La teologia negativa è un tipo di riflessione religiosa e filosofica che si propone di indagare Dio secondo una prospettiva puramente logico-formale, prescindendo totalmente da contenuti sostanziali.

Dio viene studiato cioè come il limite estremo su cui il pensiero logico si attesta e oltre il quale non può andare, dovendo da lì in poi cedere il passo alla fede e a un sapere rivelato. Secondo l'argomento ontologico utilizzato da vari filosofi,Tra di essi il più celebre è stato Anselmo d'Aosta, il quale replicava a Gaunilone che la sua prova ontologica definiva Dio in negativo, non affermando cosa Egli è, ma semplicemente negandogli ogni difetto o imperfezione (Anselmo, Proslogio, a cura di I. Sciuto, Bompiani, 2002). infatti, la logica riuscirebbe al massimo ad affermare che Dio non può non essere; per il resto, non ci può dire cosa è Dio, ma ci dice cosa Egli non è. Il metodo negativo, altrimenti noto come via negationis,Franz Courth, Il mistero del Dio Trinità, Milano, Jaca Book, pp. 67-69, 1993. ISBN 88-16-40331-4; ISBN 978-88-16-40331-4. Anteprima disponibile in books.google.it. consiste in definitiva nello studiare e nel definire una realtà a partire unicamente dal suo contrario. Di qui la valorizzazione del limite, dell'errore che pur opponendosi alla verità, permette in qualche modo di circoscriverla. La ragione umana mira così ad avvicinarsi all'Assoluto proprio grazie alla consapevolezza di essere fallibile e limitata. Diventare coscienti di un limite, infatti, è già un modo di trascenderlo e di superarlo.

Le origini nel pensiero greco La prima formulazione di una teologia negativa si ebbe con Plotino (205 – 270 d.C.),Giuseppe Faggin, in La presenza divina, pag. 12, D'Anna editrice, Messina-Firenze 1971. il quale affermò che di Dio possiamo dire soltanto «quello che Egli non è, ma non diciamo quello che è. Diciamo di Lui partendo dalle cose che sono dopo di lui».Plotino, Enneadi, V, 3.

Precursori La teologia negativa di Plotino tuttavia partiva già, oltre che dagli scritti di Filone di Alessandria (13 a.C.– 45 d.C.) sull'ineffabilità di Dio, anche dalle considerazioni di Parmenide (V secolo a.C.) e della scuola eleatica a proposito dell'essere,«Noi siamo gli esegeti delle teorie di tanto tempo fa, la cui antichità ci è testimoniata dagli scritti di Platone. Prima di lui anche Parmenide affermava una simile dottrina quando riduceva all'unità l'essere e l'intelligenza, e negava che l'essere consistesse nelle realtà sensibili. Egli diceva che l'essere e il pensiero sono la stessa cosa» (Enneadi, V, 1, 8, trad. di G. Faggin, op. cit.). basate su un pensiero logico-formale di tipo negativo: gli eleati infatti erano stati i primi a utilizzare la tecnica della dimostrazione per assurdo, con cui affermavano che l'essere è e non può non essere perché il contrario conduce a una contraddizione. Giungevano cioè a dimostrare la verità dell'essere non tramite un procedimento diretto ma per via indiretta, secondo la prospettiva puramente formale della logica di non-contraddizione. L'essere risultava così per Parmenide totalmente privo di contenuti sostanziali, cioè di predicati che in qualche modo lo oggettivassero e ne dessero una definizione positiva: l'uso della semplice copula è senza l'aggiunta di un predicato nominale — per cui non diceva cosa l'essere è, ma solo che l'essere è, e basta — evidenzia il carattere indefinito dell'essere, non oggettivabile né quantificabile.

