Lassoluzione, dal latino Ab (da) solvere (rendere libero), è la remissione dei peccati, o della punizione ricevuta a causa di un peccato, accordata da alcune Chiese cristiane.

Generalità Nella Chiesa cattolica l'assoluzione vera e propria è quell'atto attraverso il quale il sacerdote, nel sacramento della penitenza, libera l'uomo dal peccato. Essa presuppone:

da parte del penitente, contrizione, confessione, e, almeno, la promessa dello svolgimento della penitenza; da parte del ministro, il valido ricevimento dell'Ordine sacro e la giurisdizione, accordata dall'autorità competente, ovvero la Chiesa cattolica, sulla persona che riceve il sacramento.

La Chiesa cattolica ritiene di avere il potere di assolvere dai peccati commessi dopo il battesimo perché Cristo istituì il Sacramento della Penitenza quando, dopo essere risorto, alitò sugli apostoli dicendo:

Per tale ragione, secondo la dottrina cattolica, il potere di rimettere o non rimettere i peccati venne trasmesso agli Apostoli ed ai loro legittimi successori. A san Pietro, in particolare, furono affidate le chiavi del Regno dei Cieli. Il peccato è il grande ostacolo posto all'ingresso del regno, e sul peccato Pietro è supremo. A Pietro ed a tutti gli Apostoli fu, quindi, dato il potere di rimettere e di non rimettere. Ciò implica un potere supremo sia legislativo che giudiziario: il potere di perdonare i peccati ed il potere di liberare dalla pena derivante dal peccato. Tale potere, come prima citato, viene chiaramente descritto dal Vangelo secondo Giovanni. È sciocco asserire che il potere accordato da Cristo fosse semplicemente il potere di annunciare il Vangelo (Concilio di Trento, Sessione XIX, Canone III), e poco saggio sostenere che in questo passo non si parla di altro potere se non quello di rimettere i peccati attraverso il Sacramento del Battesimo (Ibidem, Sessione XIV); in tale contesto, le parole usate dall'Evangelista implicano un atto strettamente soggettivo: il potere di rimettere i peccati diviene semplicemente incomprensibile quando si applica al solo battesimo, e non ad un'azione che comporta un giudizio discrezionale.

L'assoluzione nella storia Gli albori dell'era cristiana Una cosa è asserire che la Chiesa cattolica ha il potere dell'assoluzione, un'altra è dire che la Chiesa degli inizi abbia ritenuto di avere tale potere. Il Battesimo era il primo, il grande sacramento, il sacramento dell'iniziazione al regno di Cristo. Attraverso il battesimo non si otteneva solo il perdono assoluto dal peccato, ma anche l'annullamento della punizione derivante dal peccato. Una volta nato a nuova vita, il cristiano ideale aborriva persino il pensiero di un ritorno al peccato. Di conseguenza, la disciplina cristiana dei primi tempi era contraria addirittura ad accordare una sola volta la riammissione ai culti attraverso il ministero della riconciliazione. Questa severità derivava dalla Lettera agli Ebrei: "È impossibile per coloro che una volta furono illuminati, che assaggiarono anche il paradiso, e che furono fatti partecipi dello Spirito Santo, che inoltre ascoltarono la parola di Dio, essere riammessi attraverso la penitenza" (VI, 4-6). La persistenza di questa convinzione è evidente nel Pastor di Hermas, dove l'autore disputa con una scuola rigorista sulla possibilità di dare almeno una opportunità al penitente (III Sim., VIII, 11). Hermas sostiene che si possa dare solamente una opportunità al penitente, ma ciò è già sufficiente per stabilire la credenza nel potere della Chiesa di perdonare i peccati commessi anche dopo il battesimo. Sant'Ignazio di Antiochia, agli inizi del II secolo, sembra definire il potere di perdonare i peccati quando dichiara nella sua lettera ai Filadelfi che il vescovo presiede alla cerimonia della pubblica penitenza. Questa tradizione fu continuata, poi, nella Chiesa sira, come si evince dagli scritti di Aphraates e di sant'Efrem il Siro. San Giovanni Crisostomo esprime questa stessa tradizione siriaca quando scrive nel De Sacerdotio (Migne P. G., LXVII, 643), che "Cristo ha dato ai suoi sacerdoti un potere che non accordò nemmeno agli angeli, dato che non ha detto loro, 'Qualsiasi cosa perdonerai, sarà perdonata'"; ed ulteriormente aggiunge, "Il Padre ha rimesso ogni giudizio nelle mani di suo Figlio, ed il Figlio a sua volta ha accordato questo potere ai suoi sacerdoti."

