Operò nell'ambito del Partito d'Azione e del successivo Partito Radicale. Insieme con Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni è uno dei principali esponenti italiani del federalismo europeo. Il Manifesto di Ventotene (di cui condivise la stesura con Spinelli e che fu pubblicato e curato da Colorni) è considerato la sua opera più importante e il suo testamento morale.
Biografia Non ancora diciannovenne partecipò volontario alla prima guerra mondiale. Nel dopoguerra, mosso dalla opposizione all'atteggiamento dei socialisti di ostilità nei confronti dei reduci e dei loro sacrifici e dal disprezzo della classe politica incapace di slanci ideali, si avvicinò ai nazionalisti del Popolo d'Italia diretto da Benito Mussolini, giornale con il quale collaborò dal 1919 al 1922.
In quel periodo però conobbe Gaetano Salvemini con il quale iniziò un lungo legame di stima e di amicizia, ben presto cementato dalla piena intesa intellettuale. Rossi ha sostenuto che il rapporto con Salvemini fu determinante nell'allontanarlo definitivamente e radicalmente dalle posizioni che lo stavano portando all'ideologia fascista e nell'avvicinarlo al pensiero liberaleErnesto Rossi, discorso alla manifestazione commemorativa di Gaetano Salvemini tenuta a Roma al Ridotto dell'Eliseo l'11 dicembre 1966, pubblicato in L'Astrolabio, a. V , n. 1, 1º gennaio 1967, pp. 27-32, citato in ..
Nel 1923, Ernesto Rossi partecipò, insieme con Dino Vannucci, Piero Calamandrei, Carlo Rosselli e Nello Traquandi alla formazione di Italia libera, un gruppo di ex combattenti di ispirazione repubblicana e antifascista. Nel 1925 con il gruppo dei salveminiani (Traquandi, Rosselli e Tommaso Ramorino) diede vita al giornale clandestino Non Mollare, dove ebbe l'occasione di conoscere e frequentare il libertario Camillo Berneri.
Da questo deriva la determinazione con cui si oppose al regime fascista. Fu dirigente, insieme con Riccardo Bauer, dell'organizzazione interna di "Giustizia e Libertà". Lo arrestarono a scuola, presso l'istituto Vittorio Emanuele II di Bergamo, mentre faceva lezione ai suoi alunni, il 30 ottobre 1930. Pagò la sua intransigente attività antifascista con venti anni di carcere, inflittigli dal Tribunale speciale, dei quali nove furono scontati nelle "patrie galere" e quattro al confinoCommissione di Roma, ordinanza del 6.11.1939 contro Ernesto Rossi e altri ("Dirigenti di "Giustizia e Libertà", dopo aver scontata la condanna inflitta loro dal TS, vengono confinati"). In: Adriano Dal Pont, Simonetta Carolini, L'Italia al confino 1926-1943. Le ordinanze di assegnazione al confino emesse dalle Commissioni provinciali dal novembre 1926 al luglio 1943, Milano 1983 (ANPPIA/La Pietra), vol. IV, p. 1437. nell'isola di Ventotene. Durante la detenzione, il 24 ottobre 1931, nel carcere di Pallanza si unì in matrimonio con rito civile con Ada Rossi. Nell'isola tirrenica, con Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni, maturò più compiutamente quelle idee federalistiche che nel 1941 ricevettero il loro suggello nel famoso Manifesto di Ventotene. Nel confino della piccola isola conobbe e frequentò il libertario Alfonso Failla. Fu anche autore del Vassoio di Ventotene.
Dopo la Liberazione, come rappresentante del Partito d'Azione, fu sottosegretario alla ricostruzione nel governo Parri e presidente dell'A.R.A.R. (Azienda Rilievo Alienazione Residuati) fino al 1958.
Dopo che fu sciolto il Partito d'Azione aderì al Partito Radicale guidato da Pannunzio e da Villabruna nel quale, sentendosi come "un cane in chiesa" (sono parole sue), rifiutò incarichi di direzione anche perché preferì dedicarsi alla scrittura di libri e al giornalismo d'inchiesta su il Mondo.
La collaborazione con il Mondo, iniziata sotto i migliori auspici nel 1949 (quando il direttore Mario Pannunzio gli promise che i suoi articoli li avrebbe letti "solo dopo pubblicati") continuò ininterrotta per tredici anni, fino al 1962.
