Il sistema morfologico dell'indoeuropeo (così come il sistema fonologico e in genere tutta la grammatica di questa lingua) è una ricostruzione frutto del confronto tra le lingue indoeuropee di attestazione più antica e, in mancanza di queste, tra le lingue moderne, ipotizzandone una origine comune.

L'indoeuropeo è infatti l'ipotetica protolingua preistorica ricostruita che si ritiene comunemente essere l'origine delle parlate diffusesi in una consistente parte dell'Europa, dell'India e dell'altopiano iranico, nonché di alcune regioni dell'Anatolia, dell'Asia centrale e della Cina occidentale.

Morfologia nominale L'indoeuropeo è classificabile, tipologicamente, come lingua flessiva o fusiva, alla stregua delle lingue che da esso derivano. Come ogni lingua flessiva, possiede un alto grado di sinteticità, cioè un alto numero di funzioni sintattiche addensate nella stessa parola, in particolare nello stesso morfema grammaticale. Esamineremo qui in dettaglio la morfologia dell'indoeuropeo tardo, cercando in un secondo momento di analizzare l'origine delle sue strutture grammaticali, là dove sia possibile.

I sistemi di declinazione delle lingue indoeuropee Tutte le lingue indoeuropee posseggono le categorie linguistiche sistematiche del numero, del genere e del caso, che vanno ovviamente ascritte anche alla lingua madre. La maggior parte delle lingue indoeuropee possiede un sistema a tre generi, maschile, femminile e neutro, quest'ultimo proprio per lo più dei nomi indicanti oggetti inanimati. Solo l'ittita mostra un sistema a due generi, che oppone un genere comune animato (maschile e femminile) a un genere inanimato, neutro. Molto probabilmente, l'indoeuropeo aveva, nella sua fase più remota, una situazione analoga a quella dell'ittita, dato che la declinazione atematica, più primitiva, non ha distinzioni di generi a livello di desinenze. Tuttavia il femminile è troppo frequentemente attestato nell'Indeuropeo per pensare che l'ittita, pur distaccatosi precocemente, conservi una situazione estremamente arcaica, o si sia distaccato prima che in altri rami il femminile si formasse. Molto più verosimilmente, l'ittita ha attuato una semplificazione del sistema trimembre dei generi, che anche per la lingua madre comprendeva le nozioni di maschile, femminile e neutro.

Le lingue indoeuropee mostrano strutture variabili, quanto alla categoria del numero. Alcune hanno un singolare e un plurale, altre anche un duale per indicare coppie di oggetti e persone (ad esempio il gotico, il greco antico, il sanscrito). Tuttavia, anche nelle lingue che non mostrano il duale come categoria sistematica, ne restano, ancora oggi, evidenti relitti, e in altre lingue storicamente documentate (il greco, per esempio) la semplificazione che porta alla graduale scomparsa del duale è ben testimoniata. Se ne deduce, per la lingua madre, un sistema a tre numeri, singolare, duale, plurale, comuni a nomi, aggettivi, pronomi, verbi.

Quanto al sistema dei casi, la situazione delle diverse famiglie è ancora più complessa e articolata. Lingue come il sanscrito o l'avestico (persiano antico), hanno otto casi (nominativo, vocativo, accusativo, genitivo, ablativo, dativo, strumentale, locativo); le lingue slave, sette, come, fra le lingue italiche, l'osco (il latino ne ha però solo sei e un settimo caso, il locativo, come nozione semisistematica); il greco miceneo ne ha sei, mentre il greco più tardo solo cinque. Cinque ne hanno anche le lingue germaniche. Tipologicamente parlando, l'evoluzione linguistica si muove nel senso della semplificazione del sistema dei casi: dunque le lingue che hanno meno casi hanno innovato, attuando un sincretismo di funzioni logiche precedentemente distinte. L'indoeuropeo avrà necessariamente avuto gli otto casi che ritroviamo nel gruppo indoario, nella fase più antica. L'ipotesi di un nono caso, il finale-direttivo, che in seguito si sarebbe fuso con il dativo, rimane invece controversa e non accettata da gran parte degli studiosi. Stesso discorso per il decimo ipotetico caso avanzato dagli studiosi, cioè l'allativo, che avrebbe dovuto esprimere il moto a luogo e si sarebbe fuso con l'accusativo. Quel che importa è che l'indeuropeo mostra la struttura morfosintattica tipica delle lingue accusative (caratterizzate dall'opposizione nominativo-soggetto / accusativo-oggetto), diversamente da molte altre famiglie linguistiche ad esso geolinguisticamente vicine in origine (le lingue caucasiche, ad esempio, sono lingue ergative), anche se varie prove indiziarie interne al sistema morfosintattico della lingua madre sembrerebbero alludere a una fase estremamente remota in cui l'indoeuropeo era un idioma ergativo.

