La battaglia di Castelfidardo fu combattuta il 18 settembre 1860 tra l'esercito del Regno di Sardegna e quello dello Stato Pontificio nell'ambito della campagna piemontese in Italia centrale. La battaglia si concluse con la vittoria dei sabaudi; le truppe papali superstiti si asserragliarono nella piazzaforte di Ancona e furono sconfitte dall'esercito sardo dopo un difficile assedio. La conseguenza della vittoria sabauda fu l'annessione al Regno di Sardegna delle Marche e dell'Umbria e quindi l'unione delle regioni settentrionali già entrate nel Regno di Sardegna nel 1859 con quelle meridionali occupate da Garibaldi. Per questo motivo la vittoria sarda nella battaglia di Castelfidardo è considerata un momento fondamentale del Risorgimento italiano: riunendo in un'unica entità politica gran parte delle regioni italiane, essa permise di proclamare la nascita del Regno d'Italia il 17 marzo 1861Paolo Pierpaoli - 2500 anni: le grandi battaglie nelle Marche Fornasiero editore - Roma 2004; Autori vari - Ai vittoriosi di Castelfidardo ristampa del 2002 del numero speciale della rivista Picenum edita in occasione del cinquantenario della battaglia; Massimo Coltrinari - La giornata di Castelfidardo 18 settembre 1860 vol. III edito nel 2008 a cura della Fondazione Ferretti, Italia nostra e Lions club.
Benché combattuta tra le forze di due stati italiani, nel clima dell'epoca si rimarcò il fatto che nello schieramento pontificio militavano volontari e mercenari stranieri, comandati da generali d'oltralpe, fatto posto a giustificazione della campagna piemonteseIl 7 settembre, Cavour inviò al Cardinale Antonelli, per mezzo del Conte della Minerva, una nota in cui era detto: "… il governo sardo vede con rammarico stranieri a servizio della Santa Sede; e questo offende la coscienza pubblica d'Italia, causa nuovi rivolgimenti e impedimenti alla manifestazione dei buoni desideri dei popoli. Le ragioni di sicurezza propria costringono il governo sardo a porvi riparo, non potendo esso restare testimonio impassibile; perciò l'esercito del re ha ricevuto ordine di impedire che i mercenari recassero ostacolo al volere della popolazione delle Marche e dell'Umbria...".
Storia Le cause dello scontro Il Regno di Sardegna, con la Seconda guerra d'indipendenza italiana, aveva annesso la Lombardia. Nei mesi successivi, in seguito a plebisciti, anche le Legazioni pontificie di Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì, il Ducato di Parma e Piacenza, il Ducato di Modena e Reggio e il Granducato di Toscana erano entrate a far parte dei domini di Vittorio Emanuele II.
Dopo pochi mesi, Garibaldi, con la spedizione dei Mille, aveva acquisito il controllo di gran parte del Mezzogiorno d'Italia; in questo nuovo scenario il territorio dello Stato Pontificio costituiva l'unico ostacolo alla congiunzione delle regioni settentrionali e di quelle meridionali. Appellandosi alla necessità di intervenire per contrastare l'aspra repressione pontificia scatenatasi contro i moti rivoluzionari accesi dalle notizie del successo dell'iniziativa garibaldina, Vittorio Emanuele II diresse il proprio esercito, preventivamente mobilitato, verso i confini papali in quella che è nota come campagna piemontese in Italia centrale, una spedizione militare che portò all'annessione della Legazione delle Marche e della Legazione dell'Umbria.
Due eserciti in marcia forzata L'esercito sardo si radunò in Romagna, quello pontificio nel Lazio e nell'Umbria, con l'obiettivo di giungere nella piazzaforte di Ancona.
