La pittura (in greco antico , zographia composto di zo, , "vita" e gráphein, , "scrivere") è l'aspetto meno conosciuto dellarte greca, sebbene agli occhi dei contemporanei ne apparisse come una sublime espressione.

Difficoltà di studio Se la prevalenza dei reperti di scultura e architettura potrebbero far erroneamente pensare a una predilezione ellenica per tali manifestazioni artistiche, le fonti letterarie informano che altrettanto importante fu la pittura, sia su muro che, soprattutto, su tavola. La distruzione quasi totale dei supporti pittorici usati dagli antichi Greci costituisce quindi una gravissima menomazione nello studio della storia della pittura, in piccola parte sopperito dalle tracce e descrizioni delle fonti letterarie, che ne permettono di ricostruire, almeno in maniera ideale, i caratteri fondamentali. Dalle fonti storiche ci sono infatti noti i protagonisti di questa forma d'arte, le problematiche da loro affrontate, le sperimentazioni tentate e i risultati raggiunti.

Un altro supporto conoscitivo importante è rappresentato dalla ceramografia, in cui sono rispecchiate, per quanto possibile, le conquiste e le forme della grande pittura monumentale (sul termine γραφή in riferimento alla pittura e, in particolare, alla ceramica figurata: Di Bello, Indovina 2024). La pittura vascolare è sicuramente interessante, ma non va scambiata con i modelli a cui si ispirò: scrisse Federico Zeri che voler vedere la grandezza di Apelle o di Zeusi nelle opere dei vasai sarebbe come voler capire la grandezza di Michelangelo o Raffaello dalle maioliche di Deruta o di UrbinoFederico Zeri, Un velo di silenzio, Rizzoli 1999. Il principio di Zeri è sicuramente valido se si considera il problema a partire dall'epoca classica, mentre per il periodo precedente occorre tenere presente l'unità delle arti come elemento caratterizzante e riconosciuto prima di effettuare le opportune contestualizzazioni. Cfr. e .

Restano inoltre alcune testimonianze in Italia, tra cui la Tomba del tuffatore vicino a Paestum, e molti ritengono che siano le uniche testimonianze di pittura originale di ambiente greco. La Tomba del Tuffatore è un reperto di provenienza magnogreca, in cui sono presenti evidenti elementi di una felice commistione con l'arte campana ed etrusca. Tali caratteristiche, unite all'episodicità del reperto, non ci permettono di considerarlo come un prototipo delle tecniche pittoriche nel mondo greco.

Esiste poi una serie di opere etrusche e romane ispirate a modelli greci e si possiedono infine, per il periodo ellenistico, alcuni resti di affreschi e di mosaici in Macedonia (Verghina, Pella), oltre a composizioni quadricromatiche tradotte in mosaico, tra cui la più celebre è il mosaico della battaglia di Isso dalla Casa del Fauno a Pompei.

Pittura monumentale

La pittura policroma

La tradizione letteraria coerentemente con i pochi reperti pittorici superstiti colloca nel nord-est del Peloponneso, a Corinto o a Sicione, il sorgere della più antica grande scuola pittorica. L'unica fonte scritta per la pittura del periodo arcaico è Plinio il Vecchio che nel Libro XXXV della Naturalis historia ne riassume brevemente la vicenda: in tali città si sarebbe sviluppata dapprima una pittura lineare e monocroma di cui fecero ampio uso Aridice di Corinto e Telefane di Sicione, poi il corinzio Ecfanto avrebbe inventato la tecnica policroma iniziando a dipingere l'interno delle figure maschili con un colore bruno chiaro o rossiccio, a base di argilla cotta triturata, in uno stile in realtà già comune nella pittura egiziana (Nat. hist., XXXV, 15-16).. Non possediamo una datazione circa l'introduzione della policromia nella grande pittura (pittura su pannelli di legno, lastre di terracotta o pareti), ma sono giunti sino a noi frammenti dei blocchi di pietra dipinti appartenenti alle mura della cella del tempio di Poseidone a Isthmia (un santuario sotto il controllo di Corinto) che in base alla tecnica pittorica utilizzata possono essere datati al secondo e terzo quarto del VII secolo a.C.. La tavolozza policroma rilevata su questi frammenti è stata avvicinata a quella della decorazione dellOlpe Chigi (640 a.C. circa).

