è una poesia scritta da Kenji Miyazawa, un poeta originario della prefettura di Iwate in Giappone vissuto tra il 1896 e il 1933. Fu scritta a matita su un taccuino nel 1931 mentre l'autore affrontava la malattia a Hanamaki, e fu una scoperta postuma, sconosciuta anche ai suoi familiari quando venne pubblicata. A motivo della scritta "11.3" in cima alla pagina iniziale, si presume sia stata scritta il 3 novembre, appena due anni prima che morisse.
Kenji portava sempre con sé un taccuino e una matita, se ne contano almeno 15. Nel taccuino con Ame ni mo makezu, Kenji scrisse i suoi pensieri sul suo letto di malattia, le sue convinzioni religiose e gli avvenimenti importanti della vita. Sebbene non intendesse far conoscere ad altri questa composizione, questi è diventato ampiamente il suo poema più noto ed è considerato uno dei suoi capolavori.
Testo Il testo della poesia è riportato in basso in Giapponese, come traslitterazione usando i rōmaji, e la traduzione. Oltre a includere alcuni kanji, il poema è stato scritto con katakana invece che con hiragana. L'ultima frase rivela il soggetto.
Originale Ortografia moderna Rōmaji Italiano Traduzione di Martina Pasqualina Acampora. Cfr traduzione ad opera di Giorgio Amitrano: Miyazawa Kenji, “Ame ni mo makezu”, in «Paragone», Terza serie, num. 99-100-101, trad. it. di Giorgio Amitrano, Firenze, Servizi Editoriali, Febbraio-Giugno 2012, p. 68. Reperibile su https://paragone.it/?p=237 Uno che non si arrende alla pioggia Uno che non si arrende al vento Uno che non si lascia abbattere dalla neve e dalla calura estiva Uno dal corpo robusto Privo di desideri Che assolutamente non si lascia sopraffare dall’ira E ride sempre di un calmo sorriso Che ogni giorno mangia poco riso, del miso e un po’ di verdure Uno che in ogni circostanza Rimane all’esterno Che con attenzione guarda, ascolta Non dimentica Uno che vive in una capanna dal tetto di paglia All’ombra di un bosco di pini nelle campagne Uno che se c’è un bimbo malato va ad est e se ne prende cura Uno che se c’è una madre stanca va a ovest per portarle fascine di riso Uno che se c’è un moribondo va a sud a dirgli: non c’è bisogno di avere paura Uno che se c’è una lite a nord Va lì e dice: “Sono cose senza senso, smettetela!” Uno che piange in tempi di siccità Che nelle estati gelate cammina barcollando Uno che viene chiamato da tutti buono a nulla Senza essere lodato E senza essere causa di pena Questa è la persona che vorrei diventare
Note
Estati fredde in Giappone significavano raccolti scarsi, da qui la strofa "nelle estati gelate cammina barcollando." La traslitterazione qui sopra è diretta e riflette le convenzioni ortografiche dell'epoca di Miyazawa. Ad esempio, コハガラナクテ (kohagaranakute) oggi sarebbe resa con コワガラナクテ (kowagaranakute), イヒ (ihi) con イイ (ii), e サウ (sau) con ソウ (sou). --> "Hidori" in è generalmente considerato un semplice errore di battitura, poiché Miyazawa commise errori simili anche in altre sue opere. Ma poiché hidori indica il salario giornaliero dei braccianti nel dialetto di Hanamaki, alcuni credono che il vero significato di questo verso sia che Miyazawa piange per compassione verso i poveri contadini costretti a lavorare come braccianti. The part of ("Uno che se c’è un bimbo malato va ad est e se ne prende cura Uno che se c’è una madre stanca va a ovest per portarle fascine di riso") e ("Uno che viene chiamato da tutti buono a nulla Senza essere lodato E senza essere causa di pena") si presumeva fosse lo spirito del Bodhisattva Sadaparibu del Sutra del Loto. Un promemoria con dei tanka sul Sutra del Loto era stato inserito in un rotolo sottile nella parte cilindrica accanto al taccuino dove era riposta la matita.
Riferimenti
Collegamenti esterni
, Commento e traduzione di Martina Pasqualina Acampora.
Categoria:Componimenti poetici di autori giapponesi