Clemente Alessandrino, che forse ricevette la sua ispirazione dal Pastor Hermae, narra la storia del giovane bandito a cui San Giovanni andò incontro e che riportò a Dio, e nella storia parla dell'"Angelo della Penitenza" riferendosi al vescovo o al sacerdote che sovrintendono alla penitenza pubblica. Origene Adamantio (230) fu il successore di Clemente alla Scuola Alessandrina. Nel commentare le parole della preghiera, "Ci perdoni i nostri peccati", Origene allude alla pratica della penitenza nella Chiesa, richiamandosi al testo di Giovanni, XX, 21. Questi afferma che tale testo è la prova della potestà di perdonare i peccati conferita da Cristo ai suoi Apostoli e ai loro successori. Vero è che nei suoi scritti fa eccezione per i peccati di idolatria e di adulterio che lui ritiene irremissibili, anche se Dionisio di Corinto (170), anni prima, sostenne che nessun peccato era escluso dal potere di remissione accordato da Cristo alla Sua Chiesa (Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, IV, XXIII). Nella Chiesa Alessandrina c'è anche la testimonianza di Atanasio che, in un frammento contro i Novazianisti, pungentemente afferma: "Colui che confessa i suoi peccati riceve dal sacerdote il perdono per la sua colpa, in virtù della grazia di Cristo (solo se è battezzato)." San Firmiano, nella sua famosa lettera a san Cipriano di Cartagine afferma che il potere di perdonare i peccati fu dato agli Apostoli ed ai loro successori (Epistole Cipriano, LXXV), e questa tradizione viene espressa più chiaramente sia da san Basilio Magno che da san Gregorio Nazianzeno (P. G., XXXI, 1284; XXXVI, 356 357). La tradizione romana è chiara anche nel Pastor Hermae, dove viene difeso il potere di perdonare i peccati commessi dopo il battesimo (Sim., VIII, 6, 5; ibidem, IX, 19). Questa stessa tradizione è manifesta nei Canoni di Ippolito, dove il prelato che consacra un vescovo prega in questo modo: "Accordagli, o Signore, il potere di perdonare i peccati" (XXII). Questo concetto è espresso ancora più chiaramente nelle Constitutiones Apostolicæ (P. G., I, 1073): "Accordagli, O Dio Eccelso, attraverso Tuo figlio Gesù Cristo, nella pienezza del Tuo spirito, che possa avere il potere di perdonare i peccati, in accordo con il Tuo volere, che possa sciogliere ogni vincolo che lega il peccatore, in ragione di quel potere che Tu hai accordato ai Tuoi Apostoli" (Vedere anche Louis Duchesne, Adorazione Cristiana, 439, 440.). Se questo potere sembra essere stranamente limitato per Hermas, ed Origene, Tertulliano, e i novazianisti non erano disposti a credere che la Chiesa avesse il diritto di assolvere da peccati gravi come l'apostasia, l'assassinio, e l'adulterio, papa Callisto I risolse la questione per sempre dichiarando che in virtù del potere delle chiavi, egli avrebbe accordato il perdono a tutti coloro i quali avessero fatto penitenza. Ego... delicta pœnitentiâ functis dimitto, o di nuovo, Habet potestatem ecclesia delicta donandi (De Pudicitia, XXI). Queste affermazioni, riportate nell'opera scatenarono le ire di Tertulliano, che accusò il papa di presunzione nell'osare perdonare i peccati e specialmente i crimini più grandi quali l'assassinio, l'idolatria ecc. - Idcirco præsumis et ad te derivasse solvendi et alligandi potestatem, id est, ad omnem Ecclesiam Petri propinquam. Tertulliano stesso, però, prima di diventare un montanista affermava a chiare lettere che il potere di perdonare i peccati si trovava nella Chiesa. Collocavit Deus in vestibulo pœnitentiam januam secundam, quæ pulsantibus patefaciat [januam]; sed jam semel, quia jam secundo, sed amplius nunquam, quia proxime frustra (De Pœnitentia, VII, 9, 10). Anche se Tertulliano limita l'esercizio di questo potere, ne asserisce fortemente l'esistenza, e afferma chiaramente che il perdono così ottenuto non solo riconcilia il peccatore con la Chiesa, ma con Dio stesso (Harnack, Dogmengeschichte, I, nota 3, 407). L'intera controversia montanista è una prova della posizione assunta dalla Chiesa e dai vescovi di Roma sulla questione dell'assoluzione. Tutti i grandi Dottori della Chiesa occidentali, in seguito, affermarono in termini assoluti che il potere di assolvere era concesso ai sacerdoti della Chiesa da Cristo. (Leone Magno, P. L., LIV, 1011-1013; Gregorio Magno, P. L., LXVI, 1200; sant'Ambrogio, P. L., XV, 1639; XVI, 468, 477 ecc.; sant'Agostino, P. L., XXXIX 1549-59.)

Perciò, il potere di assolvere dai peccati commessi dopo il battesimo viene riconosciuto ai sacerdoti della Chiesa, in virtù del comando di Cristo di rimettere e di non rimettere, e del potere delle chiavi fin dai tempi di Callisto. In un primo tempo questo potere venne difeso timidamente contro il partito rigorista; in seguito venne esercitato fortemente. All'inizio al peccatore veniva data una sola opportunità di perdono, gradualmente questa indulgenza venne estesa; è vero, alcuni dottori della Chiesa pensavano che certi peccati fossero imperdonabili, salvo al solo Dio, ma questo perché erano convinti che la vigente disciplina limitasse i poteri accordati da Cristo. Dopo la metà del IV secolo, tuttavia, la pratica universale della penitenza pubblica precluse qualsiasi rifiuto della credenza nel potere della Chiesa di perdonare il peccatore, sebbene la dottrina e la pratica della penitenza furono destinate ad avere ancora un'ulteriore espansione.

La tarda era patristica