Ai primi di settembre si verificarono tumulti in alcune città sotto il governo pontificio (Urbino, Senigallia, Pesaro, Fossombrone), per la cui repressione si mosse l'esercito papale da poco rinnovato e rinforzato. Il governo di Torino protestò contro questa repressione e chiese con una nota ufficiale il disarmo e lo scioglimento delle truppe mercenarie pontificie, ottenendo come risposta un diniego. A seguito di ciò, l'11 settembre l'esercito piemontese al comando di Manfredo Fanti attraversò il confine, penetrando nelle Marche e in Umbriavedi pp. 685 Costanzo Rinaudo, Il Risorgimento Italiano, Scuola di Guerra, Tipografia Olivero, Torino, 1910. I pontifìci volevano asserragliarsi ad Ancona perché là avrebbero potuto resistere per mesi e attendere i rinforzi da parte delle potenze cattoliche europee, che potevano giungere via mare, attraverso il porto; i piemontesi volevano impedirglielo. Cominciarono due marce forzate: ciascun esercito si concedeva poche ore di riposo notturno per arrivare prima dell'altro.
L'esercito pontificio, costituito da volontari e mercenari provenienti da tutta Europa, era comandato dal generale francese Christophe de Lamoricière. Al momento dell'invasione dei piemontesi aveva così distribuito l'esercito sul territorio da difendere: 1ª brigata generale Schmidt con quartier generale a Foligno, 2ª brigata generale marchese de Pimodan con quartiere generale a Terni, 3ª brigata generale De Courten con quartiere generale a Macerata; una brigata di riserva agli ordini del colonnello Cropt con quartiere generale a Spoleto: uomini con 30 pezzi d'artiglieria. A questi vanno aggiunti gli effettivi della piazza di Ancona, circa uomini. Le truppe di de Pimodan dal Lazio mossero verso Narni e proseguirono per Spoleto, Tolentino e Macerata, cercando di raggiungere più celermente possibile la piazzaforte di Ancona.
Il Regio esercito - armata delle Marche e dell'Umbria guidata dal generale Manfredo Fanti - era costituito da uomini ben addestrati e disciplinati: due corpi d'armata, il 4° (divisione quarta, settima e tredicesima) al comando del generale Enrico Cialdini, il 5° (divisione prima e divisione di riserva) guidato dal generale Morozzo Della Rocca. In totale uomini, cavalli e 77 pezzi d'artiglieria. Le truppe dalla Romagna si divisero in due tronconi. Uno marciò lungo la costa e a Pesaro incontrò una forte resistenza pontificia per opera del tenente colonnello Giovanni Battista Zappi,Per una biografia del generale Zappi, vedasi Enciclopedia Cattolica, vol. 12, p. 1779.Un ritratto del generale Zappi si trova presso l'archivio della biblioteca comunale di Imola, vedi Album n. 9: Raccolta fotografica imolese. Ritratti e ricordi di personaggi, p. 5. l'altro avanzò pure verso sud, ma passando a ridosso degli Appennini attraverso Urbino. I due tronconi si riunirono a Jesi, attraversarono Osimo e quindi si diressero verso Ancona.
Secondo lo storico britannico Trevelyan, l’armata del generale Fanti, impiegata in Umbria e Marche, era di soldati, comprensiva dei corpi d’armata di Cialdini e Della Rocca. A Castelfidardo le forze piemontesi disponevano di soldati, dei quali impiegati effettivamente , contro i soldati comandati dal pontificio Lamoricière che, pur disponendo di una forza da campo di soldati, ne impiegò effettivamente , dei quali della Divisione Lamoricière e della Divisione Pimodan. Le forze piemontesi sul campo disponevano anche di 42 cannoni, dei quali 12 impiegati effettivamente.Garibaldi and the making of Italy – George Macaulay Trevelyan – Appendix K (b) – pagg. 346-347
Lo svolgimento
Il 13 settembre, giunti a Senigallia passando lungo la costa, invece di dirigersi verso Ancona, la quarta divisione dell'esercito sardo fece una deviazione, aggirando la città in modo da prenderla da sud; giunta a Jesi il 15 settembre, si riunì alla settima divisione, che aveva percorso un tragitto più interno. Durante la manovra di accerchiamento, il 17 settembre le truppe sarde fecero tappa a Castelfidardo, a 25 chilometri da Ancona. Cialdini stabilì il quartier generale nel Convento di S. Agostino; mentre il campo venne installato nella frazione delle Crocette.