Questa concezione secondo cui è possibile giungere alla verità solo per via indiretta e negativa era peraltro comune a tutto il pensiero greco antico: la stessa etimologia del termine greco , alethèia, cioè verità, come ha messo in luce Heidegger,Martin Heidegger, Dell'essenza della verità (conferenza del 1930 pubblicata nel 1943) in Segnavia, trad. it. a cura di Franco Volpi, Milano, Adelphi, 1987. 5ª ed.: 2008. ISBN 978-88-459-0263-5. significa "non nascondimento", in quanto è composta da alfa privativo (α-) più λῆθος, leèthos (oblìo), che vuol dire quindi propriamente eliminazione dell'oscuramento, ovvero disvelamento. La verità era dunque intesa non come un oggetto o una realtà di fatto, ma come un atto o un movimento di confutazione dell'errore: non un pensiero statico e definito una volta per tutte, ma essenzialmente attività e opera di maieutica; non riconoscimento del vero, attuabile solo parzialmente, ma al contrario riconoscimento del falso, e quindi capacità di saperlo evitare. La stessa filosofia di Socrate, per esempio, nasceva essenzialmente come pensiero critico, come tentativo di indagare non tanto la verità, quanto le false certezze dei suoi interlocutori, e in genere di tutti coloro che si ritenevano sapienti, tramite una dialettica negativa volta ad eliminare gli ostacoli al conseguimento dell'autentica saggezza.«Quella di Socrate è dialettica negativa, cioè capace, con la confutazione, solo di scoprire il falso» (Linda M. Napolitano Valditara, Interiorità e anima: la psychè in Platone, pag. XXXVII, Vita e Pensiero, Milano 2007). Per Eraclito, da un altro punto di vista, la trama segreta del logos si svelava solo tramite l'interazione di due realtà contrapposte.

La verità era insomma per gli antichi Greci non riconoscibile di per sé, ma in qualche modo nascosta,Così Eraclito: «L'armonia nascosta vale più di quella che appare» (frammento 57, Diels-Kranz). perché ad essa partecipa il soggetto: «è la stessa cosa pensare ed essere» diceva Parmenide.Sulla Natura, frammento B 3. L'essere, la verità, era per i Greci essenzialmente attività di pensiero, un atto del soggetto che in quanto tale non può razionalizzarsi e oggettivarsi totalmente, pena lo sdoppiamento dell'unità pensante originaria in soggetto conoscente e oggetto conosciuto.

Plotino e il metodo dialettico

Riprendendo queste considerazioni, e servendosi non solo del metodo deduttivo elaborato da Parmenide ma anche di quello dialettico di Platone e razionale di Aristotele, Plotino ricostruisce per via negativa il processo logico che porta ad ammettere l'Uno al di sopra della pensabilità degli oggetti finiti. Il disperdersi dell'Anima nel mondo presuppone un'unità da cui essa procede, cioè il Νούς (Noùs) o Intelletto, il quale a sua volta non può essere pensato senza ammettere un Uno al di là di esso. È il modo intuitivo di pensarsi e costituirsi dell'Intelletto che ci fa capire la necessità dell'Uno assoluto. L'Uno va ammesso non perché sia possibile dimostrarne direttamente l'esistenza (poiché in tal caso verrebbe ridotto a un semplice dato oggettivo), ma in quanto condizione della stessa attività logica e raziocinante che permette di pensare gli oggetti finiti e riconoscerli per quello che sono, cioè errore, sviamento. Secondo Plotino infatti il pensiero pensato, cioè posto in maniera quantificabile e finita, è un'illusione e un inganno, dovuto a una mentalità materialista.

Nel pensare qualcosa, anche una qualunque realtà sensibile, questa non si pone come un semplice oggetto, ma è in realtà soggetto animato da un'idea che si rende presente alla mente; la caratteristica principale del pensiero, cioè, è quella di possedere la mente, non di essere posseduto, e comporta dunque la perdita della coscienza che viene rapita dal suo stesso oggetto. Compito della filosofia è riconoscere l'errore insito nel senso comune, e riportare l'uomo lungo un percorso di ascesi a identificarsi con l'attività suprema e inconscia del pensiero, nella quale è presente tutta la realtà, eliminando il superfluo con la catarsi dalle passioni.Plotino paragona la catarsi all'opera di uno scultore: «Ritorna in te stesso e guarda: se non ti vedi ancora interiormente bello, fa' come lo scultore di una statua che deve diventar bella; egli toglie, raschia, liscia, ripulisce, finché nel marmo appaia la bella immagine. Come lui, leva tu il superfluo, raddrizza ciò che è storto, purifica ciò che è impuro» (Enneadi, I, 6, 9, trad. di G. Faggin).

