La battaglia di Tarvisio venne combattuta nella notte tra l'8 e il 9 settembre 1943, nell'ambio dei più ampi eventi dell'operazione Achse della seconda guerra mondiale.
Poche ore dopo l'annuncio dell'armistizio di Cassibile, i repari del 14° Guardia alla Frontiera del Regno d'Italia, che presidiavano il XVII settore (la linea di confine dal monte Amariana a Sella di Ratece), rifiutarono di arrendersi e consegnare le armi ai Karstjäger delle Waffen SS tedeschi al comando del colonnello Hans Brand. Ingaggiarono quindi a Tarvisio quella che è considerata la prima battaglia della Resistenza italiana contro gli occupanti tedeschi.
Contesto Storico Il progressivo deterioramento delle condizioni belliche italiane nella seconda guerra mondiale, sfociato da ultimo nello sbarco alleato in Sicilia del luglio 1943, aveva avuto come importante conseguenza politica per il Regno d’Italia la deposizione e dell’arresto di Benito Mussolini, sostituito a capo del governo dal Maresciallo Pietro Badoglio, senza però che la cosa si traducesse in una modifica della condotta militare all’interno dell’alleanza con le forze dell’Asse.
L’alleanza italo tedesca fu anzi ufficialmente confermata, pur tra reciproche diffidenze, nella conferenza di Tarvisio del 6 agosto 1943.
Ciononostante da una parte il Regno d’Italia aveva già avviato i contatti diplomatici con gli Alleati che sfociarono nella firma dell’armistizio di Cassibile e nel suo annuncio avvenuti rispettivamente il 3 e l’8 settembre 1943, dall’altra il Reich germanico aveva messo a punto i piani per l’occupazione militare tedesca dell’Italia e trasferito ingenti quantità di truppe in territorio italiano.
Poco oltre il confine di Tarvisio, ad Arnoldstein, erano acquartierate forze tedesche (tra cui gli SS Karstjäger) preponderanti per numero e armamenti.
Altri reparti tedeschi erano già presenti in tutto il Canal del Ferro e la loro attività era già sfociata in incidenti armati prima dell’annuncio dell’armistizio, aveva guadagnato ai Tedeschi informazioni militari di rilevante importanza anche da militari collaborazionisti italiani e aveva permesso di predisporre al meglio gli armamenti che poi sarebbero stati utilizzati negli scontri.
Le locali opere del Vallo Littorio, che avrebbero potuto rappresentare un valido ostacolo (e almeno in un caso, pur limitatamente effettivamente lo furono), erano già state precedentemente private delle loro armi migliori, che erano state destinate all’utilizzo contro gli Alleati su altri fronti.
I combattimenti a Tarvisio
La sera dell’8 settembre, avuta notizia dell’armistizio, il tenente colonnello Giovanni Jon, comandante del 14° Guardia alla Frontiera collocato della caserma Italia, fece rientrare i soldati dalla libera uscita e, dopo essersi consultato con gli ufficiali suoi sottoposti, decise che il suo reparto avrebbe opposto resistenza a una eventuale azione militare tedesca. Predispose quindi la difesa della caserma affidandone il comando al Cap. Michelotto (e al Ten. Pellegrini limitatamente al circolo ufficiali) e quella del centralino telefonico civile cui, in assenza di una linea dedicata, era costretto ad affidarsi per le comunicazioni, posto in centro al paese di Tarvisio che munì con un plotone GaF di soldati antiparacadutisti al comando del Tenente Gargiulo.
La forza a disposizione del Comando ammontava a circa 300 militari, in larga parte destinati normalmente a mansioni diverse dal combattimento.
Avendo rilevato una intensa attività di pattuglie tedesche il Colonnello Jon segnalò la cosa sia al proprio comando territoriale a Treviso che al più vicino comando del XXIV Corpo d'armata che si trovava a Udine e richiese invano più volte rinforzi.
A partire dalle 2 di notte si susseguirono tre ultimatum del colonnello Hans Brand che pretendevano con crescente veemenza che i militari italiani si arrendessero e consegnassero le armi.
All’ultimo diniego italiano, poco dopo le 3 del 9 settembre, iniziarono i combattimenti a fuoco.Il centralino telefonico venne espugnato dalle truppe tedesche ricorrendo ai colpi di un cannone anticarro, mentre concorreva alla sua difesa sparando contro i tedeschi persino la giovanissima centralinista, Luigia Picech, successivamente insignita di Medaglia d’Argento al Valor Militare.
La caserma Italia così isolata venne assediata ricorrendo anche all'utilizzo di 2 autoblindo e bersagliata dai tedeschi con colpi d’artiglieria e mitragliatrici pesanti sino alle 9 del mattino quando, esaurite le munizioni, subiti 26 morti e accusate decine di feriti (tra cui lo stesso Jon), i soldati della GaF si arresero, ricevendo l’onore delle armi dagli assedianti tedeschi, che nello scontro avevano subito un’ottantina di vittime.
Quattro delle vittime italiane, il cap. m. Margutti, il fante Merli e i genieri Falcomer e Varnier furono insignite della Medaglia d'Argento al Valor Militare.
Per quanto riguarda lo schieramento tedesco le perdite sono state stimate dalla maggior parte delle fonti in circa 40 - 50 morti, anche se alcuni autori giungono a stimare numeri superiori.
I combattimenti in Valcanale La Battaglia della Caserma Italia fu l’episodio più importante di resistenza armata opposta all’invasione tedesca quella notte nel Canal del Ferro, ma non fu l’unico: sul Monte Goriane , a Ugovizza , a Porticina di Coccau i militari italiani reagirono con le armi contro le truppe tedesche infliggendo loro danni anche rilevanti (ad esempio a Ugovizza i morti tedeschi furono cinque) e ritardandone l'avanzata (l'opera di Porticina con fuoco intenso bloccò i movimenti sulla rotabile sino all'esaurimento delle munizioni nel pomeriggio del 9 settembre), ma tali operazioni non riuscirono ad assumere una forma coordinata anche a causa dell’assenza di comandi superiori chiari e dell'interruzione delle comunicazioni.
Il destino dei superstiti Al termine dei combattimenti i militari italiani superstiti vennero presi prigionieri e inizialmente condotti al campo contumaciale di Camporosso: solo in pochi riuscirono a scappare. Da Camporosso furono trasportati in treno nei campi di prigionia in Germania e Polonia (tra cui quelli di Fallingbostel, Cestokowa e Alversdorf) dove la maggior parte di loro rifiuterà l’offerta di arruolarsi nell’esercito tedesco e in quello della Repubblica Sociale Italiana, condividendo la sorte degli Internati Militari Italiani.
A distanza di oltre ottant'anni dai fatti in virtù della prigionia al Colonnello Jon è stata concessa la Medaglia d'onore ai cittadini italiani deportati e internati nei lager nazisti 1943-1945.
Note
Bibliografia
Antonio Russo, Come foglie al vento, 1983, Editore Ribis Paolo Toldo, in Storia contemporanea in Friuli, a. 5, n. 6 (1975), p. 63-93 Raimondo Domenig, Tedeschi al confine orientale 1943 - 45, 2016, Aviani & Aviani Editore Giancarlo Bolognesi, Le stellette, la croce, il gladio, 2006, Editore Lo Scarabeo Elisabetta Bonato, Zevio, Tarvisio, Germania e... ritorno 1939 - 1945, 2026, Girardi Print Factory
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