Nel frattempo, alcuni soldati pontifici in ricognizione al di là del fiume Musone avvistarono le truppe sarde, anch'esse accampate nella zona in attesa di trasferirsi ad Ancona; ne seguirono delle schermaglie. Il generale de Lamoricière, consapevole del fatto che il suo esercito era inferiore per effettivi e per armamenti, capì che non vi erano molte speranze di vittoria. Sfruttando il fatto che il grosso dell'esercito piemontese era ancora all'oscuro della presenza nei pressi dei soldati pontifici, decise di dividere le sue truppe in tre gruppi.
Secondo il piano di de Lamoricière, il primo gruppo, comandato da de Pimodan, doveva sacrificarsi, impegnando le truppe sarde in modo da consentire agli altri due gruppi, da lui stesso capitanati, di proseguire verso Ancona percorrendo la strada di Monte Conero: Porto Recanati, Numana, Sirolo, Massignano, Poggio. Una volta giunti ad Ancona, le forze pontificie si sarebbero potute asserragliare in attesa dell'arrivo nel porto delle navi con i rinforzi provenienti dai paesi cattolici. Gli uomini al comando di Georges de Pimodan dovevano quindi affrontare le truppe sarde senza possibilità di vittoria, tra Castelfidardo e Loreto, sulle pendici del colle del Montoro e nella vallata del Musone, per permettere alle truppe di de Lamoricière di riparare ad Ancona.
L'indomani, 18 settembre, tutto andò secondo i piani: mentre de Lamoricière, non visto dai sardi, con le sue truppe era arrivato a Numana, sulla strada per Ancona, un drappello di bersaglieri sardi, nella riva destra del fiume Musone, avvista le truppe pontificie, apre il fuoco e dà l'allarme. Gli uomini di Georges de Pimodan, al grido di «Viva il Papa!» contrattaccano, guadagnando terreno palmo a palmo, casa colonica per casa colonica, mentre il grosso dell'esercito sardo era ancora accampato alle Crocette. Quando Cialdini venne a conoscenza della presenza dei pontifici, inviò tutte le sue truppe che, al grido di «Viva il Re!», rovesciarono la situazione iniziale. Una alla volta, tutte le case coloniche conquistate da Georges de Pimodan caddero nelle mani dei piemontesi.
Le sorti dello scontro subirono un rovesciamento a causa di una decisione inaspettata del de Lamoricière. Egli, resosi conto che le truppe lasciate a combattere stavano per subire una disfatta, decise di tornare a sostenere Georges de Pimodan che, già ferito più volte, stava battendosi valorosamente nonostante la situazione disperata. Questa fu una decisione sorprendente e tatticamente errata: sarebbero bastate poche ore di marcia per rinchiudersi nella piazzaforte di Ancona. Tuttavia, più che alla strategia de Lamoricière pensò alla lealtà di de Pimodan e al fatto che non se la sentiva di sacrificarloPaolo Pierpaoli, 2500 anni: le grandi battaglie nelle Marche Fornasiero editore, Roma 2004; Massimo Coltrinari, La giornata di Castelfidardo 18 settembre 1860, vol. III edito nel 2008 a cura della Fondazione Ferretti, Italia nostra e Lions club.. Così de Lamoricière tornò sul campo di battaglia; de Pimodan era stato già ferito a morte e spirava nell'ospedale da campo piemontese. Secondo alcune fonti sarebbe stato Cialdini in persona ad assisterlo negli ultimi istanti e a raccoglierne le volontà.Josepho Paschalio Marinellio, De Pugna ad Castrumficardum. Dopo alcune ore di battaglia, le truppe del generale Cialdini sconfissero l'avversario; i reduci, tra cui lo stesso de Lamoricière, frettolosamente e disordinatamente ripiegarono verso Ancona passando per gli impervi percorsi del promontorio del Conero.
La presa di Ancona e la fine delle ostilità
Il de Lamoricière e i soldati pontifici superstiti arrivarono quindi ad Ancona, dove si asserragliarono insieme con la residua guarnigione austriaca, che era stata presente in città come forza di occupazione per volontà del papa sin dal 1849, ma che in seguito alla Seconda guerra d'indipendenza era stata dislocata al Nord. Cominciò presto l'assedio: sul lato di terra c'erano i generali Manfredo Fanti ed Enrico Cialdini, davanti all'imboccatura del porto c'era la flotta condotta dall'ammiraglio Persano.