In filosofia per sostanza, (ricalcato ), letteralmente traducibile con "ciò che sta sotto", si intende ciò che è nascosto all'interno della cosa sensibile come suo fondamento ontologico. La sostanza è quindi ciò che di un ente non muta mai, ciò che propriamente e primariamente è inteso come elemento ineliminabile, costitutivo di ogni cosa per cui lo si distingue da ciò che è accessorio, contingente, e che Aristotele chiama accidente. Per sostanza, in altre parole, si intende ciò che è causa sui, ovvero ha la causa di sé in sé stessa e non in altro.
Il termine "sostanza" e l'aggettivo "sostanziale" vengono spesso utilizzati, nel linguaggio comune, come sinonimi di essenza ed "essenziale": ciò che è fondamentale alla costituzione di ciò a cui ci si riferisce. In effetti l'etimo e il significato filosofico dei due termini, apparentemente simili, sono diversi: al termine "sostanza" (dal greco ὑποκείμενον), introdotto da Aristotele, corrisponde la definizione sopra citata. il termine "essenza" (dal greco οὐσία), già presente in Platone, vuol dire ciò che realmente è, ciò per cui una cosa è quel che è anziché un'altra cosa.
In senso più specifico: «alla sostanza, che è la realtà individuale nella sua autonoma esistenza e sussistenza, l'essenza si contrappone come la forma generale», «l'universale natura delle singole cose appartenenti allo stesso genere o specie.»Dizionario di filosofia (2009) Treccani alle singole voci "essenza" e "sostanza"
Traduzioni latine del termine ousia La parola ουσία viene tradotta in italiano indifferentemente come essenza o come sostanza. Questa ambiguità dipende dal fatto che molti termini filosofici greci sono stati tradotti erroneamente nella versione latina Secondo SenecaEpistulae morales ad Lucilium, lettera 58 Cicerone sarebbe stato il primo (in un testo che non ci è pervenuto) a tradurre 'ousia' con essentia; Boezio la traduce come essentia in Contra Eutychen (dove traduce «ousiôsis» con subsistentia e «hypostasis» con substantia) mentre invece nella traduzione delle Categorie di Aristotele traduce ousia con substantia.
La scuola ionica
Le prime teorie sulla sostanza, anche se non esplicitamente formulate come tali (il concetto di sostanza nascerà infatti con Aristotele) nascono con i presocratici. Essi pensarono che, pur essendo apparentemente diversi, i fenomeni naturali fossero omogenei, della stessa natura fondamentale. Si trova nelle loro teorie una ricerca di un punto di riferimento comune che metta ordine nella molteplicità caotica dei fenomeni. Se quindi, si riuscirà a identificare la causa prima di tutti questi fenomeni, quell'elemento comune a tutte le cose, che soggiace ("hypokeimenon") a tutto, nascosto al loro interno, per cui una cosa è quella che è nella variabilità di ciò che appare, si avrà la chiave di spiegazione unica di tutto il cosmo, cioè dell'universo come ordinato e armonioso.
Quindi i primi filosofi presocratici ricercheranno quest'elemento primordiale, la causa di tutto, da cui tutto si è generato e a cui tutto ritorna: l'archè, il principio apparso per primo nel tempo e scopriranno così la sostanza dandole una pluralità di significati, come ente che: permane nei mutamenti rende unitaria la molteplicità rende possibile l'esistenza della cosaGabriele Giannantoni, Profilo di storia della filosofia, vol. I, ed. Loescher, Torino
Nella cosiddetta Scuola di Mileto inizia allora la ricerca della sostanza identificata o in un elemento naturale (Talete«I tanto decantati quattro elementi, dei quali diciamo che l'acqua è il primo e lo poniamo quasi unico elemento...»(Diels,II B, 3) ed Anassimene) o nella iniziale mescolanza originaria e caotica di tutte le cose (l'ápeiron, l'infinito-indefinito di Anassimandro)«Anassimandro...ha detto che principio ed elemento degli esseri è l'infinito, avendo introdotto per primo questo nome di principio.» (Diels, 12A, 9)
Ad essere esatti il termine utilizzato dai primi pensatori ionici era quello di archè come ci dice il primo storico della filosofia, AristoteleAristotele, "Metafisica", I, 3, 983b
Nella scuola pitagorica la sostanza diviene il numero. La sostanza infatti non può essere caratterizzata dalle qualità sensibili che mutano poiché essa permane sempre identica a se stessa. Se dunque gli elementi naturali sono variabili per la qualità, in questi stessi permane però un aspetto immutabile che è la quantità e questa è misurabile e quindi traducibile in numeri. Il numero quindi è all'origine di tutte le cose.
