Eraclea è costituita da un territorio che solo nel corso del terzo decennio del XX secolo ha visto cessare gli ostacoli all'insediamento umano ed ha visto modificare quelle condizioni idrogeologiche che avevano visto la Serenissima preferire l'impaludamento delle lagune di nord est all'interramento della Laguna di Venezia. La scelta vitale della Repubblica di Venezia e dei suoi magistrati aveva infatti causato la totale inabitabilità di queste zone.

Il territorio di Grisolera Tra il 1700 ed il 1800, il quadro ambientale del territorio di Eraclea, ed in particolare le aree più vicine all'influsso del mare, era una gigantesca estensione di terre sommerse da acque “meschizze”, cioè salate e dolci mescolate, formate da canneti, melme e paludi: la zona era ben poco abitata ed erano presenti solamente due piccoli centri: Grisolera (poi Eraclea, con DPR 4 novembre 1950) e Cavazuccherina (poi Jesolo, con RD 28 agosto 1930). In questa distesa di oltre 300 km quadrati, la presenza di paludi e della malaria, impedivano l'insediamento umano.

La malaria L'agente della malaria fu scoperto solo nel 1882, ma già si conosceva l'ambiente fisico che ne favoriva l'insorgere ed il suo diffondersi: le acque di ristagno e le paludi, soprattutto.

Anche il territorio eracleense, come una consistente parte dell'Italia, restava perciò inibito all'insediamento finché la malaria non fosse stata debellata e, contemporaneamente, la palude, che ne favoriva lo sviluppo, non fosse stata bonificata. Combattere la malaria e bonificare erano perciò due aspetti di uno stesso problema che venne affrontato dallo Stato, a partire dal 1880, con una serie di provvedimenti.

Il contesto Il Veneto Orientale è stato uno dei maggiori laboratori ambientali dove, attraverso la bonifica integrale del territorio, furono sperimentati strumenti, tecniche e strategie per la bonifica idraulica, per la lotta antimalarica, per l'appoderamento e la successiva messa in produzione delle terre bonificate.

All'interno di quest'ambito, il Basso Piave è stato uno dei punti centrali a livello nazionale dell'esperimento, in quanto qui sono stati testati i meccanismi che poi sono serviti per la bonifica di tutto il territorio nazionale (ad es. l'agro pontino e la bassa del Po). Proprio qui, infatti, per garantire l'efficacia e la continuità degli interventi, sono stati inventati i Consorzi di Bonifica.

In realtà, fino al primo Novecento, la bonifica fu prevalentemente opera di conquista terriera dei privati (Velluti, Treves dei Bonfili), i quali furono interventi parziali ed insufficienti ma utili per le esperienze che consentirono di raccogliere.

Applicazioni di quei principi di bonifica integrale che, dopo la scoperta di G.B. Grassi sul ciclo biologico della malaria, imposero il già citato e assai più largo e determinante intervento dello Stato, nell'ormai diffusa convinzione che solo dalla coordinata attuazione di opere pubbliche e private potesse fiorire la profonda e radicale successiva trasformazione di questi desolati territori.

Dalla legge Baccarini del 1882, che mirava al miglioramento delle condizioni igieniche e sanitarie, si ebbe notevole impulso alla bonifica ma, solo con la legge 22 marzo 1900, si videro i primi risultati e, comunque, l'iter legislativo fino a quelle successive alla prima guerra mondiale fu assai lento.

E finalmente, solo dopo le conclusioni liberamente maturate del Congresso nazionale delle bonifiche del 1922, tenutosi a San Donà di Piave, circa i principi della integralità della bonifica, si ottenne il risultato di concordare l'intervento statale, di disciplinare i rapporti con gli enti rappresentanti le proprietà e con le imprese private, e di attribuire ad ognuno di essi precise responsabilità, agevolandone le iniziative ma vincolandoli ad agire sul piano trasformativo fondiario-agrario per una più efficace e funzionale utilizzazione delle opere pubbliche. Di lì a poco, nel 1923, la legge Serpieri ne raccolse le conclusioni.

