La Frontiera Nord o, per esteso, il sistema difensivo italiano alla Frontiera Nord verso la Svizzera, impropriamente nota come Linea CadornaL'espressione Linea Cadorna, esplicito riferimento al generale Luigi Cadorna, capo di stato maggiore dell'Esercito Italiano dal 1914 al 1917, è recente (1970) e, soprattutto, è impropria se utilizzata per identificare la Frontiera Nord: il sistema difensivo fu infatti concepito e, seppur in minima parte, realizzato molti anni prima che Luigi Cadorna potesse avere voce in capitolo presso lo Stato Maggiore dell'Esercito Italiano. Inoltre, sebbene Cadorna ne avesse ordinato la progettazione, l'istanza che nel 1916 determinò il finanziamento e la conseguente realizzazione del grosso delle opere fu essenzialmente di ordine politico e solo marginalmente di ordine militare., è un complesso di opere di difesa permanenti posto a protezione della Pianura Padana e dei suoi principali poli economici e produttivi: Torino, Milano e Brescia.

Il sistema fu progettato e realizzato tra il 1899 e il 1918 con lo scopo dichiarato di proteggere il territorio italiano da un possibile attacco proveniente d'oltralpe condotto dalla Francia, dalla Germania o dall'Austria-Ungheria violando la neutralità del territorio svizzero o, ipotesi meno probabile, da una possibile invasione della Pianura Padana da parte della stessa Confederazione Svizzera.

Storia della Frontiera Nord Sin dal 1862, subito dopo la nascita del Regno d'Italia, lo Stato Maggiore dell'Esercito Italiano si pose il problema della necessità di proteggere il territorio italiano fortificandone i confini, e in particolare quelli italo-elvetici, con una serie di forti muniti di batterie per bloccare eventuali tentativi di invasione lungo la dorsale delle val d'Ossola-Lago Maggiore-Ceresio-Lago di Como, con particolare attenzione alle grandi direttrici alpine del Gran San Bernardo, del Sempione, del Gottardo, dello Spluga, del Maloja, del Bernina, dello Stelvio e del Tonale. Il progetto rimase a lungo sulla carta a causa delle difficoltà finanziarie che per anni tormentarono il nuovo Stato.

Nel 1871 il confine verso la Svizzera fu reinserito nel nuovo progetto di difesa dello Stato per poi essere nuovamente rigettato nel 1882, quando il Comitato di Stato Maggiore Generale si dichiarò contrario all'idea, essendo improbabile una violazione austriaca del territorio svizzero, e poco realistico un eventuale attacco tedesco, anche in base agli accordi diplomatici con Germania e Austria-Ungheria sfociati con la Triplice Alleanza. Ciononostante, i progetti furono ripresi, accantonati e portati avanti stancamente fino al 1911, quando l'Ufficio Difesa dello Stato formulò un nuovo schema di difesa alla frontiera elvetica, lungo le Alpi Orobiche e il saliente ticinese della val d'Ossola..

Così dopo alcuni studi eseguiti dalle autorità militari, il 18 aprile 1911 lo Stato Maggiore affidò i lavori alla Direzione Lavori Genio Militare Milano, che si preoccupò inizialmente di allestire lo sbarramento Mera-Adda con la costruzione del Forte Montecchio Nord. I lavori continuarono a singhiozzo, fino allo scoppio della Grande Guerra per essere poi completati con urgenza a ostilità incominciate.

Le intenzioni diplomatiche italiane furono tenute segrete fino al 24 maggio 1915, quando il Regno d'Italia uscì dalla neutralità per dichiarare guerra all'ex alleato austro-ungarico. Nel settembre dello stesso anno il generale Carlo Porro rese nota al capo di stato maggiore Luigi Cadorna la concreta possibilità di un'invasione tedesca della Svizzera, che sarebbe potuta sfociare in un dilagare di truppe nemiche nella Pianura Padana e nel cuore industriale di Milano.

Cadorna decise di riprendere il vecchio progetto del 1882, e con le opportune modifiche ordinò di allestire una imponente linea fortificata estesa dalle valli ossolane fino ai passi orobici. Ne fanno parte molte strade, mulattiere, sentieri, trincee, postazioni d'artiglieria, osservatori, ospedali da campo, centri di comando e strutture logistiche, il tutto realizzato ad alte quote dai 600 fino a oltre 2.000 metri.

