Il tema dellUno in filosofia è stato trattato in maniera esplicita da pensatori come Parmenide, Platone, Plotino, Cusano, nella scuola che va sotto il nome di neoplatonismo, ed infine Hegel. A grandi linee si può definire l'Uno come il principio indicante la radice unitaria della totalità molteplice.
L'henologia Lo studio dell'Uno è indicato dal termine «henologia» (da ἕν, hen = «uno» in greco), coniato come aggettivo dal tomista anglicano Eric Lionel Mascall nel 1943,Nella sua opera He Who Is: A Study in Traditional Theism, pubblicata nel 1943. ed usato da Étienne Gilson in contrapposizione ad ontologia (lo studio dell'Essere).L'être et l'essence, Parigi, Vrin, 1948, p. 45 della terza edizione (1972). Il termine ha cominciato a diffondersi nel 1972, con la pubblicazione della voce "Henologie" di Egil Ander Wyller nellHistorisches Wörterbuch der Philosophie,Pierre Hadot, Kurt Flasch, e Erich Heintel, Eine (das), Einhei, in Historisches Wörterbuch der Philosophie, a cura di Joachim Ritter, Basilea, Schwabe, 1972, pp. 361-384. ed è stato successivamente utilizzato da vari studiosi, tra cui Werner Beierwaltes,Denken des Einen. Studien zur neuplatonischen Philosophie und ihrer Wirkungsgeschichte, Francoforte, 1985 (trad. it.: Pensare l'Uno. Studi sulla filosofia neoplatonica e sulla storia dei suoi influssi, Milano, Vita e Pensiero, 1992). Reiner Schürmann,Des Hégémonies brisées, Mauvezin, T.E.R., 1996 (trad. ingl. Broken Hegemonies, Bloomington, Indiana University Press, 2003). Jan A. Aertsen.Ontology and Henology in Medieval Philosophy, in Egbert P. Bos & P. A. Meijer (a cura di ), On Proclus and His Influence in Medieval Philosophy, Leiden, Brill, 1992, pp. 120-140. In Italia henologia è stato introdotto da Giovanni Reale:
L'Uno nella storia del pensiero L'Uno, prima ancora che nella storia della filosofia occidentale, tradizione di pensiero tutto sommato alquanto recente, lo troviamo trattato già in uno dei più antichi testi sacri della tradizione induista, i Rig Veda, risalente all'incirca al secondo millennio a.C.
Il concetto dell'Uno arriva in occidente insegnato dai sacerdoti egizi presso i quali Pitagora era stato ammesso a studiare in Ermopoli Magna, dove si dice avesse dovuto aspettare un anno prima che gli fosse concesso l'ingresso al tempio di Thot. Lo stesso simbolo dell'Unità altri non è che il geroglifico della parola Ra (), principio divino del Sole alla base del pensiero monistico egizio.
Pitagora, Parmenide, Eraclito In Occidente il tema dell'Uno viene probabilmente studiato la prima volta da Pitagora (575 a.C. – 495 a.C.), che lo identifica con larchè, il principio fondante e unificatore della realtà, ma gli attribuisce anche la comune origine di tutti gli altri numeri, e quindi della molteplicità. L'Uno, essendo dispari, è inoltre un numero che possiede la qualità del limite, equivalente della perfezione.
Sarà poi la scuola eleatica, con Parmenide, a ricondurre all'Uno tutta la realtà. Secondo Parmenide (515 a.C. – 450 a.C.) la molteplicità e i mutamenti del mondo fisico sono illusori, e pertanto, contrariamente al senso comune, esiste soltanto la realtà dell'Essere: immutabile, ingenerato, finito, immortale, unico, omogeneo, immobile, eterno.«L'essere … è infatti un intero tutt'uno, immobile e senza fine. Non era mai o sarà, perché è ora tutto insieme Uno, continuo» (Parmenide, Sulla natura, fr. 7). L'Essere è Uno e indivisibile perché, se fossero due, occorrerebbe postulare una diversità; ma qualcosa che sia diverso dall'Essere non può essere, perché sarebbe allora un non-essere; o richiederebbe la presenza del non-essere come elemento separatore.Melisso di Samo vi aggiunge poi le attribuzioni di pienezza e impassibilità dell'essere. A tali affermazioni Parmenide giunge, come si può notare, servendosi della logica formale basata sul principio di non contraddizione.
