Sotto il profilo archeologico, Reggio Calabria presenta una frequentazione umana continuata nella stessa area geografica per almeno tremila anni.

Le attività di scavo condotte sul tessuto urbano sono state però nel tempo modeste e limitate, recentemente è comunque stata presentata la nuova carta archeologica della città di Reggio che, catalogando tutti i ritrovamenti archeologici collegati agli scavi effettuati dal XVI al XXI secolo comprende nell'insieme 10 raggruppamenti, 74 aree, 203 siti, quasi 500 schede.

I più antichi ritrovamenti sono tracce di capanne databili all'XI secolo a.C., sulle sponde del Calopinace, e le ceramiche provenienti dagli scavi del porto che ci forniscono notizie sicure sui primi abitatori di Reggio Calabria.

Aree sacre Una serie di rinvenimenti, venuti alla luce fin dal XIX secolo, hanno permesso di identificare diverse zone di culto dislocate in più punti della città, tra le quali un Persephoneion, un Apollonion, un Artemision e un Atheneion.

Area sacra del Parco archeologico Griso-LaBoccetta

L'area sacra al momento più rilevante è quella nel fondo Griso-Laboccetta, situata al centro della città attuale tra via del Torrione, via Tripepi, via 2 settembre e via Palamolla, che presumibilmente si estendeva fino alla via Aschenez.

Scavata dalla fine del XIX secolo, l'area Griso-Laboccetta ha restituito tra i pezzi archeologici più celebri esposti al Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio. Già nel VI secolo a.C. è accertata la presenza di un santuario molto importante dedicato a Demetra in questo sito fuori dalle mura. Verso la metà del IV secolo a.C. l'area viene integrata entro il nuovo circuito allargato delle mura cittadine. Da questo momento l'area è occupata da edilizia privata fino al periodo romano.

L'area monumentale costituisce un settore di una più vasta area urbana, raffigurata sotto nella planimetria catastale di fine Ottocento, che fu oggetto di scavi a partire da quell'epoca ed ha restituito numerosi resti fittili che hanno portato all'identificazione della stessa come santuario dedicato alle divinità ctonie. Furono rinvenute numerose terrecotte architettoniche che rivestivano le strutture degli edifici di culto, nonché grandi quantità di coroplastica e vasi frammentari che costituivano gli ex voto, dedicati alle dee Demetra e Persefone, il cui culto era molto praticato in età greca arcaica e classica. I resti murari individuano le fondazioni di strutture murarie in ciottoli il cui alzato in mattone crudo è ormai perduto. le strutture corrispondono ad edifici sorti nel santuario tra il V ed il IV secolo a.C. e agli edifici di carattere residenziale che si impiantarono sullo stesso sito dopo l'abbandono del santuario in età ellenistica e romana (III - II secolo a.C.)

Agli inizi dello scavo iniziato alla fine del XIX secolo è stato rinvenuto un tratto del temenos, il muro di cinta dell'area sacra. Le numerose decorazioni architettoniche rinvenute nello scavo hanno dunque permesso di ipotizzare la presenza, oltre che di un tempio di notevoli dimensioni, anche di una serie di strutture annesse e di un tempietto con cella e pronao databile alla metà del VI secolo a.C.

Alla fase di maggiore splendore del santuario segue una fase di ricostruzione, datata nel secondo quarto del V secolo, come può essere dedotto dal rinvenimento di materiale architettonico relativo a quel periodo.

Durante le varie campagne di scavo è stato recuperato molto materiale tra cui è molto interessante un frammento di fregio architettonico in terracotta policroma, detta "lastra Griso-Laboccetta" databile all'ultimo quarto del VI secolo a.C. Non è stato ancora possibile stabilire la destinazione del pezzo in cui sono ritratte due figure femminili danzanti, modellate senza l'uso di matrice.

Santuario del palazzo della Prefettura Un'area sacra scoperta nel 1913 da Paolo Orsi, durante i lavori per la costruzione del palazzo della Prefettura, ha portato alla luce le fondazioni (stereobate) di un tempio, databile alla prima metà del V secolo a.C. grazie all'identificazione di due tegole riutilizzate nella costruzione di un edificio termale romano.

