Militare nel Regio Esercito e nella Repubblica sociale italiana Nato a Perugia da una famiglia con trascorsi garibaldini, frequentò l'università sino a quando, nel corso della seconda guerra mondiale, si arruolò volontario nel Regio Esercito. Nel 1941 fu destinato al fronte jugoslavo, precisamente in Croazia, con il grado di sottotenente presso la 537ª Compagnia Mitraglieri, venendo decorato con una croce di guerra e un encomio solenneSi veda Liliana Peirano, Il male assoluto, Mondovì, RA. RA. Edizioni, 2005, p.259 e Marco Ruzzi, Garibaldini in Val Varaita 1943-1945. Tra valori e contraddizioni, Cuneo, ANPI Verzuolo - Istituto Storico della Resistenza e della Società contemporanea in Provincia di Cuneo, 1997, p. 49n.. Tornato a casa in licenza, era ricoverato all'ospedale militare di Perugia per malaria quando il 9 luglio 1943 iniziò l'invasione della Sicilia. L'11 luglio, avendo saputo che il proprio reparto era al fronte, pur ancora ammalato, ottenne di essere dimesso per poterlo raggiungereLiliana Peirano, op. cit., pag. 260. L'autrice sottolinea che sul diario clinico di Adami fu riportato: Esce contro il parere del medico, volendo raggiungere la propria Unità nel momento del pericolo..

Dopo l'8 settembre 1943 rientrò a Perugia e decise di aderire alla Repubblica Sociale Italiana. Seguì quindi l'addestramento a Münsingen della 4ª Divisione alpina "Monterosa", la divisione inviata in Germania per sei mesi per essere addestrata da istruttori tedeschi ed essere armata con materiale della Wehrmacht. Rientrò in Italia inquadrato nel Battaglione Vestone di questa divisione. Fu assegnato al fronte della Garfagnana, ottenendo una medaglia d'argento al valor militare, decorazione non riconosciuta dalla Repubblica italiana, e una Croce di Ferro tedesca di II classeLiliana Peirano, op. cit., p. 261. In seguito fu trasferito in Liguria a Torriglia a presidio delle colline genovesi, dove operò in azioni antipartigiane, come nello scontro del 23 ottobre sulle rive del Trebbia. In questa circostanza il tenente Adami vietòSi veda, Franco Gimelli e Paolo Battifora (a cura di), Dizionario della Resistenza in Liguria, Genova, De Ferrari, 2008, p. 71 e Antonio Testa, Partigiani in Val Trebbia, Genova, Stampa AGA, p. 15. Quest'ultimo sottolinea: Comandante del pattuglione appostato di là dal fiume, [Adriano Adami] diede prova di una di quelle prodezze cui indulgevano spesso i fascisti più tristemente noti. A combattimento ormai terminato si recò sul luogo dello scontro e pestò con gli scarponi chiodati la testa dei partigiani caduti, vantandosene poi con i suoi soldati e con la gente del paese che ascoltava esterrefatta. al parroco di Loco di comporre le salme di quattro partigiani caduti in combattimento.

A Torriglia, in seguito alla defezione di due compagnie passate con i partigiani del cattolico Aldo Gastaldi detto "Bisagno", il battaglione Vestone del maggiore Paroldo, già sotto organico, si sciolse. Adami si rifiutò di cambiare schieramento e il 4 novembre 1944, insieme con altri ufficiali e circa 120 alpini, raggiunse Genova per dare l'allarmeMario Bocchio, La guerra civile in Piemonte 1943-1945, vol I, Alla ricerca della verità, Collegno, Roberto Chiaramonte editore, 2003, p. 170.

L'attività antipartigiana in Val Varaita Adami arrivò in Piemonte in seguito al trasferimento della 4ª Divisione alpina "Monterosa" per assicurare le retrovie; il 16 novembre 1944 fu assegnato a questo compito di presidio in Val Varaita, alle dipendenze dirette del maggiore Mario Molinari, comandante del battaglione Bassano. Alla testa di un'unità esigua e ben equipaggiata, si occupava di un ampio territorio del cuneese comprendente i comuni di Sampeyre, Pontechianale, Costigliole Saluzzo, Brossasco, Venasca e Casteldelfino, dove ebbe anche la sua sede. Il suo compito era perlustrare ed assicurare le retrovie, sbarrando le azioni dei partigiani locali che si spingevano fin nei centri abitati. La sua attività consisteva nel cercare principalmente di catturare i capi partigianiMarco Ruzzi, op. cit., p. 49 e p. 154; Liliana Peirano, op. cit., p. 314 attraverso azioni di controbanda: in pratica, soprattutto all'inizio quando ancora non era un viso noto a partigiani e civili, Adami smetteva la divisa ed indossava panni borghesi per cogliere impreparati i partigiani medesimisi veda Marco Ruzzi, op. cit., pp. 49-50. La tecnica risultava remunerativa, in quanto non procurava quasi vittime agli attaccanti ma, in compenso, teneva costantemente i partigiani sotto tensione, costretti com'erano a moltiplicare i servizi di guardia e a cambiare spesso le loro posizioni, tanto che furono anche obbligati ad abbandonare temporaneamente la Val VaraitaSi veda Giorgio Bocca, Storia dell'Italia partigiana, Milano, Oscar Mondadori, 1995, pp. 370-371. Sempre Bocca, all'epoca partigiano in Val Grana e poi in Val Maira, definisce Adami "un ufficiale tanto feroce quanto abile e coraggioso" (op. cit., p. 370)..

Le operazioni che coinvolsero Adami iniziarono tra il 18 e il 20 novembre 1944 e si caratterizzarono per un tasso di violenza molto alto sia nei confronti dei partigiani presi prigionieri sia dei civili considerati complici della Resistenza e dei renitenti alla leva. Le azioni di Adami consistettero in numerosi assalti ad automezzi e cariaggi, attività di sminamento dei ponti, rastrellamenti nei territori delle valli Maira e VaraitaPer una ricostruzione delle prime azioni della "banda" Adami contro la Resistenza fino a dicembre 1944, si veda Marco Ruzzi, op. cit., pp. 49-58. Per le operazioni nel marzo-aprile 1945, prima dello sbandamento finale delle truppe fasciste, si veda sempre Marco Ruzzi, op. cit., pp. 75-82. Ruzzi afferma anche che "L’impianto antipartigiano dell'Adami è efficace, ma il metodo è spregiudicato perché egli non distingue tra partigiani e civili, fra prigionieri e ostaggi e non rispetta nessuno: tutti i "non fascisti" sono nemici, compresi alcuni suoi sottoposti, arrestati per sospetta collusione con la Resistenza" (op. cit., p. 154)..

A fine febbraio 1945, durante un rastrellamento nella media Val Varaita, Adami catturò il partigiano Enrico Rovera (Monfrin), che fu ferito gravemente. Portato all'ospedale di Saluzzo e già condannato alla fucilazione, Rovera il giorno seguente fu liberato da altri partigiani che nell'azione presero prigioniero l'alpino di guardia Mario Zaborra che fu successivamente fucilatoSul caso specifico, le versioni non sono coincidenti: cfr. C. Bertolotti, Storia del Battaglione Bassano. Divisione Monterosa. RSI 1943-45, ed. Lo Scarabeo 2007, e M. Ruzzi, op. cit., p. 64..

L'eccidio di Valmala Tra le azioni condotte dalla "banda" Adami, la più grave fu quella nota come "eccidio di Valmala", in bassa Val Varaita. Il 5 marzo 1945, 44 uomini tra truppe ed ufficiali, comandati dal tenente Cavalli (poiché l'Adami, malato, era in attesa a Venasca), si diressero nella zona di Melle-Venasca per svolgere un rastrellamento lungo lo spartiacque tra Val Varaita e Val Maira. La notte fra il 5 e il 6 marzo la "banda Pavan", dopo avere preso degli ostaggi civili e depredato le case nella borgata Chiot, puntò, dietro suggerimento di un informatore, sul vicino Santuario di Valmala, dove si trovava la sede del distaccamento partigiano “Bottazzi” (181ª Brigata Garibaldi) composto da 17 uomini, molti dei quali ancora giovanissimi. I partigiani del Bottazzi sapevano del rastrellamento in corso ma, pensando erroneamente che gli alpini fossero diretti verso l'area di Lemma, furono colti di sorpresa. Nel breve scontro a fuoco che ne derivò caddero sei uomini, di cui uno freddato dopo essersi arreso, mentre due riuscirono a fuggire. Gli altri furono presi prigionieri e picchiati con estrema violenza.Tra questi c’erano tre feriti, che vennero uccisi poco dopo con un colpo alla testa sul piazzale della chiesa. Gli altri superstiti stavano per essere fucilati, quando il sorvolo di aerei alleati consigliò agli alpini della Monterosa di sospendere l'esecuzione. I partigiani caduti furono in tutto nove; con la loro morte venne azzerato l’intero comando della brigata garibaldina. Per garantirsi la ritirata ed evitare imboscate, la "banda" di Adami, che era rimasto a Venasca a causa di un'indisposizione, ritornò a Casteldelfino con il loro comandante, legando sul tetto del camion uno dei partigianiPer la ricostruzione dei fatti, si veda Marco Ruzzi, op. cit., pp. 66-69. Cfr. anche Andrea Garassino, Si commemora l’uccisione di 9 partigiani a Valmala, «La Stampa - Cuneo», edizione on-line del 7 marzo 2019..

