cristiana, considerato l'atto di fondazione ufficiale del nuovo partito.
Nel secondo e nel terzo governo Bonomi Gronchi fu nominato ministro dell'industria e fu confermato in tale incarico anche nel governo De Gasperi I.
Eletto deputato all'Assemblea Costituente (1946) e alla Camera dei deputati nel 1948 e nel 1953, Gronchi, insieme a Giuseppe Dossetti, Amintore Fanfani e Giorgio La Pira, fu il maggior esponente della corrente di sinistra del suo partito. In un convegno, organizzato a Pesaro nel 1948, giunse a definire la vittoria elettorale del 18 aprile «il più grosso equivoco dei ceti conservatori, industriali e agrari» e fu immediatamente sconfessato da Alcide De Gasperi; quando replicò sulla Libertà, a lui vicina, tale testata fu definita dalla direzione della DC «un quotidiano di opposizione».
Fu eletto presidente della Camera dei deputati nella I e nella II legislatura, forse per distoglierlo dalla politica attiva, in quanto titolare di una carica istituzionale. Ciò non gli impedì di assumere un atteggiamento critico verso il Patto Atlantico. e di essere tra i primi assertori, in ambito democristiano, del superamento della politica centrista di De Gasperi e di un avvicinamento al Partito Socialista di Pietro Nenni.
Elezione alla Presidenza della Repubblica
All'elezione del presidente della Repubblica del 1955, il segretario nazionale della DC, Amintore Fanfani candidò il presidente del Senato Cesare Merzagora, che non raccoglieva l'unanimità dei consensi del partito democristiano a causa delle divisioni interne in chiave antifanfaniana e antiscelbiana. ed era stato eletto come indipendente, sia pure nelle liste DC.
Al secondo scrutinio, la sinistra DC si espresse per Gronchi, che raggiunse 127 voti. Essendo allora chiaro il fallimento della candidatura Merzagora, anche i voti dell'opposizione di sinistra confluirono su Giovanni Gronchi (terzo scrutinio). Dopo un vano tentativo di convincerlo al ritiro, Fanfani fu costretto a candidare ufficialmente il presidente della Camera alla massima carica dello Stato. Il 29 aprile 1955, al quarto scrutinio, Gronchi venne eletto presidente della Repubblica con 658 voti su 883, compresi i suffragi della destra monarchica..
Come presidente della Camera, toccò a lui presiedere la seduta comune e leggere a voce alta le schede con il suo nome che via via gli venivano porte e continuò a leggerle fino alla fine. Si interruppe solo pochi istanti, quando un applauso del Parlamento segnò il raggiungimento del quorum. Gronchi si alzò allora dallo scranno e, con in mano una scheda, ringraziò l'assemblea con un breve inchino. Poi sedette di nuovo e continuò a leggere le schede con una certa tensione della voce. Quando ebbe letto l'ultima scheda pregò al microfono il vicepresidente della Camera, Giovanni Leone, di procedere allo scrutinio e di proclamare il risultato. Fra gli applausi si alzò e guadagnò l'uscita.
Leone ufficializzò poco dopo l'elezione del nuovo capo dello Stato e ne venne poi eletto successore come presidente della Camera. Secondo il regolamento, quando Gronchi si alzò e si ritirò nel suo ufficio, anche il presidente del Senato Cesare Merzagora – che gli era vicino – lasciò il posto al vice presidente del Senato, che sedette accanto al vicepresidente LeoneL'analoga elezione di un altro presidente della Camera a capo dello Stato (quella di Oscar Luigi Scalfaro nel 1992) non vide ripetersi l'insolita scena, in quanto l'uomo politico, essendo a conoscenza del consenso dei grandi elettori sul suo nome, evitò di presiedere la seduta comune che l'avrebbe poi eletto presidente della Repubblica, lasciando tale compito all'allora vicepresidente della Camera Stefano Rodotà, che procedette all'intero scrutinio e proclamò il risultato..
Politica estera del presidente
Durante il suo mandato, Gronchi tentò di adottare una politica estera di equidistanza tra i blocchi, personale e parallela a quella governativa, ma trovò l'opposizione della Farnesina e dei governi alleati della NATO..