In base agli elementi noti si è ipotizzato che potesse trattarsi del tempio ad Apollo.

Area sacra della marina Una terza area sacra è stata rinvenuta a circa 80 m a sud-ovest dal Museo Nazionale, dunque al di fuori dalla cinta muraria.

I primi scavi del 1886 hanno portato alla luce un tempio monumentale, di cui oggi non resta che qualche blocco in calcare. Il rinvenimento di terrecotte arcaiche del tipo recuperate nel fondo Griso-Laboccetta indica una fase d'uso arcaica, così come il materiale di età classica fa risalire a questa epoca successiva pure una fase di ricostruzione. Per questo santuario è piuttosto controversa l'attribuzione, ma la divinità più probabile a cui è dedicato il tempio sembra essere Artemide Phacelitis.

L'Athenaion sul lungomare I resti di un Athenaion (tempio dedicato alla dea Atena) sorgono sotto un Bar del lungomare, nell'isolato compreso tra via XXIV Maggio, corso Vittorio Emanuele III, corso Garibaldi e via San Paolo. Si possono vedere due colonne entrando nelle caverne sotto il bar.

Necropoli Tutt'intorno all'area dell'antica città greco-romana sono state trovate numerose necropoli che hanno portato alla luce una gran quantità di reperti custoditi al Museo Nazionale. Tra queste le più importanti sono quella di Santa Caterina, quella ritrovata durante i lavori per l'edificazione del Museo stesso, quella in via Demetrio Tripepi, e quella recentemente scoperta di San Giorgio Extra che sta portando alla luce tombe sia ellenistiche e sia romane. Le tombe, essendo poste in una zona alluvionale, sono state ritrovate sotto un grande strato di interro che rende la profondità di giacitura a circa sei metri. Questa scoperta è destinata a cambiare la topografia dell'antica necropoli poiché i suoi confini meridionali arriverebbero fino al torrente Calopinace, zona molto più a sud rispetto al confine precedente che è fissato con il luogo dove attualmente insiste la villa comunale.

La necropoli sotto il Museo Una tomba della necropoli presente nei sotterranei del Museo, è stata spostata sul lungomare, accanto al chiosco di un rinomato gelataio, è una tomba a camera del periodo greco, il manufatto, trovato durante gli scavi per le fondazioni di Palazzo Piacentini, fu spostato dal sito originario e posto come ornamento tra il Lungomare Italo Falcomatà e il Corso Vittorio Emanuele III, usato fino a pochi anni fa come basamento per il monumento a Ibico reggino, adesso spostato in altra sede.

Le necropoli di Santa Caterina La necropoli romana-greca di Santa Caterina fu scoperta nel marzo del 1883 durante gli scavi condotti dal locale Museo Civico. La vasta necropoli si estendeva per oltre quattrocento metri e le sue tombe si trovavano a diversa profondità, anche oltre i sette metri dell'antico piano di campagna. Esse erano di diverso tipo: a cappuccina, a cassa, a fossa. Il corredo funerario rinvenuto fu scarso. Fu trovata anche un'urna fittile con cremato.A.M. De Lorenzo, Not. Sc., 1888 p.94

Da questa necropoli proviene anche il titolo sepolcrale di Cresimene, vissuto nel III-IV sec.d.C., che si conserva nel Museo Nazionale di Reggio Calabria.C.I.L., 839, e Barnabei, Not. Sc., 1882, p.404

Nel 1886 fu ritrovata un'altra urna cineraria contenente ossa combuste e vasetti fittili.A.M. De Lorenzo, Not. Sc., 1886 p.440