L'antefatto Intorno al 1200 (stavano allora sorgendo i Comuni) esistevano, nella parte alta del comprensorio, le vaste “gastaldie” che la proprietà feudale (il duca, il vescovo, ecc.) era andata formando secondo gli ordinamenti fondiario-agrari-amministrativi di quei tempi.

Quasi tutti i centri di terraferma avevano scalo fluviale, e quasi tutti disponevano, nelle lagune, di uno scalo marittimo.

La linea di separazione fra la terraferma e la laguna eracliana, già rappresentata nei primi secoli dopo Cristo dalla fascia percorsa dalla via Annia (Altino, Fossetta, Gorgazzo, Musile, Fiorentina, Cittanova, Riva Zancana, Gainiga, S, Anastasio) si era arretrata per l'aumento del livello marino, lasciando al di sotto unicamente le zone di gronda dei fiumi che si protendevano, emerse e coltivate, anche dentro le zone palustri.

Le linee d'acqua per i traffici locali e con Venezia, nei secoli dal X al XV, oltre ai fiumi Sile, Piave e Livenza, comprendevano, la linea litoranea (Caligo, Vecchia Cava Zuccherina, Revedoli, Commessera) fino al Livenza, la linea del Grassaga (che da Cittanova volgeva verso Campo di Pietra, da un lato, e verso Sette Casoni e Revedoli, dall'altro), la Cava di Torre e la Fossa dei Frati (che dal Livenza portavano verso il Revedoli), ed infine La Fossetta (fra Sile e Piave).

Mancano dato demografici sicuri sulla popolazione della zona durante il Medioevo. Di certo c'è che, nel XIII secolo, l'abbandono delle lagune (Equilio, Eracliana, Caorle e altre minori), da parte di chi ormai lasciava le isole per tornarsene verso la terraferma o per trasferirsi a Venezia, divenne pressoché generale.

Nel territorio, dominato dalle acque, o lungo i fiumi, o nei centri lagunari, rimanevano poche migliaia di abitanti; era gente dedita a coltivare terre emerse, o a fruttare la produzione spontanea dei pascoli ai margini della palude, o a pescare nelle acque interne o, quando ciò era possibile, in quelle di mare.

Una parte dei giovani era imbarcata come marinai: o al servizio della Repubblica (su naviglio militare), o al servizio dei mercanti (su naviglio commerciale).

Quanto alle condizioni di vita nelle nostre zone, non va dimenticato che, in genere, i servizi mancavano dappertutto, e ciò influiva non poco sul loro abbandono.

La stessa acqua dolce per uso potabile, escluso quella delle dune, doveva essere prelevata con la barca risalendo le foci dei fiumi e costituiva quindi elemento raro ed assolutamente da non sprecare.

Le febbri avevano avuto, dal paludismo, un crescente sviluppo che determinava uno spopolamento continuo, non solo nell'estuario, ma anche nella vicina retrostante terraferma.

Era nozione antica che la trasformazione da ambiente salso, vivificato dalle maree, ad ambiente dolce o salmastroso, formato dalle alluvioni, favoriva il propagarsi della malaria, ma i fiumi continuarono ad imbonire e a dolcificare, trasformando le lagune in paludi e acquitrini.

A rarefare la popolazione contribuirono inoltre le pestilenze, delle quali gravissime furono quelle del 1342, del 1403, del 1576, del 1630, e del 1656; epidemie tutte aggravate, nel territorio di Eraclea, dalla impossibilità di una conveniente assistenza sanitaria.

Alla malaria persistente e alle ricorrenti epidemie di peste e colera, si aggiungeva, in queste zone, anche la pellagra, altra malattia endemica, caratteristica degli ambienti poveri e sottosviluppati.

La pellagra ha una storia non facile da ricostruire, stante il sovrapporsi delle diverse forme morbose, la scarsezza delle conoscenze mediche dell'epoca e la difficoltà congenita di prestare l'assistenza sanitaria.

Sono queste, descritte per sommi capi, le condizioni economico-sociali ed igienico-sanitarie della zona del Basso Piave alla fine del Settecento.

