La guerra in Iraq, talvolta indicata anche come seconda guerra del Golfo, o ancora Operation Iraqi Freedom, è stato un conflitto bellico iniziato il 20 marzo 2003 con l'invasione dell'Iraq da parte di una coalizione multinazionale guidata dagli Stati Uniti d'America e terminato il 18 dicembre 2011 col passaggio definitivo di tutti i poteri alle autorità irachene insediate dall'esercito degli Stati Uniti su delega governativa statunitense.

L'obiettivo principale dell'invasione era la deposizione di Saddam Hussein, già da tempo visto con ostilità dagli Stati Uniti per vari motivi: timori (rivelatisi poi infondati) su un suo ipotetico tentativo di dotarsi di armi di distruzione di massa, il suo presunto appoggio al terrorismo islamista, il volersi appropriare delle ricchezze petrolifere del Kuwait e l'oppressione dei cittadini iracheni da parte di una dittatura sanguinaria. L'obiettivo di invadere l'Iraq fu raggiunto rapidamente: il 15 aprile 2003 tutte le principali città erano nelle mani della coalizione e, il 1º maggio, il presidente statunitense George W. Bush proclamò concluse le operazioni militari su larga scala. Tuttavia, il conflitto si tramutò abbastanza presto in una resistenza e in una guerra di liberazione dalle truppe straniere, considerate invasori da molti gruppi armati arabi sunniti e sciiti, per sfociare infine in una guerra civile fra le varie fazioni, causata da una squilibrata gestione del potere (che agevolò le componenti sciite maggioritarie).

I costi umani della guerra non sono ben definibili e sono spesso oggetto di dibattito. Più in generale, il bilancio dell'intera guerra risulta difficile in quanto, a fronte della deposizione di Saddam e dell'instaurazione di una democrazia formale, si è avuto un netto aumento delle violenze settarie in Iraq, una penetrazione di al-Qāʿida nel Paese e, in generale, un calo della sicurezza dei cittadini.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 22 maggio 2003 approvò la risoluzione n. 1483 con la quale sollecitava la Comunità Internazionale a contribuire alla stabilità ed alla sicurezza del Paese iracheno. Il 15 luglio 2003 iniziò la missione italiana denominata «operazione Antica Babilonia» alle dipendenze delle forze britanniche nel sud del Paese nella regione di Dhi Qar. Il 16 ottobre 2003, il Consiglio di Sicurezza approvò all'unanimità, ai sensi del capitolo VII dello Statuto delle Nazioni Unite, la risoluzione nº 1511 del 16 ottobre 2003 sull'Iraq che gettava le basi per una partecipazione internazionale e delle Nazioni Unite alla ricostruzione politica ed economica dell'Iraq e al mantenimento della sicurezza.

Fin da prima dell'inizio della guerra, l'ipotesi di un'invasione dell'Iraq scatenò malumori in tutto il mondo, contrapponendo chi la riteneva necessaria e chi la considerava un crimine. Oltre all'opinione pubblica, le polemiche si svilupparono anche sul piano internazionale: in Europa, la Francia e la Germania si opposero fin dall'inizio all'intervento, mentre il Regno Unito offrì il suo supporto politico e militare. Dopo che la guerra contro l'Iraq di Saddam Hussein terminò, l'Italia dislocò i suoi reparti nel sud del Paese con base principale a Nāṣiriya, sotto la guida inglese. Questa partecipazione suscitò forti polemiche.

Delle battaglie sono proseguite a fasi alterne durante l'occupazione e anche dopo il ritiro statunitense nel 2011 fino a culminare nel 2014 in una nuova guerra civile in Iraq, che ha portato alla creazione dello Stato Islamico dell'Iraq e del Levante.

Quadro storico Anni ottanta e la prima guerra del Golfo Persico

Durante gli anni ottanta i rapporti fra l'Iraq di Saddam Hussein, gli Stati Uniti, i Paesi occidentali e le monarchie arabe della regione del Golfo Persico (Arabia Saudita, Kuwait, Giordania, Qatar, ecc.) furono sostanzialmente buoni per ragioni di realpolitik. Infatti, nonostante la sua brutalità e la sua contiguità politica con l'Unione Sovietica, il regime laico instaurato dal partito Ba'th era considerato un bastione contro l'espansione del regime islamico iraniano, con cui fu in guerra dal 1980 al 1988.

