Il modulo è, nel calcio, la disposizione in campo dei giocatori di una squadra e viene deciso dall'allenatore.

Schieramento Al calcio d'inizio, ogni formazione schiera 11 giocatori in campo: un portiere (la cui natura statica lo esclude dal conteggio del modulo) e 10 calciatori "di movimento". La numerazione quantifica gli uomini presenti in ciascun reparto (quelli con 4 cifre differenziano i mediani dai trequartisti, oppure mettono in risalto la posizione del libero), partendo dalla difesa: per esempio con 3-5-2 si indica la presenza di 3 difensori, 5 centrocampisti e 2 attaccanti; il 4-2-3-1 designa 4 difensori, 2 centrocampisti difensivi, 3 centrocampisti offensivi e 1 attaccante; 1-3-3-3 sta a specificare il libero arretrato, dietro ai 3 difensori (i quali diventano così la seconda linea). Sebbene il numero di combinazioni - soprattutto equilibrate - sia limitato, l'evoluzione dello sport ha comportato la nascita di nuovi schemi e schieramenti da adottare nel corso della gara: una squadra può infatti passare dall'accorto e difensivo 5-4-1, ad un più spregiudicato ed offensivo 3-4-3 durante l'incontro.

L'impiego di un modulo in luogo di un altro può venire dettato, oltre che dalle circostanze, dalle caratteristiche dei calciatori a disposizione e dalla filosofia di gioco dell'allenatore.

Infine, è utile tenere presente che la disposizione tattica indicata con un modulo ha un mero fine rappresentativo ed esemplificativo: si utilizza per descrivere sinteticamente la generale posizione in campo dei calciatori, la quale tuttavia può discostarsi (anche di molto) dallo schema iniziale durante le fasi di una partita (possesso palla, copertura, transizioni tra le fasi e palle inattive).

Storia Gli albori: il Kick and Rush anglosassone Nell'epoca del calcio pionieristico, dalla nascita e codifica dello sport (26 ottobre 1863) fino agli anni 1880, non esistevano veri e propri moduli: si cercava di tenere la palla più lontana possibile dalla propria porta, con pochi difensori ad assolvere tale compito e una schiera di attaccanti che tentavano di segnare - da qui l'espressione Kick and Rush (inglese: "calcia e corri"). I moduli arcaici erano: 0-10 (portiere e poi gli altri calciatori su una stessa linea) e 1-9 (un difensore che si staccava e indietreggiava rispetto al reparto d'attacco). Tuttavia, complice la tecnica poco raffinata, i campi da gioco britannici spesso pesanti e i palloni irregolari, le partite si risolvevano con pochi gol: nei primi sei incontri - ufficiali e non - fra e si misero a referto solamente nove marcature.

La prima partita internazionale della storia fu disputata a Glasgow il 30 novembre 1872 tra l'Inghilterra e la Scozia: gli inglesi adottarono il modulo 1-1-8, ovvero un difensore (back o fullback, cioè "indietro" o "tutto indietro"), un centrocampista (halfback, cioè "mezzo indietro") e otto attaccanti (forwards, cioè "avanti"); lo schema scozzese fu un più prudente 2-2-6. A dispetto della vocazione ultraoffensiva delle due formazioni, la gara terminò 0-0.

Il Passing Game e la "piramide di Cambridge"

Nella seconda metà degli anni 1880, si passò dal Dribbling Game ("gioco del dribbling", nel quale ogni calciatore in possesso della palla portava avanti l'iniziativa individualmente cercando di scartare gli avversari) al Passing Game: lo sviluppo dell'azione diventava più manovrato e i passaggi per tessere le trame di gioco più precisi, anziché semplici rilanci lunghi. Si rese allora necessaria un'organizzazione tattica migliore, al fine di portare la palla dalla difesa all'attacco. Inoltre serviva una certa collaborazione tra i diversi reparti e la specializzazione di un giocatore in un ruolo nel quale era più abile. Nel 1887 a Cambridge, presso l'università, si pensò a disporre gli atleti a formare un triangolo sul terreno di gioco, formazione nota con il nome di "piramide di Cambridge": il vertice era il portiere e la base gli attaccanti.