Una stima dell'opera cita: 72 km di trincee, 88 postazioni di artiglierie (11 in caverna), 25.000 metri quadrati di baraccamenti, 296 chilometri di strade e 398 chilometri di mulattiere, per un costo di oltre 105 milioni di lire (circa 150 milioni di euro odierni). e il contributo di 40.000 uomini. Questo complesso di opere non venne mai utilizzato. Le fortificazioni, all'inizio della guerra, vennero presidiate ma ben presto, e in particolare dopo la disfatta di Caporetto, la linea venne abbandonata.

La costruzione della linea

Nel settembre 1915, Porro esponeva a Cadorna la possibilità di azioni al confine svizzero dove si trovavano solo otto battaglioni di Milizia Territoriale, oltre alle guardie confinarieUniformi e Armi, settembre 2001, La linea Cadorna. Storia delle fortificazioni lungo il confine italo-svizzero durante la I G.M Pag. 30 - 34. Con Francesco Capelletto e Eugenio Vajna De Pava. Una ipotetica invasione della Lombardia da parte degli Imperi Centrali, dalla neutrale Svizzera, un attacco alla zona industriale di Milano e quindi al maggiore apparato produttivo italiano, spinse il Governo italiano a ricominciare la costruzione a pieno ritmo della linea difensiva.

I lavori vennero appaltati a parecchie ditte tra le quali molte varesine, le quali lavorarono così bene che ottennero commesse anche per le fortificazioni nel Veneto.. Dopo la dichiarazione di guerra alla Germania il 27 agosto 1916, l'Italia aveva ormai terminato i lavori, e creato un apposito Comando a cui affidare l'esecuzione dei lavori e l'organizzazione dell'afflusso di reparti in caso di emergenza.

La frontiera italo-svizzera venne divisa in 6 settori: Val D'Aosta, Sempione-Toce, Verbano-Ceresio, Ceresio-Lario, S.Lucio-S.Iorio e Mera-Adda.

Valle d'Aosta: l'ottocentesco sbarramento di Bard fu integrato con alcune postazioni nella conca di Etroubles allo scopo di impedire il passaggio dal colle del Gran San BernardoIl passo del Gran San Bernardo era l'unica, e peraltro improbabile, via d'accesso per un esercito nemico in territorio italiano da ovest. Il passo, essendo impervio, stretto e inadatto al passaggio di migliaia di soldati, insieme alla sua posizione distante dai punti nevralgici del paese non fu considerato come un fulcro difensivo, ma l'improbabile manovra nemica nel settore ne limitò i lavori. Toce-Verbano: (dal passo del Sempione al lago Maggiore) fu potenziato lo sbarramento di Ornavasso prevedendo una linea di massimo arretramento all'altezza delle Cave di Candoglia così da poter sfruttare la difesa naturale offerta dai monti della val Grande.Lo sbarramento della ferrovia del Sempione non venne modificato, perché se ne dava per certa l'occupazione nemica.Alla postazione in caverna di Iselle fu assegnata mezza batteria (due pezzi) da 75 mm, con l'incarico di chiudere l'imbocco della galleria in caso di emergenza, interessante è che quando il rischio di invasione fu passato, questa rimase l'unica in dotazione al Comando fino alla fine del conflitto. Verbano-Ceresio: (da Luino a Porto Ceresio) la difesa fu realizzata su due linee, inizialmente furono attrezzate le posizioni del campo trincerato di Varese, e solo in un secondo tempo si decise di portarsi all'altezza della linea Luino-Ponte Tresa. La posizione avanzata di Monte Sette Termini, risultava comunque battuta in caso di abbandono delle artiglierie della seconda linea. Ceresio-Lario: (da Viggiù a Menaggio) si saldava al precedente punto, l'importanza di questa zona era tale che tutti i piani elaborati successivamente prevedevano, come primo obiettivo, allo scoppio delle ostilità, l'occupazione dell'intero Mendrisotto fino a Capolago.Per questo si decise di concentrare il fuoco sulla diga-ponte di Melide, unica via di collegamento con Lugano.Tale azione avrebbe consentito l'agevole occupazione del monte Generoso a protezione e sostegno del punto strategico dell'intero settore, la Sighignola.Da Porlezza fino a Menaggio, la massiccia catena montuosa a sud della valle opponeva una sufficiente barriera naturale. S.Lucio-S.Jorio: l'occupazione delle caserme di confine fu prevista solo in caso di offensiva, il valico di S.Jorio, in particolare era già dall'epoca medioevale una via di comunicazione per chi provenendo da Milano, si dirigeva verso il Gottardo. Mera-Adda: questo settore proponeva la catena delle Alpi Orobie come limite di difesa a oltranza.Lo sbarramento di Colico fu ritenuto insufficiente poiché la sua dislocazione, a livello del lago, poteva consentire al nemico di controbattere da una quota superiore con le artiglierie appostate sui vicini rilievi.Furono quindi realizzati alti appostamenti a monte Legnoncino.

