Quella del «Viva Maria» fu una delle insorgenze antinapoleoniche scoppiate in Italia fra il 1797 e il 1800. Ebbe come suo teatro principale dapprima la città di Genova, poi nel 1799 la città di Arezzo e la Toscana, ma si diffuse anche nei territori limitrofi dello Stato Pontificio.
Invasione dell'Italia
Nel 1796 l'esercito francese intraprese una campagna militare per la conquista dell'Italia, inizialmente intesa come diversivo per impedire una concentrazione di forze nemiche tedesche lungo il Reno. I reparti e i comandanti francesi ritenuti più esperti si dedicarono, dunque, al fronte Nord mentre in Italia venne inviato a dirigere le operazioni un giovane generale di 27 anni, Napoleone Bonaparte.
Il fronte si fermò lungo la valle del fiume Roja. Per superare lo stallo, l'Armata d'Italia di Napoleone concentrò le proprie forze nella Riviera ligure di Ponente. La variante strategica fu decisiva: con i soldati francesi sul suolo ligure e, alla notizia della caduta dell'omologa repubblica veneziana (12 maggio 1797), la situazione precipitò.
L'insorgenza popolare a Genova Il segnale d'inizio del piano d'invasione volto a rovesciare il Doge fu, la mattina del 22 maggio 1797, la fanfara del reggimento dei Cadetti. Mentre questo reparto d'élite si avviava a rilevare la guardia a Ponte Reale (la stazione marittima d'allora) a un cenno del comandante Falco, trombe e tamburi intonarono le note di Ah! ça ira, inno rivoluzionario francese proibito a Genova per i suoi accesi significati antiaristocratici. A quelle note sbucarono, dalle strade circostanti, squadre di giacobini armati che subito si unirono ai cadetti nell'occupazione del varco portuale e quindi si sparsero per la città. Mentre i nobili si rifugiavano nei loro palazzi e le botteghe chiudevano i battenti, gli invasori presidiarono le Porte delle Mura, saccheggiarono i depositi di armi, liberarono i detenuti della Malapaga e i galeotti. Un comitato filo-francese si insediò nella Loggia di Banchi: ne facevano parte Felice Morando, Filippo Doria, l'abate Cuneo, Valentino Lodi, Andrea Vitaliani e il monaco Alessandro Ricolfi, detto Bernardone. Furono subito avviati contatti con il governo, cui i giacobini chiesero le dimissioni immediate.
Il doge Giacomo Maria Brignole e i pochi senatori che erano riusciti ad arrivare a Palazzo Ducale stavano per accettare quando, spinti da qualche patrizio, da Portoria, il quartiere dell'eroe Balilla, mosse una folla di popolani che gridando «viva il nostro Principe», «Viva Maria» penetrò nella pubblica armeria asportandone 14 000 fucili. Questi uomini cominciarono a dare la caccia ai giacobini e ai francesi: le strade della città divennero in breve tempo un campo di battaglia. Due giorni durarono gli scontri con morti e feriti. Lo stesso Filippo Doria cadde colpito a morte sugli scalini di Ponte Reale. Le celle di Palazzo Ducale si riempirono di facinorosi arrestati dai «Viva Maria» e, non bastando queste, fu adattata a prigione anche la vicina chiesa di Sant'Ambrogio.
Le schiere popolari dei «Viva Maria» capeggiate da Nicolò Pinelli Cattaneo erano sostenute da aristocratici. Alcuni di essi, Gian Carlo Brignole, Girolamo Serra e Gian Luca e Giuseppe Durazzo, assunsero il ruolo di mediatori, riuscendo a far mettere in salvo l'ambasciatore francese Faipoult sorpreso da un assalto di popolani.