Dalla fine degli anni 1950 fino al 1961, insieme con altri colleghi, animò l'idea che porterà alla creazione di Cronache dal mondo.
Negli stessi anni raccolse i suoi articoli migliori in alcuni volumi, tra cui I padroni del vapore (Bari, 1956) e Aria fritta (Bari, 1955). Dal 1962 svolse la sua attività di pubblicista su L'Astrolabio di Ferruccio Parri.
Nel 1966 gli fu conferito il premio "Francesco Saverio Nitti".
Ernesto Rossi muore il 9 febbraio 1967. Riposa nel cimitero fiorentino di Trespiano.
«Ernesto – racconta Marco Pannella – era stato operato nei giorni precedenti. L'avevo visto il 7, e lui, che era sarcastico verso chi non credeva all'Anno anticlericale che avevamo lanciato, era allegro perché un'infermiera gli aveva detto: «Beh, se lei presiede questa cosa, verrò anch'io all'Adriano». Ernesto, abituato come eravamo spesso noi radicali al Ridotto dell'Eliseo, aveva soggiunto: «L'ho detto anche a Ada: ma vuoi vedere che questa volta quel matto di Pannella ha avuto ragione!» L'operazione era andata benissimo, il medico era Valdoni, tuttavia le conseguenze non furono controllate e all'improvviso Ernesto se ne andò. Di lì a trentasei ore avrebbe dovuto presiedere una prima grande manifestazione della religiosità anticlericale, della religione della libertà di tutti i credenti».
Qualche mese prima, in una lettera a Riccardo Bauer, aveva scritto: «Se ci domandiamo a cosa approdano tutti i nostri sforzi e tutte le nostre angosce non sappiamo trovare altre risposte fuori di quelle che dava Leopardi: si gira su noi stessi come trottole, finché il moto si rallenta, le passioni si spengono e il meccanismo si rompe». E ancora: «Io non ho mai avuto paura della morte. Mi è sempre sembrata una funzione naturale, inspiegabile com'è inspiegabile tutto quello che vediamo in questo porco mondo. Crepare un po' prima o un po' dopo non ha grande importanza: si tratta di anticipi di infinitesimi, in confronto all'eternità, che non riusciamo neppure ad immaginare. Ma ho sempre avuto timore della "cattiva morte"».
Il pensiero politico Ernesto Rossi il «democratico ribelle», come lo definisce Giuseppe Armani nel testo dedicato alla sua figura di politico e intellettuale, ha sempre manifestato un'indole polemica e intransigente, dedito all'invettiva contro i vizi del potere, impegnato nel combattere gli interessi corporativi e clientelari dei "padroni del vapore", attivo nei confronti dei grandi assetti monopolistici, testimone esemplare di un pensiero laico e liberale.
Per disegnare correttamente la parabola intellettuale di Ernesto Rossi, non bisogna però trascurare le oscillazioni che si avvertono nelle sue prese di posizione nei primi anni venti con l'avvento del fascismo: Rossi (ha 22 anni) dal 29 marzo 1919, al 29 novembre 1922 collabora con Il Popolo d'Italia. In questo periodo di collaborazione al quotidiano Rossi si attesta su posizioni antisocialiste per ragioni che esulano dalle riflessioni teoriche sul marxismo, riguardando piuttosto il disprezzo manifestato dai socialisti nei confronti degli ufficiali reduci di guerra, che «offendevano la memoria dei nostri morti e sputavano sui nostri sacrifici» – Rossi, il "non interventista intervenuto"Giuseppe Fiori, Una storia italiana. Vita di Ernesto Rossi, Einaudi, Torino 1997, p. 19., arriva sulla linea del basso Isonzo nell'ottobre del 1916 e dovranno trascorrere più di due anni prima che egli possa prendere congedo dagli orrori della guerra. Ma, poco prima della marcia su Roma, Rossi cambia decisamente fronte: intensifica il suo rapporto epistolare con Gaetano Salvemini, "padre intellettuale" del giovane Rossi e, nel novembre 1922, propone di pubblicare i suoi articoli a Piero Gobetti su La Rivoluzione liberale, recidendo drasticamente con gli ambienti filofascisti. Sarà egli stesso a riconoscere la portata salvifica dell'incontro con Salvemini all'indomani della grande guerra:
A proposito dei suoi debiti intellettuali, Rossi riconobbe di essere approdato a una maggiore consapevolezza circa l'effettiva realizzazione di nuove forme di giustizia sociale, nel corso delle sue discussioni con Salvemini sulla chiarezza e il rigore logico del metodo scientifico di Pareto (autore a cui Rossi aveva dedicato i suoi studi giovanili di filosofia del diritto, nonché la sua tesi di laurea: L'evoluzione sociale secondo Pareto).
