Aragona pre-romana Celti e Germani Durante l'età del bronzo l'Aragona restò al margine della più grande cultura peninsulare dell'epoca, quella dell'Argar, che, sviluppatasi nell'attuale Andalusia, riuscì a stento a lambire la valle dell'Ebro. La popolazione, raggruppata in piccoli villaggi o in grotte, era piuttosto scarsa e si concentrava nelle vallate, dove si dedicava all'agricoltura ed all'allevamento. Modeste le attività artigianali, tese a soddisfare i bisogni più immediati delle popolazioni presenti (armi soprattutto, e rudimentali utensili domestici). Fra le popolazioni pre-indoeuropee della parte pirenaica dell'Aragona possiamo considerare anche i lontanati antenati del popolo basco che iniziò ad acquisire caratteristiche etniche proprie solo nella seconda metà del I millennio a.C.
Sul finire del X secolo a.C. l'Aragona inizia ad accogliere le prime ondate indoeuropee provenienti dall'Europa centrale. Questi popoli, portatori della cultura dei campi di urne, praticavano il rito dell'incinerazione ed introdussero il ferro nella regione. Il bronzo continuò ad essere tuttavia, almeno fino alla metà del VII secolo a.C. il metallo in assoluto più utilizzato. Sull'origine di tali popolazioni non esiste accordo fra gli studiosi: l'opinione più accreditata è che si tratti di gruppi etnici prevalentemente di origine celta e, in minor misura, germanica. Questi ultimi si celtizzarono col tempo e, già attorno alla metà del I millennio, tale processo di integrazione poteva dirsi compiuto. L'ultima fra le grandi immigrazioni indoeuropee fu quella dei Galli belgi che attraversarono i Pirenei nella prima metà del VI secolo a.C. e che diedero il loro nome a molti toponimi aragonesi conservatisi fino ai nostri giorni: Rio Gallego, Gallur, Magallón ecc.
I Celti di Aragona ben poco differivano dai propri confratelli della meseta spagnola. Le varie tribù erano guidate da caste guerriere e traevano dalla pastorizia, più che dall'agricoltura, la principale fonte del proprio sostentamento. Talvolta si arruolavano anche, come mercenari, negli eserciti greci, fenici ed iberi. Vivevano in villaggi fortificati che eccezionalmente, e solo tardivamente (III secolo a.C.), assunsero delle connotazioni propriamente urbane (come nel caso di Numanzia). Frutto della secolare convivenza con gli Iberi, fu l'adozione dell'alfabeto di questo popolo da parte dei Celti d'Aragona, il quale continuò ad essere utilizzato anche nei primi secoli della dominazione romana (II e I secolo a.C.). A Botorrita, nella parte centrale della Regione, sono state rinvenuti fra il 1992 e il 1994 quattro bronzi, di cui tre con iscrizioni in lingua celta ed alfabeto iberico (un quarto è scritto in latino con caratteri latini) dei primi decenni del I secolo a.C. D'altra parte va detto che i Celti trasmisero agli Iberi, che originariamente inumavano i loro defunti, il rito della cremazione.
Iberi
Nel corso del V secolo a.C. iniziarono a penetrare in Aragona gli Iberi, popolo di incerta origine ma sicuramente non indoeuropeo e da tempo stabilitosi nel levante peninsulare (se non addirittura di origine autoctona). I primi territori della regione ad essere colonizzati furono quelli meridionali (Bajo Aragón). Gli Iberi stanziati in Aragona erano suddivisi in numerose tribù fra cui primeggiava, sotto il profilo numerico, quella degli Ilergeti. Vivevano in borghi fortificati che a partire dal IV secolo iniziarono a trasformarsi in vere e proprie città, fra cui Atanagrum, Osca e Burtina (Almudévar). Gli Iberi erano dediti all'agricoltura ed all'allevamento e raggiunsero un alto livello tecnico nella lavorazione del ferro e nella produzione di un artigianato spesso di qualità (ceramiche in particolare). Molti critici d'arte attribuiscono ad un artista ibero la celebre Dama d'Elche, capolavoro assoluto della statuaria pre-romana in terra hispanica.