Eraclito (535 a.C. – 475 a.C.), a differenza di Parmenide, considera del tutto reali la molteplicità e le contraddizioni, accettandoli come un dato di fatto e non come errori del pensiero; ciò nonostante, anche per lui il divenire sembra consistere piuttosto nelle variazioni di un identico sostrato o Lògos: «tutte le cose sono Uno e l'Uno tutte le cose»Eraclito, Sulla natura, 10.; «questo Cosmo è lo stesso per tutti... da sempre è, e sarà»Ibidem, 30.. Da questa visione immanentistica del mondo verrà influenzato soprattutto lo stoicismo.
Dopo Eraclito è comunque Empedocle a riassumere i caratteri dell'Uno dentro lo Sfero, nel quale i quattro elementi costitutivi della natura si trovavano originariamente uniti insieme dalla forza attrattiva dell'Amore.
Platone e Aristotele Platone (427 a.C. – 347 a.C.), che si considera filosoficamente erede di Parmenide, cerca una soluzione che, pur salvaguardando l'integrità dell'Uno, non riduca la molteplicità a semplice illusione. Il problema che si trova ad affrontare è in particolare il seguente: come e perché dall'Uno hanno origine i molti?Problema affrontato da Platone soprattutto nel dialogo Parmenide. Platone giunge alla fine a supporre che nell'Uno, da lui identificato con l'idea suprema del Bene, sia implicita una dualità, che esplicandosi nel mondo sensibile si manifesta solo allora come un vero e proprio dualismo.Giovanni Reale, Per una nuova interpretazione di Platone, Vita e Pensiero, Milano 2003 ISBN 88-343-1036-5
La soluzione di Platone sarà contestata da Aristotele (384 a.C. – 322 a.C.) che gli rimprovera di sdoppiare gli enti, quando in realtà, secondo lui, ogni entelechia ha in se stessa, e non in cielo, le leggi del proprio costituirsi. Anche per Aristotele comunque, come già in Platone, la molteplicità riguarda solo un aspetto transitorio e accidentale della realtà, mentre il carattere essenziale degli enti è dato appunto dalla loro unità e unicità. Viene mantenuto così il primato dell'Uno, inteso al vertice come il motore immobile responsabile del passaggio degli organismi dalla potenza all'atto.Aristotele, Met. Λ 8, 1074a 31-38.
Plotino: l'Uno come libertà
Plotino (205 d.C. – 270), pur rifacendosi a Parmenide, per la prima volta pone l'Uno al di sopra dell'Essere stesso; questo era per Platone la realtà più generale e assoluta nota al pensiero, ma ora Plotino va oltre, ammettendo l'esistenza di qualcosa di ineffabile e impredicabilePlotino, Enneadi, V, 3, 13.: un limite per la ragione, perché dell'Uno non si può parlare senza cadere in contraddizione.
Per risolvere il problema di come spiegare l'origine della molteplicità a partire dall'Uno, Plotino si impone di pensare l'Assoluto non come una realtà statica e definita una volta per tutte, perché in tal caso significherebbe oggettivarlo e renderlo conoscibile, bensì concependolo come libertà o potenza infinita, come attività mai conclusa che genera continuamente se stessa in quanto causa sui, e oggettivandosi crea il mondo.«…vogliamo dire che nell'atto di autocreazione l'Uno e il suo creare sono contemporanei, oppure che l'Uno coincide con il suo creare e con quella che sarebbe lecito chiamare la sua eterna generazione»; «è il Primo, e non il primo di una serie, ma nel senso della forza e della potenza frutto di autodeterminazione e di purezza» (Enneadi, VI, 8, 20). La processione o emanazione dell'essere scaturisce da uno stato di estasi auto-contemplativa; estasi significa appunto "uscire fuori di sé". L'Uno trabocca per la sua sovrabbondanza,«Verosimilmente perché è ridondante» dice Plotino (Enneadi, V, 2, 1), perché nell'Uno il tutto è maggiore della somma delle parti e quindi in tal senso esso «trabocca». non perché ne abbia bisogno, ma perché il donare fa parte della sua natura, come un'energia che si sprigiona da sé. Si tratta di una concezione assolutamente nuova e originale nel panorama della filosofia greca, con tratti decisamente simili a quelli delle filosofie orientali.