L'intervento del popolo in difesa del "vecchio principe", se aveva dato al governo un buon motivo per rifiutare di dimettersi, con le sue violenze, specie nei confronti dei cittadini francesi, diede anche al generale Faipoult l'occasione per ricorrere a Bonaparte. Questi inviò a Genova l'aiutante di campo La Vallette con una lettera per il ministro e una per il Doge, durissime entrambe. Nella prima il generale accusava Faipoult di aver impedito l'ingresso delle navi francesi nel porto e di aver agito con eccessiva debolezza. Lo invitava quindi a lasciare la città nel caso che il governo genovese non avesse ottemperato a quanto richiesto nella lettera al Doge. In quest'ultima Bonaparte chiedeva che fossero messi in libertà tutti i francesi detenuti, che fossero arrestati i nobili che avevano sobillato i "viva Maria" e disarmato il popolo. «Se entro 24 ore dopo ricevuta la presente lettera non avrete ottemperato a quanto richiesto - intimava il generale - il ministro della Repubblica Francese sortirà da Genova e l'aristocrazia avrà esistito». I Magnifici compresero che non restava loro altra scelta che accettare il diktat di Bonaparte. Si affrettarono i tempi. Partì per Milano Faipoult, partì una delegazione genovese composta dall'ex doge Michelangelo Cambiaso, dal giurista Luigi Carbonara e da Girolamo Serra per concordare con Bonaparte, in quei giorni nella villa di Mombello, il cambio di governo.
Ai primi di settembre scoppiò una nuova sommossa popolare lealista.
Invasione del Granducato di Toscana Nel 1799 l'esercito francese aveva occupato tutti gli stati italiani, escluso il Granducato di Toscana che aveva dichiarato la sua neutralità e aveva anche cercato di comprarsi l'immunità pagando, in più riprese, la : uno degli scopi della campagna d'Italia era quello di procurarsi fondi come aveva espressamente ordinato il Direttorio.
Il 23 marzo 1799 il Granducato pagò l'ultima rata della somma pattuita per la sua immunità. Il giorno successivo i francesi aprirono le ostilità e iniziarono l'invasione. Il granduca Ferdinando III di Toscana si rifugiò a Vienna. Sabato 6 aprile 1799 i francesi, comandati dal capitano Lavergne entrarono nella città di Arezzo, che in quell'epoca contava circa 8.000 abitanti. Il giorno dopo, domenica, fu eretto nella Piazza Grande l'albero della libertà (simbolo della rivoluzione francese composto da un alto palo di legno sormontato da un berretto frigio).
Inizio dell'insurrezione
Ad aprile erano già insorti i paesi di Terranuova Bracciolini, Loro, San Giovanni Valdarno, Montevarchi, Figline Valdarno, Dicomano, Bibbiena e tutta la zona di Valdarno, il Casentino e quindi Borgo San Lorenzo; poi la Val di Nievole, la Val di Chiana, Volterra, Signa, la Versilia, le campagne di Lucca, ed altri. All'inizio di maggio era invece avvenuta un'insurrezione popolare a Viareggio, durata tre giorni.
Liberazione di Arezzo Negli stessi giorni, si diffusero ad Arezzo voci incontrollate che davano per imminente l'arrivo di un esercito liberatore Austriaco o Russo. La notte fra il 5 e il 6 maggio 1799 si mobilitarono le campagne circostanti Arezzo al grido di “Viva Maria”. La mattina del 6 maggio insorse la città: l'albero della libertà fu dato alle fiamme. La guarnigione francese era poco numerosa e fu messa rapidamente in fuga. Anche le quattro vallate della provincia si liberarono dai francesi. In città si formarono due deputazioni, una militare e l'altra civile. Quest'ultima fu denominata “Deputazione Suprema” e fu composta da Tommaso Guazzasi, da don Benedetto Mancinotti, da Luigi Lorenzo Romanelli, da Francesco Fabbroni, da Niccolò Brillandi e da Carlo Albergotti. Il comando militare aretino fu affidato a Angelo Guillichini, Giovan Battista Albergotti, Giovanni Brozzi, i quali riunirono un primo nucleo di un esercito. Fu dichiarata la fedeltà al legittimo regnante, il Granduca Ferdinando III.
