La beatificazione è l'atto mediante il quale la Chiesa cattolica riconosce l'ascensione di una persona defunta al Paradiso e la conseguente capacità di intercedere a favore di fedeli che rivolgono preghiere al suo indirizzo. Il titolo autorizza la venerazione pubblica del beato in luoghi (città, diocesi, regione o anche un ordine religioso) e modi determinati caso per caso.

La beatificazione è una tappa obbligatoria del processo di canonizzazione, al solo termine del quale un servo di Dio è riconosciuto santo. Inoltre, la beatificazione si distingue dalla canonizzazione in quanto è la concessione di una venerazione facoltativa e limitata ad alcuni luoghi o gruppi di fedeli, mentre la canonizzazione prescrive una venerazione estesa a tutta la Chiesa; per questo nella beatificazione non viene esercitata l'infallibilità pontificia.

I beati non hanno la prerogativa di essere designati come patroni, né è consentito esporre le loro reliquie, a meno che non siano stati concessi messa e ufficio speciali. Inoltre, è vietato dedicare chiese e altari in loro onore senza ottenere l'indulto specifico dalla Santa Sede. È permessa nell'immagine la gloriola di raggi luminosi intorno al capo, non l'aureola.

Evoluzione storica La venerazione dei santi, soprattutto dei martiri, è sempre stata presente nella storia della Chiesa cattolica fin dagli anni più antichi. Nonostante questa pratica trova la sua origine in tempi passati, sarebbe insensato intendere la canonizzazione, o la beatificazione come atto diverso dalla canonizzazione, nel senso attuale, dato che è solo nel secondo millennio di vita della Chiesa che nasce un vero e proprio processo di canonizzazione.

Fino al XIV secolo non vi era assoluta distinzione, così come si intende ai nostri giorni, tra beatificazione e canonizzazione. Tuttavia, la venerazione di fedeli defunti morti in odore di santità è stata sempre accompagnata da diversi fattori:

la vox populi Dei, ovvero la voce del popolo di Dio, che considera degno di venerazione un fedele vissuto santamente o morto per rendere testimonianza della fede; la vox Dei, ovvero la voce di Dio, che, operando dei miracoli per l'intercessione di un suo fedele defunto, manifesta che quel fedele merita di essere onorato come santo dalla comunità cristiana e di essere proposto come modello e invocato come intercessore; infine, la vox sacrae hierarchiae, ovvero la voce della sacra gerarchia, che, prima di dare il proprio assenso alla vox populi Dei, richiede ed esamina le prove della santità, del martirio o degli asseriti miracoli.

La venerazione dei martiri nei primi secoli della vita della Chiesa (I-V secolo)

Dopo la pace costantiniana del 313, la comunità cristiana iniziò a venerare i martiri, celebrandone la memoria presso i luoghi di sepoltura, soprattutto nel giorno annuale della loro morte (dies natalis). Il martirio, noto al pubblico, non richiedeva una proclamazione ufficiale da parte dell'autorità ecclesiastica. Difatti, alcune comunità cristiane in Africa compilarono elenchi dettagliati dei martiri, i cosiddetti martyres vindicati, con l'attenzione a garantire il culto solo a coloro uccisi per motivi di fede, escludendo altre circostanze.

Le storie dei martiri venivano condivise attraverso lettere circolari, estendendo così il culto ad altre comunità cattoliche. Ai martiri si aggiunsero i confessores, ovvero coloro i quali venivano denunciati alle autorità pubbliche e avevano subito persecuzioni senza perdere la vita. In seguito, anche coloro che avevano guidato la Chiesa o vissuto nel deserto come eremiti ricevettero simile venerazione. In questa fase storica, il martirio non richiedeva prove di eventi prodigiosi, né tantomeno un processo; la vox populi, insieme ai pastori della Chiesa, era sufficiente per onorare la memoria di un martire. Analogamente, si diffuse il culto dei primi confessores, nel senso originario e attuale del termine.