Qui di seguito diamo un prospetto delle desinenze generali ricostruite dei casi:

SingolareNominativo *-s, o nessuna desinenza, o *-m (neutri col tema in *-o-)Vocativo nessuna desinenza (il vocativo ha il tema o la radice puri)Accusativo *-m (che si sonantizza dopo consonante)Genitivo *-es, *-os, *-s; *-osyo, *-esyo nella declinazione dei temi in *-o-Ablativo *-es, *-os, *-s; ōd nei temi in *-o-Dativo *-ei (nei temi in *-o- e *-a- si contrae con la vocale tematica)Strumentale *-e (nei temi in *-o- e *-a- si contrae con la vocale tematica)Locativo *-i

Per lo strumentale singolare sono attestati altri allomorfi, verosimilmente varianti diacoriche: in particolare, -*bhi (cfr. greco omerico (ϝ)ἶφι (w)îphi "con forza", derivante da un miceneo wî-phi), e *-mi (in genere le desinenze di strumentale, dativo e ablativo con elemento *-m- prendono il sopravvento su quelle con elemento *-bh- nelle aree baltica, slava e germanica).

DualeNominativo *-e (maschile e femminile), *-i (*-ī?) per il neutroVocativo *-e (maschile e femminile), *-i (*-ī?) per il neutroAccusativo *-e (maschile e femminile), *-i (*-ī?) per il neutroGenitivo *-ous(?) *-ōs(?)Ablativo *-bhyō (variante diacorica: -*mō)Dativo *-bhyō (variante diacorica: -*mō)Strumentale *-bhyō (variante diacorica: -*mō)Locativo *-ou

PluraleNominativo *-es (maschile e femminile, spesso si contrae), *-ə (nel neutro: dà luogo ad -*ā per contrazione nei temi *-o-)Vocativo *-es (maschile e femminile, spesso si contrae) *-ə (nel neutro: dà luogo ad -*ā per contrazione nei temi *-o-)Accusativomaschile e femminile *-ns (con sonantizzazione dopo consonante finale di radice); *-ə (nel neutro: dà luogo ad -*ā per contrazione nei temi *-o-)Genitivo *-om, *ōmAblativo *-bh(y)os (variante diacorica *-mos)Dativo *-bh(y)os (variante diacorica *-mos)Strumentale *-bhis (variante diacorica *-mis), *-ōis nei temi in *-o-Locativo *-su, *-oisu, nei temi in *-o-

Questo è il prospetto generale delle desinenze casuali rinvenibili nell'indoeuropeo comune. L'elenco è comprensivo di allomorfi e varianti diacoriche, per quanto possibile.

Ipotesi alternative: riduzione dei casi della flessione protoindoeuropea Secondo Villar, la declinazione dell'indoeuropeo conosceva soltanto quattro casi sistematici: il nominativo, l'accusativo, il genitivo e il dativo (più il vocativo come caso a desinenza zero); locativo, ablativo ecc. avrebbero avuto un'esistenza come categorie semisistematiche. Gli altri casi si sarebbero formati stabilmente nei dialetti alla base di alcune delle sottofamiglie indoeuropee storicamente note. La nascita dei nuovi casi sarebbe dovuta alla fusione fra nomi e posposizioni. La dimostrazione della presenza di pochi casi nell'indoeuropeo verrebbe dal fatto che, rispetto alla protolingua, alcuni gruppi linguistici hanno sviluppato casi in più rispetto agli otto originari a causa di fattori di adstrato, cioè per l'influsso di lingue vicine. Così l'ittita arcaico ha, oltre agli otto casi dell'indoeuropeo, un caso direttivo, del moto a luogo, che avrebbe preso a prestito dalle lingue caucasiche, costruendolo con l'unione fra nomi e posposizioni; il tocario ha dieci casi, fra cui un perlativo (per il moto per luogo), un causativo (per la causa) e un comitativo (per il complemento di compagnia), e li ha sviluppati per l'influsso di vicine lingue uralo-altaiche.