I reparti della "piramide" che si disegnavano idealmente sul campo da calcio erano tre: la prima linea (gli attaccanti), la linea di mezzo (i centrocampisti, detti appunto mediani) e la terza linea (i difensori, che in Italia furono chiamati anche "terzini"). Questo modulo, in cifre 2-3-5, era più accorto dei predecessori e la numerazione che designava i calciatori divenne quella di riferimento per gli schemi futuri: il numero 1 era il portiere, il 2 e il 3 i terzini destro e sinistro, dal 4 al 6 i mediani, il 7 e l'11 le ali destra e sinistra, mentre dall'8 al 10 gli attaccanti centrali.

Il "Sistema"

Si continuò a disporre i calciatori con la "piramide" per alcuni decenni, nonostante il gioco mutasse costantemente: nel 1912 fu impedito ai portieri di intervenire con le mani fuori dalla propria area di rigore; nel 1920 l'organo internazionale che redigeva le regole del calcio, la IFAB, tolse il fuorigioco sulle rimesse laterali. Ma il 25 giugno 1925 il fuorigioco cambiò radicalmente: per essere in posizione regolare non servivano più tre avversari (incluso il portiere) tra la palla e la linea di fondo, ma soltanto due (come ancora oggi).

Questa rivoluzione rese necessario infoltire il reparto difensivo, per evitare che i molti attaccanti potessero trovarsi in gioco contro un solo terzino. Fu nell'estate del 1925 che l'allenatore dell' Herbert Chapman, su suggerimento del suo centravanti Charlie Buchan, decise di arretrare un mediano portandolo sulla linea dei difensori ed allargando i terzini sulle fasce. Inoltre, per non sguarnire il centrocampo, avvicinò alla zona centrale due attaccanti trasformandoli in mezzali (inside forwards, interni avanti), i quali potessero aiutare in copertura e rifinire per i finalizzatori. Nacque il "Sistema" (Chapman System, numericamente un 3-2-2-3), noto anche come "WM" (dallo schieramento dei reparti d'attacco e di difesa) o Carpet Football, ovvero "calcio sul tappeto", poiché prediligeva il gioco rasoterra anziché gli ormai superati lanci lunghi. Questa nuova disposizione metteva in risalto le qualità nei duelli uno contro uno dei calciatori e portò il gioco ad essere più spettacolare e ricco di gol.

Il "Metodo"

Mentre nel mondo anglosassone si utilizzava il "Sistema", in Italia, anche per le diverse caratteristiche tecniche e atletiche dei calciatori, Vittorio Pozzo ideò una variante tattica che diventerà popolare e si rivelerà vincente: il "Metodo". Oltre ad arretrare due attaccanti sulla trequarti, dando vita alle mezzali come nelle intenzioni di Chapman, l'allenatore torinese decise di abbassare due mediani, disponendo la difesa con quattro giocatori. Rimaneva un solo calciatore a centrocampo per dare equilibrio alla squadra ed impostare la manovra: il "centromediano metodista" (chiamato anche "centrosostegno"). Vero e proprio regista ante litteram, doveva essere dotato di corsa e un buon piede, per innescare le mezzali e gli attaccanti. Numericamente si otteneva così un 2-3-2-3.

Questo modulo, noto anche come "WW" (sul terreno di gioco la posizione dei calciatori disegnava queste lettere), portò l' a cinque trionfi internazionali tra il 1927 e la Seconda guerra mondiale.

La "scuola danubiana"

In Europa centrale prese piede contemporaneamente una sintesi tra il "Sistema" d'oltremanica e il "WW" italiano: la scuola danubiana, che nacque grazie alle innovazioni tattiche di Hugo Meisl, commissario tecnico dell' per oltre venti anni. Collaborando con Jimmy Hogan (allenatore che lavorò in Austria, Ungheria e Svizzera tra il 1912 e il 1934), Meisl adottò il "Metodo", ma aggiustandolo agli interpreti del suo Wunderteam (la "squadra delle meraviglie" austriaca che impressionò il mondo e fu fermata solo dallanschluss della Germania nazista). Il calcio danubiano era prudente sotto la metà campo, dinamico e imprevedibile in fase d'attacco.