Alla vigilia del suo viaggio per Washington, dette un'intervista al The Christian Science Monitor in cui proponeva l'unione delle due Germanie e la loro neutralizzazione per vent'anni; successivamente, all'insaputa del governo, Gronchi comunicò tale proposta all'ambasciatore sovietico Bogolomov, che si disse interessato, anche a nome del Cremlino. Tale iniziativa – che avrebbe sicuramente trovato contrarietà negli Stati Uniti – suscitò la reazione negativa dei più influenti membri del governo (il presidente Antonio Segni, il vice Giuseppe Saragat e il ministro Gaetano Martino): questi ultimi, in un tempestoso colloquio al Quirinale, costrinsero Gronchi a tornare sui suoi passi, proprio alla vigilia del suo viaggio a Washington.
Un altro momento acuto di crisi si ebbe nel marzo del 1957, quando il presidente Gronchi scrisse personalmente una lettera indirizzata al presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower contenente rilevanti obiettivi di politica estera. La lettera fu redatta senza che fosse consultato preventivamente il governo, ma soltanto trasmessa per la controfirma successiva del ministro competenteFabrizio Rossi Longhi, Il messaggio 'ritenuto' del presidente Gronchi al Presidente Eisenhower, in: Marcello Saija (a cura di), Gaetano Martino. Scienziato, rettore, statista (1900-1967). Atti del Convegno internazionale di studi, Messina, 24-26 novembre 2000, Trisform, Messina, 2003.. Tale prassi, oltre ad essere irritualeVittorio Zincone, Presidente e Governo, Il Tempo, 14 giugno 1957., avrebbe ingenerato un pericoloso precedente interpretativo della norma costituzionale italiana, autorizzando de facto il presidente della Repubblica ad indicare al governo le linee da adottare in politica estera. Onde evitare pericolosi «scivolamenti» verso il presidenzialismo, pertanto, l'allora ministro degli esteri Gaetano Martino, previo scambio di note con il presidente del Consiglio Antonio Segni, decise di ritenere il messaggio del capo dello Stato e di non inoltrarlo al destinatario statunitense.
Gronchi, tuttavia, non rinunciò alla sua diplomazia personale, ma con esiti irrilevanti. Preparò con cura un suo viaggio a Mosca (febbraio 1960), sperando di trovare un'interlocuzione sui suoi progetti di mediazione dell'Italia nei rapporti Est-Ovest e, soprattutto, sul problema tedesco, ma si trovò di fronte l'atteggiamento ironico e tracotanteSilvio Bertoldi, L'italiano che seppe tener testa a Krusciov, Oggi, 26 gennaio 1961. di Nikita Chruščëv, che lo irrise di fronte alla stampaSergio Romano, cit., pp. 113-114. provocando una messa a punto della diplomazia italiana a viaggio concluso. L'episodio è stato descritto da Tito Lucrezio Russo, in Parla il Capo dello Stato: «Con telespresso segreto del 15 febbraio 1960 diramato dalla Farnesina alle ambasciate italiane operanti in ambito NATO, avente per oggetto la visita del presidente a Mosca, fu sottolineato che il tono della discussione era stato polemico, pur non essendo mancati degli spunti costruttivi per il miglior chiarimento di alcune posizioni sovietiche. Krusciov – proseguì la nota – aveva accusato il governo italiano di essere troppo legato alla politica americana, riferendosi anche alle installazioni di missili e, circa la Germania Ovest, di essere troppo ligio alle tesi di Konrad Adenauer. Lo statista sovietico aveva prefigurato una confederazione dei due Stati tedeschi, subordinata all'irreale, preventiva rinunzia di uno di essi (chiaramente inimmaginabile per quello comunista) al proprio sistema politico–sociale, con Berlino come capitale ed avente lo status di "città libera". Alla precisa domanda di Gronchi se fosse giusto creare tale status senza sentire prima le popolazioni interessate, Krusciov aveva replicato: "Noi non siamo obbligati a sentire il parere di Berlino Ovest"».
Maggior successo, in politica estera, ebbe il suo appoggio personale alle aperture terzomondiste del ruolo economico dell'Italia operate dal presidente dell'Eni, Enrico Mattei, proprio in quegli anniSergio Romano, cit., pp. 106-107..