Le guerre rivoluzionarie francesi furono combattute dal 1792 al 1802 dalla Francia rivoluzionaria contro gran parte delle potenze europee, ostili alla Rivoluzione, che aveva rovesciato la monarchia secolare e mandato il re Luigi XVI e la sua regina, Maria Antonietta, alla ghigliottina, e decise a frenare l'espansionismo ideologico e territoriale francese e restaurare l'Antico regime. Cronologicamente vengono anche suddivise in guerra della prima coalizione (1792-1797), che terminò con il trattato di Campoformio, e in guerra della seconda coalizione (1798-1802); in realtà la Francia fu costantemente in guerra con la Gran Bretagna dal 1793 fino al 1802.

Caratterizzate dal fervore patriottico e ideologico e dalle innovazioni tattiche e strategiche delle armate rivoluzionarie francesi, poco addestrate ma estremamente motivate e aggressive e guidate da generali giovani ed energici, le guerre rivoluzionarie terminarono, nonostante molte difficoltà e alcune pesanti sconfitte, con la vittoria della Francia che estese la sua influenza su parte dell'Europa centrale e meridionale, ponendo le premesse per le successive conquiste dell'Impero napoleonico, succeduto alla Repubblica rivoluzionaria.

Le ostilità cessarono ufficialmente col trattato di Amiens (1802). Gli eventi militari posteriori vengono storicamente indicati guerre napoleoniche. Entrambi i conflitti nella storiografia britannica sono anche denominati grande guerra francese.

Le monarchie d'Europa contro la Francia rivoluzionaria 1790-1791 I drammatici fatti della Rivoluzione del 1789 avevano provocato il crollo della monarchia assoluta in Francia e instaurato un rapporto di costante conflittualità tra i deputati delle assemblee elette e il re Luigi XVI; il sovrano, pur mostrando esteriormente di accettare le deliberazioni della rappresentanza nazionale e la conseguente perdita di potere, in realtà non era disposto a subire la progressiva esautorazione e fin dal 20 ottobre 1790 diede ai suoi emissari pieni poteri per concordare segretamente con i monarchi degli altri regni europei dell'Antico regime un intervento politico-militare a suo favore per ristabilire le prerogative reali..

Luigi XVI non contava su insurrezioni locali organizzate dai numerosi nobili che erano già emigrati all'estero e invece si affidava soprattutto al cognato Leopoldo II, l'imperatore austriaco che nel luglio 1790 si era riavvicinato alla Prussia e aveva completato la riconquista dei Paesi Bassi. L'imperatore in effetti il 14 dicembre 1790 inviò una protesta formale alla Francia contro le limitazioni dei diritti dei principi tedeschi che avevano possedimenti in Alsazia e Lorena, assoggettati alle nuove deliberazioni rivoluzionarie del 4 agosto 1790 sulla soppressione dei diritti feudali. Tra le altre monarchie, anche la Spagna, la Svezia, la Russia, il Regno di Sardegna, mostravano ostilità alla rivoluzione, mentre il Papa protestava per la perdita di Avignone. In realtà Leopoldo II, prudente e realista, non mostrò grande sollecitudine e continuò a ritardare ogni intervento concreto; interessato maggiormente agli sviluppi diplomatici in Belgio, Polonia e Impero ottomano, l'imperatore invitò Luigi alla prudenza e lamentò la mancanza di un preciso accordo globale anti-rivoluzionario tra le monarchie. Per otto mesi continuarono i contatti del re con la corte di Vienna, mentre negli ambienti parigini iniziarono a diffondersi notizie su possibili tradimenti del monarca..

