La Biblioteca comunale Mozzi Borgetti, sorta nel 1773 nei locali del Collegio della soppressa Compagnia di Gesù, è la storica biblioteca comunale di Macerata.
Fondata sulle numerose donazioni ricevute in quasi duecentocinquanta anni di attività, la biblioteca prende il nome dai fratelli Bartolomeo e Giuseppe Mozzi, appartenenti a una storica famiglia maceratese, e dal dominicano Tommaso Borgetti, che nei primi anni dopo l'apertura della Biblioteca furono protagonisti dei lasciti più importanti e dello stanziamento di sussidi economici fondamentali per garantire l'accesso al pubblico del fondo librario.
Il costante aumento delle donazioni pervenute negli anni, ne fanno una delle Biblioteche più importanti delle Marche e dell'intero centro Italia: è dotata di oltre 350.000 volumi, fra cui oltre 10.000 manoscritti, 300 incunaboli e oltre 4.000 edizioni del XVI secolo.
La fototeca, costituita come sezione specifica della biblioteca negli anni '70, contiene oltre 37.000 immagini, nonché 56.000 negativi su lastra di vetro che documentano prevalentemente la storia locale (eventi, personaggi, costume, urbanistica, monumenti, opere d'arte).
Storia
Dal collegio gesuitico alla Pubblica Libreria Dalla fine del Quattrocento la città di Macerata, divenuta sede degli organi del Governo della Marca di Ancona, si affermò come centro di attrazione e aggregazione culturale. Già nota per l'insegnamento del diritto, nel 1540 papa Paolo III istituì lo Studio generale, attribuendo un grande valore al piccolo nucleo di studiosi e dando ufficialmente vita all'Università, che nel giro di pochi anni, grazie all'impegno profuso dal Comune, riuscì ad assicurarsi docenti di grande fama e prestigio, mettendosi sullo stesso piano di atenei più antichi, come Bologna, Padova e Perugia.
In questo contesto di fermento culturale, nel 1561, giunsero a Macerata i Gesuiti che, dopo una sistemazione provvisoria, iniziarono nel 1600 i lavori per una sede stabile: la chiesa di San Giovanni e l'edificio adiacente, anticamente utilizzato come ospedale. Qui furono posti il Collegio, nella quale studiò anche Matteo Ricci prima di partire per l'Oriente, e soprattutto la ricca biblioteca di cui erano dotati i gesuiti.
Il 21 luglio 1773 con la bolla Dominus ac Redemptor papa Clemente XIV decretava lo scioglimento della Compagnia di Gesù, creando una disputa fra il Comune di Macerata e il vescovo Carlo Augusto Peruzzini per l'affidamento dei locali dell'ex collegio gesuita e dei preziosi beni in esso contenuti. Grazie all'intercessione dei cardinali concittadini Mario Compagnoni Marefoschi e Guglielmo Pallotta, il pontefice, con breve del 15 dicembre 1773, concesse il palazzo del collegio e la chiesa di San Giovanni al Comune di Macerata per l'Università e la Biblioteca.
Fu grazie ad un ulteriore grande sussidio del nuovo papa Pio VI, il cui stemma è contenuto all'interno della Camera Seconda delle Sale Antiche della Biblioteca, che il comune poté organizzare una vera e propria pubblica libreria aperta a tutti gli studiosi, che inaugurò ufficialmente il 31 marzo 1787.
Durante il Regno d'Italia napoleonico, si aprì una fase intermedia sulla proprietà dell'edificio, le cui sale della biblioteca erano state finemente decorate da pittori, orafi e artigiani: soppressa l'Università e istituito un Liceo con annesso convitto, si valutarono non più adeguati gli spazi di San Giovanni, e il Consiglio Comunale, in seduta straordinaria del 20 agosto 1810, deliberò di chiedere al Demanio che gli venisse assegnato l’ex convento dei Barnabiti a San Paolo, cedendo in cambio l’ex Collegio dei Gesuiti in San Giovanni. La permuta andò in porto, ma presto si palesò un problema di spazi adeguati alla Biblioteca, fino a che nel 1814 fu risolutivo il decreto dell'ex generale napoleonico e ora Re delle due Sicilie Gioacchino Murat, che cedette gratuitamente in piena proprietà alla città di Macerata il palazzo detto di S. Giovanni per la vicinanza alla omonima chiesa.