Per quanto sia interessante, l'ipotesi di Villar non sembra del tutto sostenibile: intanto esiste una desinenza di strumentale comune protoindeuropea, *-e, che non pare facilmente riducibile a una posposizione; inoltre, tutte le lingue indoeuropee con pochi casi presentano relitti di casi perduti, che, per quello che è il comportamento tendenziale delle lingue nel loro evolversi, non possono semplicemente essere applicazioni semisistematiche di posposizioni. La ricostruzione dell'indoeuropeo a otto casi sembra abbastanza attendibile. Tuttavia la prospettiva di Villar potrebbe illuminare fasi remote dell'evoluzione interna dell'indoeuropeo come lingua: la tendenza dei dialetti indoeuropei della fase più arcaica sembrerebbe quella di bilanciare l'erosione fonetica delle desinenze dei casi con la fusione fra il nome e alcune posposizioni; questa tendenza potrebbe essere l'ultima manifestazione tardiva dell'originaria natura agglutinante dell'indoeuropeo, o forse la testimonianza di influssi di adstrato talmente marcati da indicare la presenza di una creolizzazione.

La declinazione atematica Tutte le lingue indoeuropee attestano direttamente una forma di declinazione nominale atematica, caratterizzata cioè dalla mancanza di una vocale tematica su cui inserire le desinenze, le quali vengono attaccate alla radice nominale. Essa, nelle lingue in cui è meglio attestata (ad esempio i dialetti indoarii e i dialetti greci) mostra altresì la tendenza marcata all'impiego dell'apofonia o gradazione vocalica della radice nel distinguere i casi diretti (nominativo, accusativo, vocativo) dai casi obliqui (genitivo, ablativo, dativo, strumentale, locativo): i casi contrassegnati da grado normale dell'apofonia sono detti casi forti; i casi contrassegnati dal grado zero o debole dell'apofonia sono detti casi deboli. Non fanno parte della declinazione atematica i temi in -o (maschili e neutri) e in -a (femminili); ne fanno invece parte i temi in consonante e i temi in vocale dolce (-i e -u). Qui di séguito la declinazione dei paradigmi dei nomi delle principali sottoclassi di questa forma di flessione.

Nomi con radici in consonante occlusiva Maschili e femminili

Per i nomi maschili e femminili in consonante occlusiva vale l'esempio della radice *pṓds ‘piede’, attestata dal sanscrito pād, dal greco ποῦς, dal latino pēs. La parola indoeuropea ricostruita è *pṓds, e si declina come segue:

Singolare Duale PluraleNominativo *pṓds *pede *pódesAccusativo *pódm̥ *pede *pódn̥sVocativo *pód *pede *pódesGenitivo *pedés *pedòus *pedóHomDativo *pedéi *pedbhyō(m) *pedmósAblativo *pedés *pedbhyō(m) *pedmósStrumentale *pedéh₁ *pedbhyō(m) *pedbʰíLocativo *pédi *pedòu *pedsú

Neutri: l'esempio di *ḱḗr ‘cuore’

Singolare Duale PluraleNominativo *ḱḗr *ḱérdih₁ *ḱérdh₂Accusativo *ḱḗr *ḱérdih₁ *ḱérdh₂Vocativo *ḱḗr *ḱérdih₁ *ḱérdh₂Genitivo *ḱr̥dés *krdòus *ḱr̥dóHomDativo *ḱr̥déi *krdbhyō(m) *ḱr̥dmósAblativo *ḱr̥dés *krdbhyō(m) *ḱr̥dmósStrumentale *ḱr̥déh₁ *krdbhyō(m) *ḱr̥dbʰíLocativo *ḱérdi *krdòu *ḱr̥dsú

Nomi e radici in -r Fra i nomi e le radici in -r sono estremamente diffusi i nomi d'agente in *-tor- e in *-ter-, che nella maggior parte delle lingue indoeuropee storiche note non presentano apofonia. La situazione originaria è conservata, verosimilmente, dal sanscrito, i cui nomi d'agente in -tā sono caratterizzati da sistematica gradazione vocalica. Un esempio classico di maschile in -r è fornito dal panindoeuropeo *ph₂tḗr «padre» (secondo coloro che riconducono questo nome isterocinetico all'isterodinamico *péh₂-tr, sostantivo verbale dalla radice *peh₂- «proteggere», la parola significherebbe letteralmente «colui che protegge, che nutre»; cfr. sscr. pātár «protettore»); il nome *ph₂tḗr è sempre accentato sull'ultima sillaba: