I conti Guidi furono una delle maggiori casate dell'Italia centrale nel corso del Medioevo. Conosciuti come Conti palatini di Toscana, dominarono su gran parte della Toscana, Romagna ed Emilia. Grazie alla loro importanza, ambirono a formare una dinastia regnante stabile in Toscana (favoriti in questo anche dalla protezione di Matilde di Toscana).
I castelli principali furono quelli di Poppi, Romena, Porciano nel Casentino in Toscana, di Modigliana nella valle del Marzeno, di Bagno e Montegranelli nella valle del Savio e di Dovadola nella valle del Montone in Romagna.
L'origine della famiglia Secondo la tradizione, ritenuta vera sia da Giovanni Villani che da Scipione Ammirato, la famiglia dei conti Guidi sarebbe arrivata in Italia dalla Germania con Teudelgrimo, cavaliere al seguito dell'imperatore Ottone I, se non addirittura nipote. Scrive infatti Villani: «Si dice che anticamente furono d'Alamagna grandi baroni i quali passarono con Otto primo imperadore il quale diede loro il contado di Modigliana in Romagna e di là rimasono»Giovanni Villani, Cronica di Giovanni Villani a miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna, ed. Firenze, 1823, Tomo I, pag. 254. In realtà, sebbene sia vero che il capostipite della casata sia stato Tegrimo o Teudegrimo, non è possibile che sia arrivato in Italia nel 951 con Ottone I e tanto meno che sia stato l'imperatore a farlo conte di Modigliana.
Infatti, da vari documenti, risulta che Tegrimo I fosse conte palatino di Toscana e risiedesse a Pistoia, dove tuttora è sepolto uno dei suoi figli, già nel 924 cioè quasi 30 anni prima della calata di Ottone I in Italia. E proprio nel 924 Tegrimo I si recò in visita al castello di Modigliana di cui era signora la ravennate contessa Ingeldrada, figlia del duca Martino, che poi sposò divenendo così, per matrimonio e non per concessione imperiale, anche conte di ModiglianaEmanuele Repetti, Modigliana in Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana, Firenze, 1839, vol. III, p. 227.. Certo è che la coppia ebbe due figli: Ranieri e Guido.
Ranieri e Guido, in un atto rogato in Pistoia il 2 ottobre 942, donarono alcuni beni che possedevano nel contado pistoiese per suffragare le anime dei loro genitori defunti. Nulla si sa di chi Ranieri, detto il "Diacono", sposasse e se e quali eredi ebbe ma, al contrario, un instrumentum del 940 fa menzione della contessa Gervisa, moglie dell'altro fratello Conte Guido I.
È noto, in ogni caso, che il Diacono fu citato a comparire il 7 aprile del 967 in Classe, presso Ravenna, davanti all'Imperatore Ottone I ed al papa Giovanni XIII per avere arrestato e maltrattato l'arcivescovo di Ravenna Pietro e per averne saccheggiato l'episcopio; ma il Diacono Ranieri, anziché comparire a difendersi, si lasciò condannare in contumacia.
Interessante dunque è notare che la sentenza del 967 di Ottone I contro Ranieri, figlio del Conte Teudegrimo di Modigliana, coincide appunto con l'anno in cui la tradizione vuole che i Conti Guidi siano scesi in Italia con Ottone I e da lui abbiano ricevuto Modigliana in feudo.
Guido II e Teudegrimo II
Se del Diacono Ranieri non si conoscono discendenti diretti, rimane comunque traccia di quelli del fratello minore Guido. In una carta dell'8 giugno 992 scritta nel castello di Modigliana appare che la contessa Willa o Guilla figlia del marchese (non si sa di quale circoscrizione) Ubaldo, figlio a sua volta del marchese di Spoleto e marchese di Camerino Bonifacio II della dinastia degli Hucpoldingi, essendo rimasta vedova del conte Tegrimo II figlio del conte Guido I, insieme con suo figlio Guido II, offrirono in suffragio delle anime del consorte, per lei, e del padre, per lui, alla Badia di San Fedele a Strumi nel territorio di Poppi, fondata dal conte Tegrimo II, le ville di Larniano, di Loscove e di Quorle nel Casentino.
Per altro, con una nuova scrittura del 13 novembre 1017 fatta in Porciano, lo stesso Conte Guido II donò alla Badia di Strumi altri beni in suffragio dell'anima sua e della contessa Emilia sua consorte. La qual contessa Emilia si rammenta defunta nel 1029, allorché con strumento del marzo di detto anno lo stesso Conte Guido II, per rimedio delle anime dei suoi genitori e di sua moglie Emilia, conferì alla Badia di Strumi tutte le decime delle sue corti di Porciano, di Vado, di Cetica, e di Larniano nel Casentino, a condizione che l'abate di quel monastero dovesse distribuire ogni giorno una refezione a dodici pellegrini.
Guido III, Teudegrimo III e Guido IV
Figli del conte Guido II furono i conti Teudegrimo III e Guido III che nell'aprile del 1034, stando in Pistoia, donarono alla cattedrale per suffragare l'anima del defunto loro genitore il conte Guido II dieci poderi posti nei distretti di Montale, di Tizzana e sul Vincio dell'Ombrone pistoiese. Né meno importante è la notizia che fornisce un altro strumento del 23 maggio 1043 scritto nel Castello di Vincio sull'Ombrone, ovvero che la moglie di Guido III faceva di nome Adeletta ed era figlia di un Ildebrando. In quell'anno suo marito si era ammalato e, essendo in fin di vita nel suo castello di Vincio, destinò molti beni alla cattedrale di Pistoia.
Un atto notarile dell'anno 1100 indica come uno dei figli di Teudegrimo III il conte Alberto, a sua volta padre di un conte Guido. In una delle carte del Monastero di Rosano, che porta l'indicazione del 10 settembre Indizione VIII, ma che potrebbe riferirsi al 1055 o al 1070, quando era badessa di donna Berta, sono nominati il conte Guido IV e suo figlio Guido V.
Guido IV
Il conte Guido IV sposò una Ermellina figlia del primo matrimonio del conte Alberto di Mangona detto anche "marchese" per le seconde nozze contratte con la marchesa Sofia vedova di Arrigo I dei Bourbon del Monte Santa Maria. Guido ed Ermellina ebbero tre figli cioè Teudegrimo, Guido o Guido Guerra I, e Ruggieri morto però fanciullo come indicato da una pergamena del luglio 1097, scritta nel Castello del Monte di Croce, con la quale il conte Guido V, rifacendosi all'editto del re Liutprando, dette la libertà ad un servo per suffragare l'anima del figlio defunto. Tra il 1086 ed il 1099 era mancata in vita anche la contessa Ermellina perché con un atto del novembre del 1094, e di nuovo in uno del 21 gennaio 1096, il marito suffragava per l'anima della defunta contessa Ermellina con offrire dei beni alla Badia di Strumi.
Guido IV e il figlio Guido, detto "Guerra", frequentavano regolarmente la corte di Matilde di Canossa. Guido IV, nell'aprile del 1085 e il 16 dicembre 1098, si trovava in Pistoia con la Grancontessa e nel luglio del 1099 insieme al figlio Guido Guerra che il 12 ottobre dello stesso anno, ma a Brescello lo si trova indicato come marchese. Secondo alcune interpretazioni il titolo di marchese nasceva dal fatto che la grancontessa Matilde lo avesse adottato o gli avesse fatto da madrina al battesimo. Ma una lettura diversa spiegherebbe il titolo di marchese per Guido Guerra in virtù del fatto che, apparentemente, era l'unico erede, Tegrimo era morto proprio nel 1099, della marchesa Sofia sua nonna. Interessante un documento del novembre del 1100 redatto a Pistoia che fa menzione di un viaggio al Santo Sepolcro di Guido V nel marzo dello stesso anno. Il conte Guido IV morì nel 1103 lasciando Guido Guerra suo unico erede.
La dinastia dei Guido Guerra
Vuole la leggenda, riportata anche da Boccaccio, che i Conti Guidi regnassero su Ravenna ma fossero così crudeli tiranni che, a seguito di una sollevazione popolare, vennero tutti sterminati dai rivoltosi eccetto un figlioletto, Guido, che si trovava a balia nel castello di Modigliana. Sempre la favola vuole che questo Guido fosse poi conosciuto come Guido Besangue, o Beisangue o Bevisangue perché avesse l'abitudine di leccare la sua spada ogni volta che la usava per uccidere qualcuno. Uno dei suoi nipoti, scrive Boccaccio, "Guido Guerra ebbe nome; il soprannome di questo Guido si crede venisse da un desiderio innato d'arme, il quale si dice che era in lui d'essere sempre in opere di guerra"Giovanni Boccaccio, Il comento di Giovanni Boccacci sopra La Commedia con le annotazioni di Antonio Maria Salvini, a cura di Gaetano Milanesi, Firenze, Le Monnier, 1863, Vol. II, pag. 438. Ma qui finisce la leggenda evidentemente costruita su episodi temporalmente diversi, e romanzati, della storia dei Guidi.