Notevoli difficoltà d'interpretazione presenta la filosofia posteriore di Eraclito che Platone per primo considera il filosofo del "divenire", per cui egli viene solitamente contrapposto agli eleati, sostenitori dell'essere immobile ed immutabile. Nella filosofia di Eraclito il principio fondamentale è riconducibile a Polemos (" La guerra è madre di tutte le cose ")«Polemos è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni disvela come dei e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi e gli altri liberi». (Diels, 22B, 53), la contesa che tiene uniti gli elementi discordi, ovvero nel Logos, (solo in seguito il termine identificherà la ragione discorsiva) che lascia essere i contrari nella loro armonia, senza sopprimere la loro differenza.il punto d'incontro che riunisce ogni cosa presente nella sua presenza e a la lascia stare M.Heidegger, "Saggi e discorsi", saggio sul Logos in Eraclito, ed. Mursia, 1976, pag.155 Il dibattito tra le tesi contrapposte di chi sostiene che la vera realtà del mondo sia il divenire e chi invece l'immutabilità dell'essere, (Parmenide«È la stessa cosa pensare e pensare che è perché senza essere, in ciò che è detto, non troverai il pensare...» (Diels, 28B 8, 38), Zenone, Melisso di Samo), tra l'esperienza e la ragione, dopo i tentativi dei pluralisti (Empedocle, Anassagora e Democrito) di conciliare le due dottrine, ha termine con l'avvento della sofistica che lo giudica inconcludente e che invece sostiene che ciò che importa nella riflessione filosofica sia l'uomo misura di tutte le cose.«Protagora afferma che l'uomo è misura di tutte le cose, e con ciò intende dire l'uomo che sa e l'uomo che sente; questi dunque sono misura, in quanto posseggono, l'uno la sensazione, e l'altro la scienza, le quali noi diciamo essere misura degli oggetti».(Aristotele, Metafisica, libro IX)
La sostanza in Aristotele Con Aristotele torna l'interesse per la riflessione sulla sostanza, trattata per la prima volta nelle Categorie, che sono le caratteristiche fondamentali dell'essere, ossia i predicamenti di questo. Esse sono la qualità (ad es. bello o brutto), la quantità (alto, basso) la relazione (vicino, lontano), l'abito (disposizione o possesso), la condizione (come si trova), l'agire, il patire, il dove, il quando e, infine, appunto la sostanza (ad es. essere uomo).
Di tutte le categorie la più importante è la sostanza perché tutte le altre la presuppongono: la qualità è sempre qualità di qualche cosa, così la quantità è sempre quantità di qualche cosa e questo qualche cosa è la sostanza, per cui essa è il polo di riferimento di tutte le altre; quindi la sostanza-essere non ha un unico significato e neppure molti completamente diversi tra loro, ma è il denominatore comune di molteplici significati, per cui ogni cosa può essere detta "essere" in quanto esprime la sostanza.«L'essere si dice in molteplici significati, ma sempre in riferimento ad una unità determinata… nello stesso modo in cui diciamo sano tutto ciò che si riferisce alla salute: o in quanto la conserva, o in quanto la produce… così dunque anche l'essere si dice in molti sensi ma tutti in riferimento ad un unico principio»: la sostanza. (Aristotele, Met., Γ, 2, 1003 a, 33 - 1003 b, 10) All'interno di questa, Aristotele distingue a sua volta tra «sostanza prima» e «seconda»:Cat. V, 2a 25. la prima è l'individuo in sé, ad esempio Socrate, la seconda sostanza è il tipo di individuo, cioè la specie umana.