Le canonizzazioni vescovili e l'autorità del papa (VI-XI secolo) Dal VI secolo in avanti emerse una forma embrionale di processo di canonizzazione. La vox populi, rappresentata dalla folla che accorreva alla tomba del fedele morto in odore di santità, giocava un ruolo fondamentale nella diffusione della figura e delle storie di miracoli attribuiti alla sua intercessione. I vescovi autorizzavano la venerazione di un defunto solo dopo aver condotto una breve indagine circa la sua persona e aver redatto una sorta di biografia agiografica, contenente anche i miracoli; questi documenti venivano letti, per mezzo di un atto pubblico, dopo un certo periodo. A questo punto il vescovo, con il suo clero nel sinodo diocesano o talvolta con altri vescovi riuniti in un concilio provinciale, approvava il culto del defunto. Infine si procedeva con l'esumazione del corpo del neocanonizzato, atto finalizzato a garantirgli una sepoltura più solenne (elevatio), o con il trasferimento della salma per mezzo di una processione verso una chiesa (translatio), talvolta poi posta sotto un altare. La canonizzazione, quindi, si riteneva compiuta con lelevatio o la traslatio, e non mediante l'approvazione del vescovo. Questo periodo fu noto come canonizzazione vescovile fino al X secolo, dato che la liceità del culto era determinata dall'approvazione del vescovo, stimolata dalla vox populi.

La figura del santo cominciava a differenziarsi da quella dei martiri e confessori dei primi secoli, diventando un intercessore di grazie divine più che un modello da seguire. Il legame tra la figura del santo e il miracolo diventava sempre più forte, diventando essenziale per la canonizzazione e un mezzo per il popolo per ottenere favori divini.

Come già detto, per canonizzare un defunto, era necessario un concilio o un sinodo dell'episcopato locale; in alcuni casi, però, il pontefice stesso partecipava, soprattutto per figure di rilievo. Prima dell'accentramento pontificio, i vescovi locali, primati e patriarchi, potevano garantire un onore ecclesiastico pubblico ai martiri e ai confessori, limitato al loro territorio di giurisdizione.August., Brevic. Collat. cum Donatistis, III, 13, no. 25 in PL, XLIII, 628.Gonzalez Tellez, Comm. Perpet. in singulos textus libr. Decr., III, xlv, in Cap. 1, De reliquiis et vener. Sanct. Durante l'età carolingia e forse merovingia, si fissò una forma più definita di processo di canonizzazione con requisiti come il miracolo o il martirio, la stesura della vita del defunto, la presentazione all'autorità ecclesiastica competente e la successiva approvazione. Nell'Occidente medievale, la Sede Apostolica intervenne sulla questione delle canonizzazioni per garantire decisioni più autorevoli. Il sinodo romano del 993 e la canonizzazione di sant'Udalrico da parte di papa Giovanni XV nel 31 gennaio furono i primi chiari esempi di canonizzazione papale di un santo vissuto al di fuori di Roma e dichiarato degno di venerazione liturgica per l'intera Chiesa. Il termine canonizzazione apparve per la prima volta nei documenti di papa Benedetto VIII relativi all'approvazione del culto di san Simeone di Polirone.

Da papa Giovanni XV in poi, il ricorso al giudizio del papa avvenne con maggiore frequenza. Verso la fine dell'XI secolo, i papi iniziarono ad affermare il loro diritto esclusivo di autorizzare la venerazione di un santo contro i più antichi diritti dei vescovi di farlo per le loro diocesi e regioni ecclesiastiche. I papi decretarono che le virtù e i miracoli delle persone proposte alla pubblica venerazione fossero approvate nei concili, più precisamente nei concili generali.

Dalla canonizzazione di sant'Uldarico da parte di papa Giovanni XV nel 993 a quella di san Bernardo di Chiaravalle decretata da papa Alessandro III nel 1174, Giusto Fontanini documentò quattordici canonizzazioni da parte dei Romani Pontefici durante questi anni, evidenziando che i vescovi si rivolgevano al papa per la canonizzazione non tanto per dubbi sulla loro competenza, ma piuttosto per desiderio di maggiore solennità e di un culto più esteso.