Da una pergamena del 31 gennaio 1104 relativa a un'altra donazione all'abbazia di Vallombrosa si evince che Guido Guerra era sposato alla contessa Imilia, figlia di Rainaldo detto Sinbaldo. Tre mesi dopo Guido Guerra era tornato in Lombardia, dove il 24 aprile risultò fra i testimoni di un atto della "Grancontessa" Matilde di Canossa in favore della Badia di Polirone. Il nome di Imilia invece ricompare nel febbraio del 1116 nella pieve di San Detole dove, con il marito, ratificò una donazione in favore della Badia di San Benedetto in Alpe. E la contessa Imilia si trovava insieme al suo consorte nel dicembre del 1119 nel loro palazzo di Pistoia quando assegnarono terreni e abitazioni a quelli del piviere di Empoli che si fossero recati a fabbricare case per abitarle in Empoli nuova. Imilia, dopo aver dato al conte un figlio che prese il nome di Guido Guerra II, attorno al 1131 era rimasta vedova come dichiara una pergamena del mese di gennaio di quell'anno ed era sempre viva il 3 maggio 1133 quando il conte Guido Guerra II, su suo consiglio, vendé per lire cento all'abate di San Pietro a Roti in Val d'Ambra il diritto di utilizzare le acque dell'Ambra per un nuovo molino. Il nome di Imilia si ripresenta anche nel luglio 1146 quando, con il figlio, rinunciò ai diritti sul Castello di Moggiona in favore dell'Ordine dei Camaldolensi.
Il conte Guido Guerra II è lo stesso Conte Guido menzionato dallo storico Ottone di Frisinga quando nell'anno 1144 scriveva che i senesi si erano alleati con un Conte Guido che il cronachista qualifica come il più potente signore della Toscana. Non a sproposito visto che fu lui che nel giugno del 1147 sconfisse con i suoi soldati e quelli dei suoi alleati un'armata inviata dai fiorentini per conquistare il suo Castello di Monte di Croce. Che l'alleato dei senesi fosse lui è inoltre dimostrato da una sua cospicua donazione alla Signoria di Siena di varie parcelle signoriali avvenuta nel 1167, che venne poi confermata il 27 aprile 1167 nel Castello di San Quirico dall'arcivescovo di Colonia Rainaldo, come arcicancelliere d'Italia in nome dell'Imperatore Federico I. Suo figlio fu il conte Guido Guerra III, residente in Pistoia. Alla morte del padre, nel 1186, l'abate di Marturi (Abbazia di San Michele Arcangelo a Marturi presso Poggibonsi) presentò querela alla curia imperiale residente in San Miniato contro di lui in quanto quei beni donati dal padre al Comune di Siena erano stati ritolti da Guido Guerra II proprio al Monastero di Marturi. Il conte, nello stesso anno, fu condannato a restituire tutti i beni sottratti al monastero e a pagare le spese giudiziarie.
A parte questo episodio Guido Guerra III fu, per l'epoca, il più potente signore della Toscana e l'apice della parabola signoriale dei conti Guidi. Nel 1185 era alla corte dell'imperatore Federico I Barbarossa nel suo passaggio per Firenze e lo persuase a togliere alla città la giurisdizione del suo contado ovvero a liberare i suoi possedimenti dai tributi dovuti a Firenze. Successivamente l'imperatore Enrico VI, in un diploma dato in Napoli il 25 maggio 1191, si appellava a Guido Guerra III come "suo diletto Principe Guido" che qualificava come Palatino e Conte di tutta la Toscana. Il diploma, inoltre, conferiva a lui e ai suoi successori giurisdizione e possesso su circa 200 tra ville e castelli della Romagna e della Toscana col diritto di bando, di placito, di teloneo, distretto, ripatico, mercati, mulini, corsi d'acqua, paludi, pesche, cacce, miniere, cave conferendogli anche diritti sui monti e le valli che, propriamente, spettavano solo all'impero.