Tomba ellenistica di via Demetrio Tripepi La tomba, di epoca ellenistica e databile al III-II secolo a.C., fu trovata nel 1957 durante i lavori di prolungamento della via Demetrio Tripepi. La struttura della tomba, simile a tante altre necropoli trovate a nord della città, faceva parte delle necropoli di S. Lucia-Terrazza che si prolungava a forma di E verso la zona di Borrace. La tomba, del tipo a camera voltata, è realizzata con mattoni legati con calce e rivestita in origine da intonaco bianco, ormai degradato. Lo scheletro poggiava sopra un battuto di malta ed il suo corredo funerario era costituito da sei unguentari fusiformi, una pisside con coperchio, una ciotola con orlo dipinto con vernice nera e frammenti di uno strigile bronzeo appesi ad un anello. All'esterno di essa furono ritrovati sei piccoli capitelli in terracotta policromi, utilizzati per decorare i letti funebri in legno, appartenuti, probabilmente, ad altre tombe già distrutte

Aree pubbliche Gli scavi di Piazza Italia

Con gli interventi di restauro e ristrutturazione eseguiti all'inizio del nuovo millennio in Piazza Vittorio Emanuele II (nota come Piazza Italia) è venuto alla luce un importante sito archeologico. In particolare le ripetute campagne di scavo effettuate tra il 2000 ed il 2004, che hanno interessato l'area sud orientale della piazza, hanno portato alla luce un sito di notevole interesse storico a testimonianza che la zona è da sempre al centro delle attività commerciali della città, riconoscibile attraverso la sovrapposizione in sei metri di ben undici fasi di edificazione, dal VII secolo a.C. fino ai primi del XIX secolo d.C.

Alcuni ipotizzano si tratti dell'Agorà in epoca greca e poi del Foro in epoca romana, ma lo stato attuale degli scavi non consente ancora di esserne certi.

Nello strato più basso, quello più antico di epoca greca arcaica, sono stati rinvenuti alcuni frammenti di ceramica e murature di ciottoli, organizzate secondo un impianto ortogonale, che coincide con il soprastante tracciato di epoca romana. A questa seconda fase, si fanno risalire quattro vani rettangolari, i cui muri sono caratterizzati da una doppia fase costruttiva, coincidente con la sovrapposizione di materiali diversi, e forse legata ai dissesti subiti a causa del terremoto che devastò la città intorno alla metà del IV secolo d.C.

La terza fase di bizantina risale ai secoli VI-X, ed è riconoscibile nella presenza di alcuni vani adibiti ad attività commerciali, con pozzi e cisterne, all'interno dei quali sono state ritrovate monete che testimoniano l'importanza di Reggio nell'ambito del commercio marittimo dell'Impero Romano d'Oriente.

Al XII secolo, in epoca normanna, appartiene probabilmente un muro lungo circa 12 metri che delimita un edificio, suddiviso in ambienti più piccoli, sede di attività artigianali, legate alla lavorazione del bronzo. A conferma della vitalità economica e commerciale dell'area nell'Alto Medioevo, sono stati ritrovati numerosi reperti: monete bronzee (alcune con indicazioni arabe), ceramiche invetriate di provenienza siculo-magrebina, vetri, metalli e perfino un tarì d'oro (moneta araba diffusa in Sicilia).

Il XIV secolo, in epoca angioina, è identificabile in una serie di edifici articolati nell'ambito di uno stesso isolato, che mantengono per lo più lo stesso andamento del sottostante impianto di epoca greca. Anche in questo caso, sono presenti molti vani adibiti a magazzino, delimitati da murature realizzate in materiale povero di provenienza locale.

La destinazione del sito come luogo pubblico, e quindi piazza, risale al XIX secolo: delimitata da canali di scolo delle acque, probabilmente ospitava delle vasche con fontane. È stata inoltre ritrovata l'originaria fondazione del basamento che dal 1828 ospitava la statua di Ferdinando I di Borbone, poi sostituita con l'attuale monumento che rappresenta l'Italia, dedicato a Vittorio Emanuele II, e dal quale la piazza prende il nome.

Durante la campagna di scavi preliminare è stato trovato, nella stratificazione più profonda, un grosso muro posto di traverso che si pensa possa appartenere ad un grande tempio. Al momento non si hanno molte altre informazioni poiché tale muro si estende ben oltre l'area degli scavi. Inoltre lo scandaglio ha rivelato che a circa 4 metri di profondità vi è una massa metallica di circa 2 metri di lunghezza che molto probabilmente è una statua, il che concorderebbe con l'ipotesi del tempio.

L'Acropoli