Possibili cause dell'insurrezione
Cause religiose e culturali L'ultima fase della Rivoluzione francese aveva esaltato un ideale giacobino che i francesi portavano con sé in Italia e trovava diversi tipi di accoglienza, dall'entusiasmo alla freddezza alla contrarietà. Non giovava certo alla pacificazione degli animi il feroce atteggiamento anti-cattolico dell'esercito francese: si pensi a Papa Pio VI prigioniero in Francia. Inoltre, nel 1796 era cominciata ad Arezzo una particolare devozione ad un'immagine di terracotta invetriata della Madonna (la già citata Madonna del Conforto) alla quale i credenti attribuivano un miracolo avvenuto il 15 febbraio di quell'anno: si trattava di un cambiamento di colore o, comunque, di un sensibile splendore che aveva rassicurato gli aretini atterriti da alcune scosse di terremoto avvertite più volte in città.
A questa immagine si tributavano preghiere, processioni e altre funzioni religiose. La devozione continuò ininterrotta anche successivamente all'occupazione francese, esacerbando la consapevolezza della distanza fra le rispettive sensibilità. Si determinò infatti un rifiuto di quelle idee rivoluzionario-illuministiche che erano il substrato ideologico della Campagna napoleonica, sentito da molti come sovvertitore di un ordine sociale che affondava le proprie radici nell'Ancien Régime. L'occupazione napoleonica costituì una rottura storica: un popolo, quello francese, cercava di imporre con la forza militare gli ideali illuministico-democratici ad un'altra popolazione di cui una parte rilevante era ancorata alla tradizione cattolico-legittimista.
Cause economiche L'occupazione francese aveva fra i suoi scopi quello di procurarsi fondi per la madrepatria in guerra e quindi, per essere più efficace in questa attività, doveva anche autofinanziarsi, procurarsi vettovaglie e munizioni. Le popolazioni, soprattutto nelle campagne, erano senza dubbio vessate. Era uso comune dell'armata Francese esigere il pagamento di una sorta di riscatto alle città occupate al fine di scongiurarne il saccheggio da parte delle proprie truppe (che sovente però veniva ugualmente perpetrato).
Cause politiche Il Granducato di Toscana era fra gli stati più civili d'Europa: il codice leopoldino a quell'epoca aveva già abolito la pena di morte. Inoltre i granduchi Pietro Leopoldo, prima, e Ferdinando III, poi, avevano condotto una politica che favoriva un razionale sfruttamento della campagna che aveva apportato notevoli benefici, soprattutto ad Arezzo: opere pubbliche di bonifica (si pensi alla Val di Chiana), razionalizzazione dell'agricoltura: si pensi alla costruzione delle “leopoldine”, le tipiche case coloniche toscane. Esisteva dunque un ideale di fedeltà al legittimo regnante non soltanto di facciata ma radicato nella popolazione.
Altre concause Alcuni hanno trovato sospetto il fatto che un'insorgenza popolare preparata in così poco tempo come quella aretina fosse così ben organizzata e hanno ipotizzato che strutture rivoluzionare esistessero fin dal 1795. In quell'anno vi fu infatti una crisi economica che provocò l'innalzamento del prezzo del grano e, quindi, malcontento popolare. La protesta, che anche allora era avvenuta ad Arezzo, era anche dovuta ad alcuni aspetti della riforma leopoldina, . Ferdinando, successore di Pietro Leopoldo, aveva apportato modifiche migliorative alla riforma, il prezzo del grano era calato, e la protesta era rientrata. Tuttavia le strutture logistiche o anche, semplicemente, la rete di rapporti personali potrebbero essere state sfruttate come base per la conduzione della successiva insorgenza. Inoltre è stato ipotizzato il sostegno occulto delle potenze europee anti francesi. Sicuramente Austria e Inghilterra sostennero l'insurrezione ma non è provato che siano state le artefici del suo scatenarsi.
La prima reazione francese