«Far uscire il genio dalla bottiglia» oppure «il genio è uscito dalla bottiglia» (in inglese rispettivamente «let the genie out of the bottle» e «the genie is out of the bottle») è una frase idiomatica adoperata prevalentemente negli Stati Uniti d'America che delinea la situazione nella quale si fa accadere qualcosa (in particolare se di malevolo o indesiderato) che successivamente non può essere più fermato.
Questo modo di dire presenta molte analogie con le locuzioni «apprendista stregone» e «vaso di Pandora».
Etimologia Non si conosce con certezza chi coniò tale enunciato, ma esso deve il suo nome alla celeberrima favola Aladino e la lampada meravigliosa, contenuta nella raccolta di novelle arabo-indiana Le mille e una notte, la cui fama, nella cultura occidentale, ebbe inizio nel Settecento quando l'orientalista francese Antoine Galland ne fece una versione dall'arabo.
Impiego Uso generale L'espressione è ampiamente utilizzata in riferimento al concetto evidente di per sé che dal momento in cui un'entità qualsiasiNel senso più ampio del termine, può infatti essere un oggetto fisico, una tecnica, ma anche un'ideologia o un tipo di comportamento umano. In quest'ultimo caso si pensi, banalmente, a quando l'uomo primitivo si accorse che poteva togliere la vita a un altro essere vivente colpendolo con forza in certi punti del corpo e imparò così a uccidere. viene inventata (in altre parole diventa tecnicamente fattibile e ripetibile) poi non esiste più la possibilità di rimuovere dalle menti degli uomini le conoscenze relative alla sua esecuzione assieme a tutte quelle propedeutiche a esse e al modo per acquisirne di nuove.Fenomeno questo che determina altresì l'inarrestabilità del processo di ricerca e di continuo accrescimento del sapere (e quindi anche di quello del riapprendimento collettivo delle nozioni che, per assurdo, fossero state, sempre collettivamente, disimparate) e che si è reso ancor più veritiero da due secoli a questa parte in virtù dell'aumento esponenziale della capacità divulgativa (in termini sia di capillarità sia di velocità) dei media moderni e del sempre più ragguardevole sviluppo industriale della società che abbreviano, in misura continuamente maggiore, il lasso di tempo che intercorre tra il momento della scoperta e quello in cui la tecnologia di sua derivazione diventa patrimonio largamente diffuso. Con l'ineluttabile conseguenza, appunto, che tale entità, anche in presenza di un accordo a livello globale per eliminarla, non potrà mai più essere cancellata completamente e per sempre dal mondo visto che ci sarà sempre qualcuno che, prima o poi (e in segreto o meno), la riprodurrà da qualche parte (in inglese si parla in questo caso di "breakout", cioè di "evasione" del divieto).
Ambito di utilizzo maggiormente consuetudinario Un contesto in cui questa formula viene particolarmente usata (anche nella lingua italiana) è quello dello sviluppo delle armi nucleari (soprattutto quelle all'idrogeno) che, con i relativi vettori intercontinentali,Missili balistici con gittata superiore a chilometri e bombardieri a lungo raggio. possono mettere in pericolo la sopravvivenza del genere umano. La principale motivazione addotta in favore del mantenimento degli arsenali nucleari infatti è proprio quella che, nonostante la presenza di trattati internazionali, nulla può impedire il rischio di "nuclear breakout",Le armi nucleari 50 anni dopo Hiroshima. Atti del seminario dell'Università di Bari del 6 novembre 1995, a cura di Giuseppe Nardulli (intervento del premio Nobel per la pace Józef Rotblat). ossia che una qualche nazione non decida ugualmente di munirsene in futuro.Non potendo più fare in modo di eliminare le armi atomiche, si è così pensato di rendere il loro uso militarmente inutile (in quanto controproducente per lo stesso utilizzatore) mediante la cosiddetta "distruzione mutua assicurata", all'inizio riguardante solo Stati Uniti d'America e Unione Sovietica, ma poi via via allargata anche ad altre potenze nucleari emergenti.
Note
Bibliografia
Le armi nucleari 50 anni dopo Hiroshima. Atti del seminario dell'Università di Bari del 6 novembre 1995, a cura di Giuseppe Nardulli (intervento del premio Nobel per la pace Józef Rotblat).
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