L'Uno non è un oggetto, ma un soggetto di pensiero, superiore allo stesso essere, e anzi non descrivibile a rigore neppure come soggetto, né come pensiero di sé, perché ogni riflessività è ancora un raddoppio; esso non è né coscienza, né volontà, né amore, né atto morale. Per questo ci appare come un nulla, come negatività totale. Ma, dice Plotino, si tratta di un nulla gnoseologico, non ontologico: un nulla che vuol dire potenziamento, non diminuzione; pienezza traboccante, non un semplice vuoto.«Alla base di questa dialettica di negazione sta non ciò che si potrebbe credere la pura indeterminatezza, ma piuttosto la pienezza dell'Essere, che non va confuso con nessun altro, pure possedendo in sé le note positive di ogni essere, ma in modo supremo» (Luigi Pelloux, L'assoluto nella dottrina di Plotino, pag. 165, Vita e Pensiero, Milano 1994). Ad esso tuttavia la nostra coscienza vi giunge per decremento, anziché per innalzamento: per superare se stessi infatti occorre secondo Plotino sprofondare in se stessi. Il limite che la nostra coscienza incontra nel superarsi e nell'elevarsi a Dio lo si travalica solo accettandolo e misurandosi con esso.

Plotino ricorre in proposito al paragone della luce, la quale non è un oggetto, ma si mostra solo in quanto rende visibili gli oggetti: come essa risulta visibile dal contrasto con l'ombra, così l'Uno è intuibile solo tramite il contrasto dialettico col molteplice. Ritorna così il metodo dialettico, già usato da Platone, come fondamento della teologia negativa: è la polarità del mondo infatti, costituita da due estremità opposte, che permette di stabilire un rapporto dialettico tra di esse, essendo l'una il negativo dell'altra. Il mondo sensibile e fenomenico, ad esempio, pur antitetico a quello intelligibile, è visto come suo "nunzio", e la materia, nella quale risiede la possibilità del male, non è condannata da Plotino come negatività assoluta. È proprio tramite lo sviamento e l'errore infatti che è possibile delimitare (inteso etimologicamente come de-limitare, cioè tracciamento del limite) la verità.

L'estasi al culmine «Elimina ogni realtà» è l'imperativo che riassume l'insegnamento di Plotino.Enneadi, V, 3, 17. L'Uno, la fonte del pensiero, è infatti anche il limite del pensiero, il punto in cui questo si annichila: in tal modo Plotino va oltre la stessa identità parmenidea di essere e pensiero,Ivi, V, 1, 8. perché questa è ancora un'alterità, benché coincidente, di due termini, dove l'uno è anche il negativo del secondo. Il pensiero filosofico pertanto, nel ricercare la Realtà ultima da cui ha origine, deve riconoscere di non coincidere con essa, ma di esserne solo un'emanazione, e deve quindi cancellarsi negando se stesso fino a quando si trovi in estasi, al di fuori di sé."Estasi", ovvero il fuoriuscire del pensiero da se stesso, deriva infatti etimologicamente dal greco ἐξ στάσις, ex stasis, cioè propriamente «stare fuori». L'estasi, che è l'identificazione dell'anima individuale con Dio, è dunque il culmine della teologia negativa, un'esperienza ineffabile e indescrivibile, essendo appunto ormai naufragata ogni forma di discorsività del pensiero.

Con Plotino la teologia negativa riceve la sua piena formulazione, la quale verrà poi ripresa da Proclo (412 – 487), e portata al massimo grado da Damascio (480 - 550), dando quindi avvio a una lunga tradizione neoplatonica, secondo cui gli oggetti non sono semplici entità materiali bensì soggetti di pensiero, e che alimenterà la concezione rinascimentale di un vitalismo universale di tutto il creato. Molti studiosi hanno visto in Plotino un mistico, dato che il suo percorso di ascesi culmina nel silenzio e nell'estasi contemplativa; ora c'è senz'altro una mistica sullo sfondo, tuttavia il procedimento negativo da lui usato per arrivare al di là del pensiero è un'argomentazione tecnica e perfettamente razionale.

Raffronto con le filosofie orientali