Le donazioni Costituita inizialmente, come già indicato, da circa 5.000 volumi e arricchita dal lascito dell'avvocato Francesco Mornati, la Biblioteca subì importanti trasformazioni, soprattutto di ordinamento, grazie all'apporto della pregevolissima collezione di Bartolomeo Mozzi, ultimo discendente di una facoltosa famiglia maceratese, e del suo impegno in prima persona per trasformare un già importante patrimonio librario in un vero e proprio istituto bibliografico, con una dotazione finanziaria e un'organizzazione propria per rendere accessibile il fondo alla consultazione pubblica.
Le ingenti somme di denaro donate gli permisero di dettare delle disposizioni precise sull'utilizzo dei fondi e sulla gestione della vigilanza dell'Istituto, affidata al Comune, che a questo punto ritenne maturo il tempo per la nomina di un bibliotecario che assicurasse la gestione e la conservazione del patrimonio librario. La scelta ricadde su Domenico Troili, primo bibliotecario ufficiale dal 1786. Il Troili non fu scelto per caso: aveva già accumulato esperienza come pro-bibliotecario presso la Estense di Modena.
La biblioteca si incrementò nel corso dell'Ottocento con importanti donazioni tra cui, nel 1833, quella del domenicano Tommaso Borgetti, da cui nacque addirittura inizialmente una seconda biblioteca, la "Borgettiana" con amministrazione separata dalla “Mozziana” fino al 1855, quando alla morte del Borgetti avvenne la fusione dei due istituti.
Non mancarono lasciti di illustri maceratesi, fra i quali ricordiamo lo storico dell'arte Amico Ricci, di cui pervennero la ricca biblioteca e i manoscritti delle opere, con tutti i materiali di lavoro. Consistente fu l'apporto delle biblioteche conventuali soppresse dopo l'unità d'Italia, da cui vennero incamerati 19.000 volumi.
Fra gli incrementi più significativi dell'ultimo secolo si segnalano: la biblioteca della famiglia Castiglioni di Cingoli, cui appartenne papa Pio VIII, acquisita nel 1935 e composta di circa 20.000 volumi; i manoscritti inediti dell'abate Colucci, autore delle Antichità Picene, i carteggi di Luigi Lanzi, Diomede Pantaleoni, Giuseppe Neroni (con 88 lettere di Giuseppe Gioacchino Belli); il materiale raccolto dal musicologo Giuseppe Radiciotti, grande biografo e studioso rossiniano, per un dizionario dei musicisti della regione; l'archivio di Ireneo Aleandri, il progettista dello Sferisterio di Macerata; la biblioteca e l'archivio dello storico della letteratura Giulio Natali; i carteggi della famiglia Ricci Petrocchini e i libri appartenuti a Massimo d'Azeglio; la donazione Ciccolini.
Il caso della Biblioteca Pantaleoni Nel 2000, a seguito di una disputa legale durata per quasi settantacinque anni e che ha visto coinvolti diversi soggetti, si è aggiunta la Biblioteca dell'economista di famiglia maceratese Maffeo Pantaleoni. La famiglia Pantaleoni, nelle persone di Diomede e Maffeo Pantaleoni, aveva accumulato nel corso degli ultimi due secoli una biblioteca che contava oltre settemilaseicento volumi, risultato di un percorso culturale di assoluto valore nazionale e internazionale. Diomede, figura di spicco del Risorgimento marchigiano, aveva accumulato numerosi testi di politica e diversi manoscritti di eminenti figure con cui aveva collaborato, come Camillo Benso Conte di Cavour e Massimo d'Azeglio. Il nucleo centrale del fondo librario del figlio Maffeo, anch'esso parlamentare e senatore del Regno d'Italia in seguito, era costituito da libri di argomento prettamente economico, con una particolare specificità di volumi provenienti dall'est europeo, in lingua originale. Non mancavano un gran numero di testi d'interesse storico, riferiti alla storia coloniale italiana e all'ultimo periodo di vita di Maffeo Pantaleoni, nel quale si allontanò progressivamente dalle posizioni radicali e socialiste, per avvicinarsi a una difesa sempre più convinta del regime fascista.