Evoluzione dell'autorità pontificia nella canonizzazione: da papa Urbano II all'emergere della beatificazione (XII-XVI secolo) Durante il papato di Urbano II, ebbe inizio un processo di centralizzazione delle cause di canonizzazione sulla figura del papa, con l'introduzione di nuovi requisiti e prove testimoniali. Tuttavia, fu solo sotto il pontificato di papa Alessandro III, nel XII secolo, che si consolidò il potere di riconoscere una persona come santa esclusivamente da parte del Sommo Pontefice. Il 6 luglio 1170, infatti, Alessandro III indirizzò una lettera a Canuto I, re di Svezia, ai vescovi, al clero e al popolo, nella quale esprimeva il suo orrore per alcuni che veneravano come santo un uomo ucciso durante un'ubriacatura, avvertendo il popolo di non coltivare ulteriormente tale venerazione senza l'autorità del papa. Alessandro III, quindi, inserì definitivamente i processi di canonizzazione nelle causae maiores Ecclesiae col breve Audivimus, mirando a garantire un'uniformità di culto in tutta la Cristianità ed a sancire la riserva papale in materia di canonizzazioni, una decisione successivamente confermata da papa Gregorio IX nel 1234 e inclusa nel Corpus Iuris Canonici (precisamente nei Decretalium Gregorii IX compilatio). Alessandro III esaminò dodici casi durante il suo papato, rigettandone sette e autorizzando la venerazione per i rimanenti cinque. A partire da papa Alessandro III, la canonizzazione si riteneva compiuta con l'atto pontificio e non più attraverso la translatio, la quale diventò una cerimonia solenne successiva.

Gli atti pervenuti del primo processo di canonizzazione risalgono, secondo alcuni studiosi,A. Vauchez, La santità nel Medio Evo, Bologna, Il Mulino, 1989, p. 41; R. Pernoud, I Santi nel Medio Evo, Milano, Rizzoli, 1986, p. 270 a Galgano da Chiusdino, cavaliere penitente eremita deceduto nel 1181. Indetto, presumibilmente su richiesta del vescovo di Volterra, da papa Lucio III nel 1185, rimane incerto se alla fine vi fu una sentenza del papa o se la commissione pontificia decretò la canonizzazione tramite la cosiddetta jurisdictio delegata, ovvero il trasferimento dell'autorità a una figura gerarchicamente subordinata.A. Conti, M. A. Iannaccone, La spada e la roccia. San Galgano: la storia, le leggende, Milano, Sugarco, 2007, pp. 123-126.

Sebbene la prima canonizzazione da parte del papa risalga al 993, la procedura episcopale o la vox populi persistette fino al XII secolo. Walter di San Martino di Pontoise fu l'ultimo santo canonizzato da un'autorità diversa dal papa, precisamente da Ugo di Amiens, arcivescovo di Rouen. Nel 1200, in vista della canonizzazione di Cunegonda di Lussemburgo, papa Innocenzo III emanò una bolla che confermava le regole introdotte da Alessandro III, generando richieste più elaborate da parte della Sede Apostolica.

Nel 1215, il Concilio Lateranense IV proibì la venerazione delle reliquie senza il consenso papale.Canone 64 Come già è stato detto, nel 1234, l'introduzione del breve Audivimus di papa Alessandro III nei Decretalium Gregorii IX compilatio consolidò la riserva papale in materia di canonizzazione.Secondo alcuni studiosi, però, nonostante sia stato ribadito da numerosi pontefici che è diritto esclusivo del romano pontefice poter canonizzare i santi, non affermarono mai chiaramente nelle bolle di canonizzazione che il diritto di canonizzare fosse escluso in maniera intransigente ai vescovi. (cf.) Nel XIV secolo, i papi cominciarono a permettere che alcune persone fedeli fossero venerate, anche se il processo di canonizzazione non si era ancora concluso. Questa venerazione veniva concessa inizialmente a specifiche diocesi o comunità religiose, prima di essere estesa a livello universale nella Chiesa: questo ha segnato l'inizio della procedura di beatificazione.