Il Verrou

Negli anni trenta, in un periodo di grande fermento per le tattiche calcistiche, si fece strada un modulo che sarebbe stato ripreso nel secondo dopoguerra: il Verrou, o "catenaccio svizzero". Karl Rappan, allenatore prima del e della poi, dispose la squadra con un difensore arretrato dietro la linea dei terzini: il suo 1-3-3-3 si basava sui ruoli del libero (regista "basso", che copriva le falle della difesa) e dello stopper (marcatore puro che si occupava del centrattacco avversario).

Sebes e il "centravanti arretrato"

Sulle sponde del Danubio, prendendo il la dalla nazionale austriaca delle meraviglie, verrà alla luce un nuovo concetto di calcio: Gusztáv Sebes, selezionatore dell' che passerà alla storia come "Squadra d'oro", alla fine degli anni quaranta inventa il ruolo di "centravanti arretrato" (o "di manovra"). Lo schieramento rifletteva quello di Chapman, congeniale alla qualità assoluta dei solisti magiari, ma Sebes lo perfezionò avvicinando il centravanti ai mediani, così da creare spazio agli interni, i quali diventavano due attaccanti puri. Si veniva a creare sul terreno di gioco una "doppia M" (anche nota come "MM" oppure in cifre: 3-2-3-2).

Le evoluzioni sudamericane Di pari passo con le innovazioni tattiche europee, i moduli cambiarono anche in Sudamerica: alla fine degli anni quaranta nacquero la Diagonal e il 4-2-4.

La Diagonal è un 3-2-2-3 con il centrocampo obliquo: un mediano si "abbassa" verso i difensori, mentre una mezzala avanza verso gli attaccanti. Si formano due diagonali: una fra un terzino e i mediani; l'altra fra le mezzali e un'ala.

Il 4-2-4 fu utilizzato per la prima volta dall'allenatore ungherese Márton Bukovi, ma attecchì in Brasile: la Seleção, anche grazie a questo schema, vinse i campionati mondiali nel 1958, nel 1962 e nel 1970. Due terzini larghi dànno la spinta in fase di possesso palla, le ali forniscono assist e cross per le punte centrali.

Il calcio brasiliano fatto di spensieratezza, divertimento ed estetica diventò famoso come jogo bonito (dal portoghese: "bel gioco").

Il "Catenaccio"

Se da un lato nel calcio si sperimentavano moduli per rendere l'attacco più efficace, dall'altro c'era la ricerca di blindare la difesa, così da incassare meno gol possibile: fu così che ebbe origine il "Catenaccio", aggiornamento del Verrou svizzero (del quale ricalcava lo schieramento 1-3-3-3)., Maestri di questa modalità di disporsi in campo furono gli italiani: la difesa, guidata dal libero, faceva largo uso della cosiddetta "tattica del fuorigioco" (movimenti precisi e repentini per lasciare gli attaccanti avversari in posizione irregolare); il centrocampo si fondava sul dinamismo, per trasformare l'azione da difensiva in offensiva tramite il "contropiede".

Il "calcio totale"

Tra gli anni sessanta e gli anni settanta le partite si decidevano prevalentemente a centrocampo: per tenere lontano l'attacco dalla propria porta, si preferiva lottare in una zona meno pericolosa, di congiunzione tra le due fasi. Fu in questo periodo che Rinus Michels riprese un'idea di calcio già adottata da alcune squadre sporadicamente nelle decadi precedenti: cioè scardinare il dogma dei reparti e impostare una tattica che portasse tutti gli interpreti ad attaccare e difendere come un solo uomo. Il pressing sistematico e a tutto campo, il fallo tattico per spezzare la ripartenza avversaria, la linea difensiva alta e la fantasia dei calciatori in fase offensiva furono le armi di questo stile di gioco, il quale prese il nome di "calcio totale" (noto anche con la parola olandese totaalvoetbal, in quanto teorizzato nei Paesi Bassi). Il modulo di partenza era il 4-3-3, nel quale il centravanti era l'uomo chiave: diventava il regista "alto", il quale poteva impostare l'attacco, rifinire, finalizzare ed aveva completa libertà di movimento.Questo modo di interpretare il calcio fu reso possibile da un maggior lavoro atletico durante gli allenamenti, ritmi di gioco più alti, buona cifra tecnica dei singoli, occupazione intelligente degli spazi e interscambio dei ruoli.

La "zona mista" e il 4-4-2