Va sottolineato che il secolare contatto con le colonie fenicie e greche nel levante spagnolo ed in Andalusia aveva avuto un'influenza decisiva sulla cultura degli Iberi all'epoca in cui questa iniziò a diffondersi in Aragona (V secolo a.C.). Ricordiamo a questo proposito che la presenza stanziale dei Fenici (e successivamente dei Punici) nella penisola iberica è storicamente documentabile fin dall'VIII secolo a.C. (Gadir, Malaka, Adra, ecc.) e quella dei Greci dai primi decenni del VI secolo a.C. (Empuries). L'Aragona, regione senza sbocchi marittimi, non conobbe mai il fenomeno della colonizzazione da parte di questi evoluti popoli orientali. Gli Iberi quivi stanziati, tuttavia, continuarono ad intrattenere stretti rapporti commerciali con essi fino ad epoca romana. Ne fa fede la notevole quantità di reperti di procedenza ellenica o fenicia rinvenuti in terra Aragona.: anfore (zona di Calaceite), ceramiche (Azaila, Els Castellans ecc.), crateri (Azaila) ed altri oggetti ornamentali di vario tipo. Celtiberi e Baschi
In questa, come in altre regioni di Spagna, si produssero, fra Celti, Iberi ed altre popolazioni pre-indoeuropee autoctone, delle forme di convivenza più o meno pacifica che diedero luogo, in talune zone ad un vero e proprio métissage razziale e culturale, in altre a dei conflitti locali per il controllo del territorio. In linea di massima possiamo dire che in Aragona i popoli iberi e quelli iberizzati prevalsero numericamente, riuscendo ad occupare tutta la parte sudorientale, centrale, centro-orientale e gran parte di quella settentrionale (Pirenei), oltre alla valle dell'Ebro e zone immediatamente adiacenti. I territori sud-occidentali ed occidentali, meno densamente popolati, restarono invece di etnia celta o celtibera, definizione, quest'ultima, in uso fin dall'antichità, e, al giorno d'oggi, comunemente adottata dagli storici. Va infine sottolineato che la maggior parte dell'Aragona pirenica occidentale era abitata, sia in epoca preromana che romana, dai Baschi, popolo cui abbiamo fatto precedentemente accenno ed il cui territorio di stanziamento aveva, in quei secoli, una estensione considerevolmente superiore all'attuale. La città pirenaica di Iacca tuttavia, pur trovandosi a ridosso della zona di popolamento basco, era di lingua, cultura e fondazione ibere.
Aragona romana Conquista
Prima e durante la seconda guerra punica, solo parte dell'Aragona sudorientale entrò nella sfera di influenza cartaginese che si estese quasi senza eccezioni a tutto il litorale mediterraneo, dall'Andalusia alla Catalogna. Nel 206 a.C. i Punici, sconfitti dagli eserciti romani si ritirarono in Africa abbandonando l'Iberia al loro nemico storico. Roma penetrò attraverso la valle dell'Ebro in Aragona, riuscendo a controllare in vario modo la parte centrale della regione. Le più importanti tribù ibere (Ilergeti, Suessetani e Sedetani) e celtibere della zona, si rivoltarono contro Roma e le sue legioni, che furono costrette a ripiegare. Le incertezze e la mancanza di nerbo di L. Lentulo (che condivideva il comando con L. Manlio Acidinio), non piacquero al senato romano che, nel 195 a.C., pensò di inviare sul posto un forte esercito guidato da una personalità d'eccezione: il pretore, poi console, Marco Porcio Catone.