Durante la Guerra Iran-Iraq gli Stati Uniti e il blocco politico occidentale sostennero direttamente il regime di Saddam Hussein, fornendo informazioni geografiche e consiglio militare, e sottoscrivendo accordi commerciali riguardanti forniture militari di seconda scelta (comunque superiori alle tecnologie iraniane). Parallelamente, tuttavia, Washington perseguiva sottobanco una politica regionale tesa a logorare entrambe le potenze, nell'ottica di evitare sia la leadership fondamentalista iraniana, sia quella "socialista" e "panaraba" del partito Ba'th. Lo scandalo Iran-Contras fece emergere abbastanza chiaramente i fini ultimi della politica statunitense nel Vicino Oriente.

Nell'agosto 1990 l'invasione irachena del Kuwait spinse gli USA e i loro alleati a uno scontro frontale con l'Iraq. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dispose sanzioni economiche e più tardi autorizzò un intervento militare se gli iracheni non si fossero ritirati dal Kuwait entro il 17 gennaio 1991. L'Iraq ignorò l'ultimatum e al suo scadere un'ampia coalizione guidata dagli USA scacciò gli iracheni dal Kuwait (Prima guerra del Golfo Persico)Stefano Beltrame, La prima guerra del Golfo Persico. Perché non fu presa Baghdad. Dalla cronaca all'analisi di un conflitto ancora aperto, adnKronos Libri Roma, 2003.

Il presidente statunitense Bush si attenne al mandato ONU, evitando di rovesciare il regime di Saddam Hussein; questo anche per timore che un vuoto di potere portasse a una situazione ancora peggiore. Bush optò invece per una politica di contenimento, basata su: Smantellamento delle armi di distruzione di massa (Weapons of Mass Destruction, WMD: armi chimiche, biologiche e nucleari) irachene, affidato a squadre di ispettori dell'ONU; Pressione militare con la costruzione di basi USA nei Paesi vicini e l'imposizione delle cosiddette no-fly zone, che favorirono la formazione di un'entità curda semi-indipendente e furono causa di numerose scaramucce; Mantenimento delle sanzioni economiche per rendere impopolare il regime e ostacolarne il riarmo.

La successiva amministrazione Clinton si attenne a questa politica ma fu costretta a lievi modifiche in due occasioni: Nel 1996 le nefaste conseguenze delle sanzioni sui civili iracheni spinsero l'ONU a introdurre il programma Oil for Food, che permetteva all'Iraq di vendere una limitata quantità petrolio in cambio di generi di prima necessità; Nel 1998 Saddam Hussein bloccò le ispezioni ONU, accusando gli ispettori di spionaggio a favore degli USA.

L'amministrazione di George W. Bush e l'inizio della "guerra al terrorismo"

Verso la fine degli anni novanta diversi intellettuali e politici americani (soprattutto i Neocons) cominciarono a premere per un'invasione dell'Iraq.. New American Century. January 26, 1998. Indirizzata al presidente Clinton nel 1998. Fu fondato un istituto denominato progetto per un nuovo secolo americano. New American Century.. Molti di coloro che vi appartenevano erano vicini al Partito Repubblicano e la loro influenza crebbe enormemente con l'elezione (novembre 2000) del figlio dell'ex presidente Bush. Nella nuova Amministrazione entrarono diversi fautori dell'invasione, fra cui il vicepresidente Cheney, il Segretario alla Difesa Rumsfeld e lo stesso George Bush.

Inizialmente l'Iraq venne lasciato in disparte, forse perché la relativa debolezza politica del presidente non gli permetteva di ignorare le ragioni dei "realisti" (che temevano le conseguenze negative dell'invasione), rappresentati entro l'Amministrazione dal Segretario di Stato Colin Powell. Gli attentati dell'11 settembre 2001 gli permisero di uscire dall'impasse presentandosi come il presidente di una nazione già in guerra. Bush proclamò dapprima la cosiddetta guerra al terrorismo e poi enunciò la dottrina della guerra preventiva (dottrina Bush):. state.gov documents September 2002. del settembre 2002; cap. V gli USA non avrebbero atteso gli attacchi nemici, ma avrebbero usato la propria potenza militare per prevenirli, secondo una nuova dottrina militare, detta Dottrina Wolfowitz.