Cosa c'è di comune in tutti questi aspetti della sostanza-uomo? Che "è", quindi la sostanza si identifica con l'essere. Allora se l'essere si identifica con le categorie che sono "divisioni" o "generi supremi" dell'essere e le categorie poggiano tutte sulla sostanza allora per rispondere alla domanda che cos'è l'essere bisogna rispondere a quella che chiede che cos'è la sostanza.
Aristotele distingue tre ulteriori tipi di sostanze: 1) la sostanza sensibile ma eterna (i corpi celesti) 2) la sostanza sensibile ma corruttibile (i corpi del mondo terreno: le piante, gli animali ecc.) 3) la sostanza immutabile. I primi due tipi di sostanze sono composte da parti diverse, quindi bisogna capire quale di queste parti che le compongono sia quella fondamentale ed ineliminabile. Bisogna allora scegliere tra quattro diverse particolarità di sostanze, che sono: I) il soggetto o sostrato materiale (l'hypokeimenon); II) il genere (ghenos) e la specie; III) l'universale (kathòlou); IV) l'essenza (ti estì).
Per Aristotele è appunto l'essenza la sostanza in senso proprio, o specie formale immanente in ogni individuo, che come sostanza – essenza – è altresì sinolo,In greco sýnolon, che significa «totale», «complessivo», «tutto insieme», è un termine usato da Aristotele in Metafisica, libro VII. unione indissolubile di materia e forma.Uno dei concetti che viene spesso trascurato nella comprensione è l'espressione.
la sostanza in Aristotele è sinolo di materia e forma, essenza dell'essere ed essere dell'essenza.
Per chiarire il senso di questa equivalenza sarà sufficiente far riferimento ad un banale esempio.
Immaginiamo di voler fare in casa dei liquori. Utilizzeremo l'alcol in cui metteremo in infusione le bucce del frutto dal quale vorremo ricavare il liquore. Immaginiamo di voler fare il liquore di mandarino. Dopo un periodo di infusione nell'alcol, le bucce del nostro frutto avranno completamente perso il loro sapore che verificheremo essersi "trasferito" in quello che originariamente era solo alcol. Cosa è "passato" dalla buccia al liquido? Proprio l'essenza, la parte sostanziale della buccia del mandarino. Ciò per cui la buccia del mandarino è buccia del mandarino e non d'altro. L'essenza dell'essere mandarino.
L'essenza dell'essere, quella che Aristotele dice essere la parte fondamentale del sinolo, la forma, ciò per cui una cosa è ciò che è.
L'alcol - che avrebbe potuto accogliere in sé ogni possibile essenza - rappresenta l'essere dell'essenza, o materia, il "supporto" che consente all'essenza dell'essere di esplicitarsi.
L'alcool, come essere dell'essenza può accogliere l'essenza dell'essere, quella del mandarino ma anche di qualunque altra essenza.
Il liquore risulterà dunque costituito da un'essenza dell'essere, parte costitutiva primaria della sostanza, e dall'essere dell'essenza, il supporto di cui si è detto e le due parti costituiscono appunto un sinolo (il liquore nella sua unità indissolubile). L'idea (eidos) è la forma (morphè) della materia (ùlē), mentre la stessa materia è il sostrato (hypokeimenon) di una sostanza-forma. Come ogni sostanza, la materia è potenza di un'idea in atto: più propriamente, si dice che la materia è potenza (dynamis, potenzialità passiva) di un'idea che ne è il corrispondente atto (energheia, potenzialità attiva).
L'idea dà la forma alla materia, che è già un'altra sostanza dotata di un'altra forma propria. La distinzione fra potenziale passiva e attiva nel rapporto fra idea e materia richiama quella fra intelletto potenziale (o passivo) e intelletto agente (o attivo) nelle forme in sé e per sé. Alessandro di Afrodisia (II-III secolo d.C.) identificò l'intelletto attivo del De anima col pensiero di pensiero divino, mentre i medievali identificarono l'intelletto potenziale con la possibilità di divenire di tutte le cose.
La sostanza nel pensiero medioevale