Concezione teorica A causa della scarsa disponibilità di soldati, gli sbarramenti furono costruiti lungo una linea più arretrata che sfruttasse l'orografia del territorio, incuneandosi lungo le dorsali e gli avvallamenti nel confine. Nella concezione militare dell'epoca, si faceva ancora affidamento soprattutto sulla forza d'urto delle masse di soldati piuttosto che sulle nuove tecnologie, infatti la linea fu costruita soprattutto con trincee di prima linea in calcestruzzo, corredata da piattaforme su cui salire per sparare e da nicchie e ricoveri per la truppa e le munizioni.

I trinceramenti erano un susseguirsi di linee spezzate, spesso con angoli acuti per garantire la maggior protezione possibile allo scoppio delle granate, e a intervalli regolari presentavano nicchie "a campana" per il ricovero delle sentinelle in caso di maltempo. Numerosi tratti di trincea erano dotati di piccole ridotte, e di scalette per permettere al fante di uscire in caso di contrattacco, numerose poi erano le postazioni di mitragliatrice sottoterra.

Le batterie di cannoni presenti in trincea erano di tre tipi: in "barbetta", ovvero all'aperto e in posizione rialzata semi-protetti da un muretto, oppure protette in un bunker di calcestruzzo, e in "caverna" protette dalle stesse montagne, dove venivano inseriti i pezzi di maggior calibro, e dove si potevano trovare camere per le munizioni e per le truppe.

Tipologie e strutture delle fortificazioni

Le fortificazioni della Frontiera Nord furono molto innovative e si differenziarono non poco dai metodi costruttivi in vigore fino ad allora: furono abbandonati i presidi isolati, vulnerabili ai grossi calibri, a favore di cupole corazzate in acciaio, opere campali semi-permanenti, postazioni in barbetta per mortai, obici e cannoni, e postazioni in caverna per mitragliatrice e artiglierie di medio calibro. Furono progettati nidi per mitragliatrice, dato il largo utilizzo di questa nuova arma usata durante il primo conflitto mondiale, nidi sistemati in modo tale da assicurare un tiro coordinato in grado di battere aeree estese e proteggersi a vicenda.

Elemento a cui i progettisti fecero più affidamento furono le trincee, provviste di parapetto, feritoie riparate, ricoveri, da considersi vere e proprie opere semi-permanenti progettate in ogni particolare, secondo criteri ben precisi, di fattura ben diversa dalle trincee del fronte.

Per questo, a oltre 90 anni di distanza, molte di quelle trincee e di quei presidi sono arrivati fino a noi in ottime condizioni. Particolarmente in buono stato sono le trincee di Ornavasso (VB), Cassano Valcuvia e del monte Marzio in provincia di Varese.

In provincia di Como sono stati recuperate e messe a disposizione per la visita le seguenti strutture:

il Fortino Monte Sasso (Fortino di Cavallasca) ubicato nel territorio del Parco della Spina Verde di Como nel Comune di Cavallasca, a poche centinaia di metri dal confine svizzero. Le architetture sul Monte Bisbino: una strada militare di 12 km da Rovenna alla vetta del monte (1916), cunicoli sotterranei, camminamenti e postazioni mimetizzate..