Plotino ricorre a immagini suggestive per farci comprendere il modo in cui l'Uno si disperde nel molteplice e instaura con questo un rapporto dialettico di reciproca complementarità: egli lo paragona a una sorgente luminosa che diffonde nel buio la propria luce, la quale tende ad affievolirsi via via che si allontana. I due estremi, luce e tenebra, sono però uno solo, perché non esiste una sorgente dell'oscurità: si tratta del tema tipicamente neoplatonico della polarità che si risolve in unità.
L'Uno è come un cerchio bipolare, che permea di sé ogni realtà, articolandosi ma restando semplice, in maniera simile a un organismo, composto armonicamente di tante singole parti che però non risultano assemblate dall'esterno, ma si sviluppano interiormente dall'uno. Essendo all'origine di tutto, e quindi anche del pensiero, quest'ultimo nel risalire alla propria fonte deve negare se stesso: l'Uno non può essere ridotto perciò a oggetto di pensiero, perché quando l'anima umana si identifica in Lui viene a cadere la contrapposizione dualistica tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto. Per questo l'Uno, che è la prima ipostasi, cioè la prima realtà sussistente, è situato al di là dell'Intelletto, che era la condizione suprema del nostro pensare e da Plotino già identificato con l'essere parmenideo.
Se è dunque impossibile oggettivare l'Uno, Plotino si preoccupa però di argomentare razionalmente che occorre ammetterlo per una necessità della logica formale, poiché non potremmo avere coscienza dei molti senza rapportarli all'uno.«In realtà, noi possediamo l'Uno in modo tale che possiamo parlare di Lui, pur senza poterlo definire: e infatti diciamo quello che non è, e non quello che è; così parliamo di Lui a partire da quello che viene dopo di Lui. Nulla vieta però di possederlo, anche senza parlarne» (Enneadi, V, 3, 14). Di Lui non si può dire propriamente cosa sia, ma si può dire cosa non è, secondo il metodo della teologia negativa. L'uomo può farne esperienza diretta tramite l'estasi, uno stato d'animo non riferibile a parole, che può essere compreso solo vivendolo. Con l'estasi anche l'uomo, come l'Uno, può porsi al di sopra del principio di non-contraddizione aristotelico, identificandosi con la sua libertà assoluta, sciolta cioè da qualsiasi necessità razionale.
La concezione dell'Uno così come la troviamo nel pensiero filosofico di Plotino non si presenta come la negazione del politeismo ma comunque come il Tutto che si contrappone al molteplice di cui indubbiamente anche gli dèi sono espressione. Per comprendere appieno la sua concezione particolare dell'Uno non si può non relazionarla al nuovo pensiero religioso del Cristianesimo nascente che volgeva a consolidarsi e verso il quale il filosofo nutre un atteggiamento alquanto critico.
Il Cristianesimo: dal Medioevo al Rinascimento Sarà proprio il pensiero cristiano a raccogliere l'eredità di Plotino, interpretando però il suo "Uno" in senso pienamente monoteistico. In particolare Sant'Agostino (354 – 430) concepisce Dio come la meta naturale a cui la ragione aspira, e nel quale finalmente la discordanza dualistica tra soggetto e oggetto, pensiero ed essere, si riconcilia in unità. Respingendo l'ottica manichea, l'Uno è per lui la radice dell'amore che tende per natura ad unire: sentimento non solo dell'uomo (come nell'eros platonico), ma ora anche di Dio (àgape), che desidera ricomporre le alterità del mondo arginando la frattura con l'umanità verificatasi a causa del peccato originale.
Riprendendo lo schema delle tre ipostasi di Plotino, i teologi cristiani e medievali aggiungeranno così all'Uno, oltre alla definizione in termini negativi, anche la caratteristica positiva di Persona, la prima della Trinità, come l'essere ineffabile di Dio Padre che può rivelarsi solo tramite il proprio Figlio Unigenito.In tal senso era interpretato il tetragramma biblico YHWH, che significa semplicemente «Colui che è», a indicare l'ineffabilità del Suo nome.