Nel 1925, alla sua morte, fece disporre che la ricca biblioteca di famiglia fosse oggetto d'eredità dei figli Massimo e Marcella, che tenessero con loro soltanto i libri di loro interesse e che donassero il resto del prezioso fondo alla Biblioteca comunale Mozzi Borgetti, che già aveva ricevuto in regalo numerosi carteggi da parte del padre Diomede. Il lascito non fu mai ufficializzato perché, per espressa volontà del capo del governo Benito Mussolini, la biblioteca Pantaleoni venne affidata come deposito temporaneo al Ministero delle finanze affinché venisse riordinata, custodita e catalogata. Queste operazioni non vennero mai portate avanti e la Biblioteca fu considerata, col passare degli anni, parte integrante di quella ministeriale. Massimo e Marcella Pantaleoni, insieme al Comune di Macerata, cominciarono a spingere affinché fossero rispettate le volontà testamentarie del Pantaleoni, che ben sapeva quanto la sua biblioteca avrebbe costituito un grande valore aggiunto al già cospicuo patrimonio della Mozzi Borgetti. Dagli anni '50 poi, a seguito di queste richieste formalizzate anche davanti all'Avvocatura Generale, il Ministero decise di sigillare e rendere segreto il patrimonio dei Pantaleoni, chiarendo al Comune di Macerata che non lo considerava in nessun modo erede legittimo, in quanto le volontà morali di Maffeo non avevano valore legale e gli unici a poter richiedere la Biblioteca erano Massimo, fino alla sua morte, e Marcella, che però non riuscirono mai a uscire da questo vulnus burocratico, dentro al quale ormai più soggetti si erano perduti.
La svolta arrivò soltanto nel 1995, quando anche grazie all'intervento del deputato maceratese Valerio Calzolaio, si riuscì ad aggirare l'insieme di norme che impediva il ritorno a Macerata del prezioso fondo: la Biblioteca Mozzi Borgetti, dopo un'interrogazione parlamentare, fu ufficialmente delegata a gestire e ad aprire alla pubblica consultazione degli studiosi il fondo librario dei Pantaleoni, di cui però il Ministero delle finanze rimaneva il depositario.
La nuova sala della Biblioteca fu denominata "Sala Pantaleoni" e inaugurata il 21 giugno del 2000 dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, con una cerimonia pubblica alla presenza delle autorità politiche maceratesi. Un'ulteriore attestazione del legame ormai consolidato fra la storica famiglia maceratese e la Mozzi Borgetti fu data da Marcella Pantaleoni, che qualche anno dopo l'inaugurazione volle donare una serie di pregevoli ritratti di famiglia, oggi esposti in maniera circolare nella nuova sala.
La Sede
Il "fabbricato di San Giovanni" La chiesa gesuitica di San Giovanni, pur non avendo forse l'origine longobarda attribuita ad altre chiese maceratesi, ha anch'essa derivazioni remote, da ricercarsi addirittura agli albori della storia maceratese.
Fu, infatti, nel 1138 che il Comune di Macerata, appena affrancatosi dalla dominazione dei vescovi fermani, accolse con favore l'arrivo in città dell'Ordine dei Frati Ospedalieri di Gerusalemme, che contribuirono alla diffusione del clima spirituale delle crociate. Fu soltanto nel mese di giugno del 1174, però, che ai gerosolimitani venne donata la chiesa di San Giovanni, cui era annesso uno stabile adiacente che dai frati stessi fu adibito a uso ospedaliero fino al 1296, quando fu ristrutturato e in seguito alla fondazione della diocesi maceratese, nella metà del XIV secolo, fu unito alla chiesa di San Giovanni e da quel momento occupato e abitato dagli Arcidiaconi, che vi esercitarono normali funzioni parrocchiali.