Un ulteriore elemento che accomunava Rossi a Salvemini era l'anticomunismo. In una lettera inviata all'amico nel febbraio 1945, riprendendo una definizione applicata dal socialista francese Léon Blum al Partito Comunista Francese, Rossi definì il Partito Comunista Italiano «un partito nazionalista straniero, inassimilabile nella democrazia dei nostri paesi»Ernesto Rossi, lettera a Gaetano Salvemini, Ginevra, 13 febbraio 1945, ora in Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini, Dall'esilio alla Repubblica. Lettere 1944-1957, a cura di Mimmo Franzinelli, prefazione di Mario Isnenghi, Torino, Bollati Boringhieri, 2004, p. 55.. Più tardi, nella prefazione al volume No al fascismo del 1957, nel quadro del contrasto tra il mondo azionista e il PCI seguito all'invasione sovietica dell'Ungheria, Rossi espresse un giudizio articolato sui comunisti, riconoscendone l'importante ruolo nella lotta antifascista:
L'anticlericalismo L'impegno intellettuale di Rossi nella lotta contro l'oscurantismo e gli abusi del clero affonda le sue radici in una delle idee guida del Risorgimento italiano: "libera Chiesa in libero Stato". La questione della conflittualità dei rapporti tra la Santa Sede, con la sua pretesa di conservare il potere temporale, e il ceto dirigente liberale italiano si era posta fin dai tempi di Cavour e Mazzini, assumendo i toni di un contrasto ideologico tra la volontà di modernizzare il Paese e il bisogno di mantenersi nella tradizione, tra i processi d'innovazione politica e le "clericali" battute d'arresto. Secondo Rossi, la porzione di libertà e autonomia guadagnata dallo stato laico attraverso le lotte risorgimentali, culminate il 20 settembre 1870 nella breccia di Porta Pia, si dissolve l'11 febbraio 1929 con i Patti Lateranensi, giorno infausto, in cui la società civile perdeva le speranze di potersi definitivamente affrancare dal potere della Chiesa.
La sua testimonianza si è esplicitata in un'aperta dichiarazione di anticlericalismo in nome della difesa di un mondo libero dalle costrizioni ideologiche delle gerarchie ecclesiastiche e del regime fascista con cui la chiesa, a partire dagli anni venti, non mancava d'intessere relazioni.
Ne Il Manganello e l'aspersorioE. Rossi, Il Manganello e l'aspersorio, Bari, Laterza, 1968, prende corpo la denuncia di questa forma di collusione tra "l'altare" e il regime fascista antiliberale che con Mussolini si era instaurato al governo: polemica appassionata che investe contemporaneamente, dispiegando lo stesso impegno, e la stessa carica dissacrante, sia il dominio della politica, sia quello della religione e dell'economia. Parimenti ai grandi monopoli dello zucchero e dell'elettricità, e alle forme di regime politico illiberali e antiliberali, l'inclinazione alla conquista di zone d'influenza e di ambiti di potere sempre più vasti e pervasivi si rivela connaturata alla natura coercitiva e dogmatica della chiesa: «Pochi italiani conoscono quale centro di coordinamento e di guida delle forze più reazionarie è il Vaticano, e quale fattore di corruzione esso costituisce nella nostra vita pubblica [...] con l'insegnamento della cieca obbedienza ai governanti, comunque delinquenti e in qualsiasi modo arrivati al potere, purché prestino l'ossequio dovuto al Santo Padre. [...] Approfondendo l'argomento, oggi mi sono dovuto convincere che la soluzione di tutti i problemi – anche di quelli che riteniamo più spiccatamente economici e tecnici – dalla convivenza civile, è in funzione del modo in cui si riesce a risolvere il problema della libertà di coscienza, cioè del modo in cui vengono regolati i rapporti tra lo Stato e la Chiesa»Ibidem, pp. 10-11..