Marco Porcio Catone fu il vero conquistatore dell'Aragona. Latino di Tusculum, fiero delle proprie origini plebee e contadine, era dotato di una personalità carismatica che anche i suoi nemici più acerrimi gli riconoscevano. Condottiero sagace, sommo uomo politico, Marco Porcio Catone restò per un anno circa nella penisola iberica, passato in gran parte lottando contro le tribù ibere e celtibere della regione, gente nobile e fiera che impegnò gli eserciti romani in una lunga serie di scontri e guerre locali. La presa della cittadina di Iacca (195 a.C.) importante piazzaforte ibera, nei Pirenei aragonesi, unita alle straordinarie capacità diplomatiche di Catone e ad una sua fortunata campagna contro i celtiberi della valle del fiume Jalón (Aragona sud occidentale), permisero a Roma di estendere il proprio dominio su tutta l'Aragona settentrionale e centrale ed a parte di quella meridionale. La conquista di quest'ultima fu completata da L. Manlio Acidinio nel 187 a.C. L'Aragona tutta poteva ormai considerarsi romana.
Va a questo proposito ricordata la sanguinosa sollevazione dei celtiberi che, conosciuta anche come I guerra celtibera, ebbe inizio nel 181 a.C. e coinvolse anche le terre appena conquistate delle valli del Jalón e del Jiloca (Aragona meridionale). Tale sollevazione si saldò con quella degli Iberi Suesetani del nord dell'Ebro (Aragona centro-occidentale), repressa dal pretore Terenzio Varrone il quale espugnò e distrusse la città di Corbio, di incerta ubicazione. La I guerra celtibera, cui abbiamo fatto precedentemente accenno, fu invece domata da Fulvio Flacco e da Tiberio Sempronio Gracco. Quest'ultimo riportò definitivamente l'ordine nella regione dopo aver posto termine alla fierissima resistenza dei Celtiberi nella zona del massiccio del Moncayo (179 a.C.), a cavallo fra Aragona e Castiglia, ed aver assicurato a questo popolo onorevoli condizioni di pace.
Nuove ribellioni funesteranno, a partire dalla metà del II secolo a.C. la zona celtibera coinvolgendo nuovamente l'Aragona sud occidentale (in particolare le valli del Jalon e Jiloca). Particolarmente cruenta sarà la sollevazione del capo celtibero Olonico (144 a.C.), che, alleatosi con Viriato, tenne impegnate durante anni ingenti forze romane (pari ad oltre cinquantamila uomini) e che fu domata da Q. Cecilio Metello a prezzo di considerevoli perdite. Ricordiamo infine che l'ultimo atto delle ribellioni celtibere avvenne con la presa e la distruzione di Numanzia (133 a.C.), città entrata nella leggenda per la strenua resistenza opposta dai suoi abitanti all'invasore romano. La località era situata nell'attuale provincia di Soria, in Castiglia, ma a breve distanza dalla frontiera aragonese.
Romanizzazione
Durante la seconda guerra punica, ed in particolare a partire dal 206 a.C., le popolazioni ibere e celtibere d'Aragona entrarono in contatto diretto con i legionari romani, i cui accampamenti erano molto spesso situati in prossimità dei centri abitati. Questi fornivano agli eserciti di Roma derrate alimentari, utensili vari, prodotti tessili ed altri generi di prima necessità. I rapporti fra legionari e popolazioni autoctone, non solo non si interruppero ma si intensificarono nei decenni successivi: l'Aragona fu infatti teatro di numerosi conflitti e fu in vario modo coinvolta anche nelle tre sanguinose guerre contro i celtiberi della meseta che ebbero termine solo nel 133 a.C., con la distruzione della città di Numanzia.
In quegli anni molti Iberi iniziarono ad arruolarsi, come mercenari, negli eserciti romani e a farsi apprezzare per le proprie doti di coraggio, resistenza e frugalità. Nel primo decennio del secolo successivo un manipolo di cavalieri reclutati nei pressi di Sadubia, in Aragona, si coprì di gloria nella guerra sociale. A trenta di essi venne concessa la cittadinanza romana e ancor oggi, ad Ascoli Piceno, si può ammirare il bronzo commemorativo su cui vennero incisi i nomi di quei valorosi.