Preoccupato dagli sviluppi della rivoluzione e deluso dalle incertezze di Leopoldo II, Luigi decise di agire e, dopo aver ripetutamente mentito all'assemblea, garantendo la sua sincera adesione alla nuova Francia, il 20 giugno 1791 lasciò Parigi di nascosto per fuggire all'estero con i suoi famigliari; bloccato a Varennes, venne ricondotto il 21 giugno nella capitale e sospeso temporaneamente dalle sue funzioni. Questo evento screditò completamente il monarca, sollevò l'indignazione dei deputati ed esacerbò le masse popolari verso la monarchia. In Europa la fuga del re e la sua temporanea sospensione accrebbero il conflitto con la Francia; il Papa ruppe le relazioni diplomatiche, la zarina Caterina II sospese i contatti con l'incaricato francese Genêt, la Spagna mobilitò le truppe. L'imperatore Leopoldo il 6 luglio 1791 da Padova emise una dichiarazione con la quale invitava tutte le monarchie a coordinarsi per venire in aiuto di Luigi XVI e limitare l'estremismo della rivoluzione; il 25 luglio Austria e Prussia definirono i preliminari di un trattato di alleanza..

In questa fase tuttavia la guerra fu evitata; i dirigenti moderati della rivoluzione (foglianti) preferirono reintegrare formalmente il re nelle sue funzioni per evitare complicazioni immediate con le potenze e intrapresero colloqui segreti con Leopoldo, mentre Luigi XVI, timoroso di rappresaglie contro di lui e i suoi famigliari, preferì per il momento trattenere i monarchi. Inoltre anche Leopoldo, cosciente della scarsa coesione tra le monarchie di antico regime e rassicurato sul destino del cognato, preferì rinunciare a misure militari e si limitò a rendere pubblica il 27 agosto 1791, insieme con il re di Prussia, Federico Guglielmo II, la Dichiarazione di Pillnitz che evocava in termini generali gravi conseguenze per la Francia in caso di atti contro Luigi XVI e la sua famiglia..

Superata la crisi seguita alla fuga a Varennes e reintegrato nella sua sovranità, Luigi XVI riprese subito le sue manovre per spingere le potenze continentali a intervenire in suo favore e mettere in esecuzione le minacce di Padova e Pillnitz; la stessa Maria Antonietta intervenne l'8 settembre 1791 con il fratello Leopoldo raccomandando l'uso della "forza armata" per riparare i guasti della rivoluzione; ingenuamente la regina ipotizzava che i rappresentanti rivoluzionari temessero la guerra e fossero pronti a cedere, mentre l'imperatore d'Austria continuò a mostrarsi prudente, preoccupato maggiormente per la situazione nei Paesi Bassi. Il 3 dicembre 1791 Luigi scrisse una lettera personale a Federico Guglielmo di Prussia, richiedendo il suo aiuto, suggerendo la convocazione di un congresso delle potenze per decidere l'intervento e promettendo un indennizzo in denaro per le spese di guerra..

1792 Oltre che per le manovre dei sovrani in Francia e degli emigrati nelle corti europee, la guerra iniziò anche per le scelte politiche dei rappresentanti girondini all'Assemblea legislativa e dei seguaci politici e militari del marchese de Lafayette. I deputati girondini, guidati dall'eloquenza di Jacques Pierre Brissot, decisero di provocare la guerra contro le monarchie ritenendolo l'evento capace di rinsaldare patriotticamente la rivoluzione, di scalzare l'Antico regime in Europa, e di esportare la rivoluzione tra i popoli oppressi dall'oscurantismo feudale delle monarchie continentali. A queste retoriche affermazioni dei girondini a favore di una sfida alle potenze, si affiancarono i seguaci di Lafayette convinti di ottenere vittorie che avrebbero innalzato il prestigio del marchese fino a renderlo l'arbitro della situazione. Il re e la regina accolsero prontamente l'involontario aiuto dei girondini e finsero di assecondare l'operato dell'Assemblea; convinti di una rapida disfatta militare della Francia, i sovrani cercarono di sabotare la guerra e continuarono a intrattenere rapporti segreti con gli altri sovrani europei rassicurandoli sulle loro vere intenzioni restauratrici..