Meglio conservate sono le metope in terracotta policroma appartenenti al tempio di Apollo a Thermo (un altro sito sotto l'influenza di Cipselo, tiranno di Corinto tra il 657 e il 627 a.C. circa) le quali invece sono più recenti, di dieci o vent'anni, rispetto allOlpe Chigi e probabilmente opera di maestranze di minore valenza;. singole figure o piccoli gruppi sono disegnati in nero a contorno sull'argilla color giallo chiaro e riempite con colori piatti con interventi in nero per i dettagli.. Da citare infine i frammenti di lastre policrome provenienti dal santuario di Calidone databili tra il primo decennio e la metà del VI secolo a.C.

Intorno alla metà del VII secolo a.C. dunque in una vasta area della Grecia settentrionale la tecnica policroma venne impiegata sia nella grande pittura sia, in via probabilmente solo sperimentale, nella decorazione vascolare; questo incontro, dovuto forse a un'attività artigianale che non distingueva tra i due ambiti di applicazione, ebbe breve durata e dopo lOlpe Chigi la ceramografia tornò ad impiegare prevalentemente tecniche proprie come la figura nera, sicuramente più veloci ed economiche. Il riconoscimento delle rispettive specificità linguistiche tuttavia non escluse il reciproco scambio di esperienze quale si manifesta ad esempio nelle lastre di terracotta policroma attraverso l'impiego del graffito (come nelle Lastre Boccanera, dalla Necropoli della Banditaccia a Cerveteri) o, viceversa, in una produzione ceramografica in cui la volontà pittorica tendeva ad escludere decorazioni secondarie o di riempimento.

La scena principale dellOlpe Chigi con le due schiere di opliti che si affrontano in un sovrapporsi di figure impone considerazioni che non si limitano all'impiego della policromia, ma che riguardano l'interesse per la profondità e la resa spaziale; anche in questo ambito lOlpe Chigi è un'opera singolare e avanzata che rende possibile l'idea di una già sperimentata pratica nella grande pittura. Benché non ci sia differenza nella dimensione delle figure l'esistenza di piani differenti è suggerita dalla sovrapposizione e dai contrasti tonali così che la legge del piano unico tipica dei vasi in stile geometrico viene ad essere superata. Questo mezzo rudimentale per suggerire la profondità continuerà ad essere l'unico mezzo impiegato per circa un secolo.

Si sottolinea spesso che la preminenza di Sicione e Corinto nella narrazione di Plinio può essere dovuta alla sua fonte, Senocrate di Sicione; una tradizione parallela sempre in Plinio descrive lo sviluppo della pittura policroma nella Grecia orientale in relazione al pittore Bularco, ma in un contesto reso meno sicuro da difficoltà e incongruenze cronologiche..

Le lastre di terracotta per la decorazione parietale continuano ad essere numerose sino alla fine dell'età arcaica, ne abbiamo un esempio nella lastra dell'acropoli di Atene con l'oplite in corsa (Museo dell'Acropoli, 1037) datata 520-510 a.C. che ricorda le metope di Thermo. Le stele attiche in marmo dipinto della fine del VI secolo a.C. ricordano invece la tecnica della ceramica a figure rosse, come nella Stele funeraria di Lyseas del 510-500 a.C. (Museo archeologico nazionale di Atene, 30).

Fuori di Atene i dipinti su legno trovati a Pitsa, a ovest di Sicione, possono essere un riflesso degli affreschi contemporanei di media qualità: su un fondo bianco a base di gesso sono disegnate figure colorate in sei o sette colori alle quali ancora mancano profondità e effetto plastico; il colore inoltre è ancora usato in modo riempitivo e il volume è reso ricorrendo unicamente al disegno..

Contemporanei delle tavole di Pitza sono i dipinti frammentari rinvenuti a Gordio, in Frigia, che decoravano l'interno di un edificio. La ricostruzione ha restituito un fregio continuo con scena di banchetto che si svolgeva lungo tre pareti. La pittura è a tempera con disegno preparatorio in rosso. Al 525 a.C. risale anche la decorazione di una delle due tombe rinvenute a Elmalı in Licia. Si tratta della tomba di Kizilbel (scoperta nel 1969) e decorata da maestranze greco-orientali e anatoliche,. che presenta affinità con le tombe etrusche della necropoli dei Monterozzi (le tombe della Caccia e della Pesca, degli Auguri, dei Tori) e un'iconografia assimilabile alla ceramica corinzia.. La decorazione ricopriva l'intero tumulo, soffitti e pavimenti compresi; le pareti recavano fregi sovrapposti, con temi tratti dalla mitologia greca (le Gorgoni e Medusa con i figli, Pegaso e Crisaore; l'agguato di Achille a Troilo) e scene di vita reale connesse con l'attività e l'ambiente sociale del defunto. Il disegno preparatorio era eseguito in rosso direttamente sulla pietra calcarea, riempito con colori piatti e ripreso dal disegno definitivo in nero.. Gli altri pigmenti impiegati erano le varie tonalità del rosso, l'azzurro, il malva e raramente il verde.

Leggermente più tarda (500 a.C. circa) è la lastra calcarea proveniente dal Tesoro degli Achemenidi di Persepoli con la scena della contesa fra Eracle e Apollo per il possesso del tripode di Delfi. La lastra, frammentaria, presenta un disegno preparatorio inciso, ma le erosioni e le incrostazioni hanno provocato la totale perdita del pigmento, probabilmente steso in origine su un fondo come quello che veniva steso sui pannelli arcaici in legno o in terracotta. L'opera, eseguita utilizzando una pietra locale, è stata ricondotta ad artisti ionici e committenti greci presenti in territorio persiano. Non essendo stati ritrovati in Grecia altri pannelli dipinti su pietra, aventi funzione decorativa o votiva, è possibile che almeno per quanto riguarda il supporto utilizzato l'autore sia stato influenzato da una pratica locale..

La conquista della prospettiva

Polignoto e Micone, nella prima metà del V secolo a.C., rinnovarono i rapporti spaziali tra figura e sfondo, verso una più convincente rappresentazione dello spazio, che tuttavia restava priva di impostazione prospettica e di chiaroscuro, quest'ultimo limitato a dettagli e oggetti. Una pittura che, stando alle testimonianze vascolari (come il cratere di Orvieto del Pittore dei Niobidi), viveva ancora di linearità e astrazioni. Più tardi Agatarco di Samo, a giudicare dalle testimonianze letterarie, riuscì a sviluppare una particolare rappresentazione prospettica. Sebbene sia perduta la trattatistica su tale argomento, accenni in opere più tarde (ellenistiche e romane) parlano di una visione "sferica" determinata dalla forma dell'occhio e dai suoi movimenti in circolo; tale idea si trova anche nel IV postulato di Euclide, in cui si teorizza che la distanza tra occhio e oggetti non è una misura lineare ma gradi angolari e angoli di cerchio. Gemino, nel I secolo d.C., scrisse come le linee rette vengono percepite dall'uomo come leggermente incurvate, giustificando l'applicazione delle correzioni ottiche dell'architetturaDe Vecchi-Cerchiari, cit., p. 48..

La più chiara trattazione sulla prospettiva antica risale a Vitruvio, che nel De architectura parlò di "icnografia", "erecta imago frontis" e "scaenographia": quest'ultima consisteva in una rappresentazione della facciata e dei lati di un edificio in scorcio, «con la convergenza di tutte le linee al centro del compasso». Cosa si intendesse con questo passaggio non è chiaro: c'è chi lo ha interpretato come un occhio verso il quale convergono le linee intersecate da una superficie sferica e c'è chi lo intende come una prospettiva di tipo rinascimentale.