È stato riferito dall'ex direttore dell'antiterrorismo degli Stati Uniti Richard Clarkes. Transcripts from CBS News. 19 marzo 2004. e dall'ex ambasciatore britannico a Washington Cristopher Meyer. David Rose. Guardian. Politics. 4 April 2004 che Bush pensasse subito all'Iraq, cambiando però idea quando si rese conto che gli attentati erano stati compiuti dal gruppo terrorista al-Qāʿida, capeggiato dal saudita Osāma bin Lāden. Bin Lāden e i suoi avevano base in Afghanistan dove erano appoggiati dai Talebani, fazione che controllava gran parte del Paese. Poiché questi rifiutarono di consegnare bin Lāden, gli USA si allearono con i loro nemici interni e li rovesciarono, installando a Kabul un governo filo-occidentale (dicembre 2001); bin Lāden riuscì a fuggire.

Nonostante la campagna afghana non fosse conclusa, l'amministrazione Bush spostò rapidamente la propria attenzione ad altri Stati che riteneva pericolosi per la sicurezza statunitense: nel discorso sullo stato dell'Unione del gennaio 2002 Bush parlò del cosiddetto asse del male formato da stati canaglia quali Iran, Iraq e Corea del Nord, cui occorreva contrapporsi. Nella pratica, gli sforzi dell'amministrazione si indirizzarono soprattutto contro l'Iraq.

Il dibattito sulla guerra (gennaio 2002 - marzo 2003)

Gli argomenti delle due parti Le ragioni dei sostenitori

I sostenitori della guerra addussero diverse motivazioni a suo favore: La probabile ricostituzione dell'arsenale iracheno di armi di distruzione di massa; nell'ottobre 2002 una statunitense dedicata all'argomento dichiarava che: «L'Iraq ha proseguito i suoi programmi nel campo delle armi di distruzione di massa, disobbedendo alle risoluzioni dell'ONU ed alle restrizioni che esse impongono. Baghdad possiede armi chimiche e biologiche ed anche missili di gittata superiore a quella permessa dalle restrizioni imposte dall'ONU; in assenza di ulteriori restrizioni, è probabile che giunga a possedere armi nucleari entro la fine di questo decennio» favorita dall'assenza di ispezioni e dall'allentamento delle sanzioni. Per esempio, nel settembre 2002 Bush dichiarò che l'Iraq voleva produrre armi di distruzione di massa in grado di mettere in pericolo la sicurezza dell'intero Occidente. Questo genere di argomenti venne rinforzato da numerose voci riguardo ai programmi di riarmo iracheno (soprattutto con lo scoppio del caso Nigergate, che ventilava un traffico di materiali nucleari tra il Niger e l'Iraq, poi rivelatosi del tutto infondato). I contatti fra l'Iraq e vari gruppi terroristici, indice di una possibile collaborazione (l'Iraq avrebbe potuto fornire armi atomiche da impiegare in un attentato). Il vicepresidente Cheney sostenne che esistevano legami fra al-Qāʿida e l'Iraq; Bush non fu mai così esplicito, ma fece diversi riferimenti impliciti a questa possibilità. Il prestigio internazionale degli Stati Uniti presso i governi sarebbe uscito rafforzato, spingendo molti paesi ad allinearsi con Washington e migliorando la situazione politica internazionale; L'abbattimento e la sostituzione del regime iracheno con un governo democratico avrebbe migliorato l'immagine degli USA in Vicino Oriente, fornendo un esempio da imitare alle popolazioni della regione, generalmente governate in modo autocratico; Le sistematiche violazioni dei diritti umani e i numerosi crimini di cui il regime iracheno era responsabile, fra cui le due guerre da esso provocate (Guerra Iran-Iraq e Guerra del Golfo) e le atrocità nei confronti della popolazione curdaA partire dagli anni novanta l'imposizione delle no-fly zones aveva però fortemente ridotto la repressione di Saddam Hussein nei confronti dei Curdi, tanto che le aree da essi abitate erano de facto indipendenti dal governo centrale. e della popolazione irachena in generale.