I soli a opporsi alla guerra furono in pratica alcuni foglianti, che cercarono di rassicurare Leopoldo con contatti segreti, e soprattutto una parte dei giacobini guidati da Maximilien Robespierre. Quest'ultimo replicò alle perorazioni di Brissot, evidenziò la duplicità del re, manifestò timori sulla fedeltà dei generali provenienti dalla nobiltà e mostrò scetticismo sulla possibilità di diffondere con la armi la rivoluzione: "i missionari armati non sono amati da nessuno".. Dopo tre mesi di accesi dibattiti l'Assemblea legislativa decise in favore della guerra; anche Georges Jacques Danton finì per approvare questa posizione; il rifiuto di Leopoldo il 25 gennaio 1792 di annullare la dichiarazione di Pillnitz esacerbò ancora i rappresentanti, mentre il 21 febbraio la Prussia dichiarò che sarebbe entrata in guerra in caso di violazione dei confini della Germania da parte dell'esercito francese. I politici girondini assunsero la direzione dei ministeri più importanti, tra cui Charles François Dumouriez, ministro degli esteri, favorevole alla guerra e ad ambiziose avventure nei Paesi Bassi. Il 1º marzo 1792 l'imperatore Leopoldo II morì improvvisamente e il suo successore Francesco II assunse una posizione più dura e rigida, respingendo ogni richiesta francese; alla fine fu la Francia a dichiarare guerra all'Impero austriaco, con il voto dell'Assemblea legislativa il 20 aprile del 1792; solo una decina di deputati votarono contro..

Fin dal 21 giugno 1791, dopo la fuga a Varennes, l'Assemblea legislativa aveva ordinato la leva di volontari reclutati tra le guardie nazionali e pagati quindici soldi al giorno; furono inviati molti suoi rappresentanti nei dipartimenti per immettere spirito civico tra queste nuove truppe ed esaltare il patriottismo rivoluzionario.. Apparentemente tuttavia la rivoluzione aveva disorganizzato in modo decisivo l'esercito francese, la rivalità tra le vecchie truppe di linea, i culs blancs, e i volontari patriottici e rivoluzionari, gli "azzurri", poteva compromettere la coesione dei reparti, l'emigrazione di molti ufficiali e la dubbia lealtà di altri, il sistema dell'elezione dal basso dei comandanti nei reparti dei volontari, facevano ipotizzare la disgregazione dell'esercito.. In realtà l'immissione dei volontari, indisciplinati e poco addestrati ma combattivi, fortemente motivati e pieni di ardore patriottico, avrebbe trasformato l'esercito francese in una temibile massa offensiva numericamente e moralmente superiore agli eserciti mercenari delle potenze monarchiche..

Inizialmente tuttavia l'offensiva francese sulle frontiere, pur disponendo della superiorità numerica, terminò in un completo fallimento soprattutto a causa dell'indecisione e della scarsa volontà dei generali nobili di combattere per la rivoluzione. L'armata del maresciallo Jean-Baptiste de Rochambeau, partita da Dunkerque e da Lilla si disgregò o ripiegò senza combattere, ritornando sulle posizioni di partenza; il marchese de Lafayette preferì arrestare subito la sua marcia, e solo la terza armata del generale Nicolas Luckner ottenne un piccolo successo nel Giura con la colonna del generale Adam de Custine. Ben presto la disorganizzazione divenne generale, il maresciallo Rochambeau si dimise, alcuni antichi reggimenti disertarono, il 18 maggio 1792 i generali decisero di sospendere le operazioni. L'interruzione della campagna diede il tempo a prussiani e austriaci di concentrare le loro forze, e un nuovo tentativo del generale Luckner si concluse con la ritirata da Courtrai e il ripiegamento dentro Lilla. L'11 luglio l'assemblea parigina, molto allarmata dagli sviluppi della situazione, proclamò la "patria in pericolo", destituì i generali incapaci, inviando l'ex ministro degli esteri Dumouriez al fronte, e organizzò l'afflusso dei volontari..