Con l'Ottocento, iniziarono i primi timidi tentativi di attenuare i malanni di una situazione idraulica così disordinata nel contesto di un'economia estremamente povera, finalizzati questi a recuperare qualche terreno all'agricoltura.

Storia della bonifica Prese il via così la volontà di bonificare e di consorziarsi, anche grazie alla precedente attività della Repubblica Veneta, sempre attenta alla gestione delle acque, fin dalla metà del XVI secolo, aveva promulgato norme finalizzate alla costituzione di appositi “consorzi” locali che avrebbero dovuto avere il compito di “ritrarre terra dall'acqua”.

Nel territorio, durante il XVII e XVIII secolo, i Consorzi si formarono perciò numerosi e, a seconda degli scopi, si distinguevano in: Consorzi “di scolo”, “di difesa”, e “di scolo e difesa”.

Un'importante organizzazione consortile prese vita al principio dell'Ottocento con lo scopo di migliorare il regime delle acque di tutto il territorio a valle di San Donà di Piave, territorio compreso fra il fiume Piave ed il collettore generale formato allora dai canali Grassaga, Lanzalunga, Taglio (altrimenti detto Scoladori) e Livenza Morta; venne cioè costituito il Consorzio di scolo “Ongaro”, che si estendeva per oltre 14.000 ettari con il compito, appunto, di coordinare gli scoli delle estesissime paludi di Grisolera, da San Donà a Revedoli.

Ma, in sede di attuazione della rete scolante, apparve evidente l'opportunità di distinguere la zona compresa fra San Donà e l'antico canale Ramo da quella che, partendo dal canale Ramo arrivava fino a Revedoli. Mentre la prima, infatti, doveva necessariamente scolare nel collettore generale, la seconda avrebbe potuto scolare anche direttamente verso il mare, senza perciò gravare sul collettore già fin troppo oberato.

Quest'ultima zona, infatti, costituiva una vera e propria unità idrografica che coincideva con il “Lago della Piave” che gli idraulici della Repubblica avevano formato duecento anni prima per deviare e scaricare il fiume verso il mare a S. Margherita.

Per questo, nel 1856, a valle del canale Piveran, fu costituito il Consorzio di scolo “Ongaro Superiore”, comprensivo del territorio fino al canale Ramo, ed il Consorzio di scolo “Ongaro Inferiore” che provvide a raccordare con nuovi canali le inalveazioni rimaste dell'antica scomparsa laguna, e a richiamare le acque ristagnanti dei cosiddetti “chiari di valle”.

Giova altresì ricordare che l'intero comprensorio disponeva di una difesa perimetrale che consentiva di escludere le acque esterne, salvo in caso di eventi eccezionali, costituita dagli “arzerini” del più volte ricordato “Lago della Piave”.

Così operando, le paludi di Grisolera, di Sette casoni, di Stretti, del Taglio, di Sincielli, di Cavanella, di Valle Tagli e di Tre Cai (per citare solo le principali), vennero condotte, con tre canali e rispettivi confluenti, a scaricare nella Livenza Morta (a Tezzon e Termine) e nel canale Ongaro (a Revedoli).

La rete immetteva nei canali esterni mediante manufatti provvisti di porte a vento o di paratoie, in modo da escludere rigurgiti e risalite delle piene e delle colme esterne.

In previsione del grande beneficio che i nuovi scoli avrebbero portato alle zone già paludive, dove la produzione e la raccolta dello strame e della canna potevano rappresentare nuova fonte di reddito, il canale Ongaro a Revedoli venne dotato di una piccola “conca di navigazione” che avrebbe reso possibile, anche in caso di imprevisti, il passaggio delle barche nei due sensi.

Ma vediamo adesso di esaminare nei particolare quello dei due che ci riguarda direttamente: il Consorzio di scolo e difesa “Ongaro Inferiore”.

Il perimetro originario di questo comprensorio coincide con quello dell'attuale bacino “di bonifica” e rappresenta, all'incirca, i limiti di quel più volte ricordato “Lago della Piave” che gli idraulici della Repubblica formarono nel 1664 per convogliarvi le acque del Piave Nuovo e farle scaricare a S. Margherita.