La vicenda di Valmala ebbe altri strascichi in cui, direttamente o indirettamente, fu coinvolto Adami. Il 7 marzo Pavan raggiunse con alcuni uomini l'eremo di Busca: il guardiano del fabbricato, Lorenzo Giraudo, fu interrogato circa la presenza dei partigiani; picchiato e minacciato di morte, fu obbligato a scavarsi la fossa, ma riuscì a fuggire e a salvarsi. Il 9 marzo, le brigate nere, assieme ad alcuni tedeschi, minacciarono e maltrattarono il parroco di Lemma, don Francesco Demarchi, colpevole di avere celebrato il funerale dei partigiani caduti; i figli del mezzadro del parroco vennero condotti a forza in cimitero per dissotterrare i caduti al fine di accertarsi dell'avvenuta inumazione. Pochi giorni dopo, Adami e la sua squadra rastrellarono la zona intorno a Rossana e Brossasco, interrompendo le funzioni religiose e accanendosi contro il parrocoMarco Ruzzi, op. cit., p. 74.

In risposta alle azioni di Adami, il nuovo comando della 181ª Brigata Garibaldi organizzò, il 28 marzo, un attacco al presidio fascista di Sampeyre, causando la morte di tre militari e il ferimento di altri quattro. Adami, per rappresaglia, minacciò di fucilare prima dodici, poi quattro ostaggi presi a caso tra la popolazione civile. Il parroco di Sampeyre, don Antonio Salomone, e don Michele Lerda di Revello riuscirono ad impedire l’eccidio, intercedendo il primo presso il comandante del presidio colonnello Armando Farinacci, il secondo presso il comando tedesco che aveva sede a SaluzzoMarco Ruzzi, op. cit., pp. 78-79. Cfr. anche Don Antonio Salomone, Ricordi dell’emergenza 1943/45 a Sampeyre, Busca, 1981, pp. 65-67..

La cattura e il processo Dopo la metà dell'aprile 1945, di fronte all'imminente crisi generale dell'impianto nazifascista, il battaglione Bassano era in attesa di rendere esecutivo l'ordine di ripiegamento ma, agendo d'iniziativa personale, il 26, il comandante maggiore Molinari si accordò e si arrese ai partigiani a Casteldelfino. Il tenente Adami, avvertito preventivamente delle intenzioni del maggiore Molinari, rifiutò la resa e decise di fuggire verso la Valle Po con alcuni compagni: un altro ufficiale, Osvaldo Grechi, un sottufficiale, Mario Frison, l'ausiliaria Marcella Catrani (compagna di Adami), i sergenti Giuseppe Zecca, Guglielmo Lanza e Giorgio GeminianiLiliana Peirano, op. cit., p. 320. Sui nomi dei sette fuggitivi e, in seguito, catturati a Crissolo non c’è accordo completo tra le fonti; in particolare, sull’identità della donna del gruppo: secondo alcuni, non sarebbe Marcella Catrani, ma un'altra ausiliaria, Elena Fasanella. Cfr. Giampaolo Pansa, Il sangue dei vinti, Milano, Sperling & Kupfer, 2003, p. 123.. Rifugiatosi in una baita a Crissolo, da dove intendeva dirigersi verso Montoso per scendere in Val Pellice e arrendersi agli americani, Adami e i suoi vennero presi la mattina del 29 aprile, dopo una breve sparatoria, da una squadra di partigiani della 15ª Brigata Saluzzo (11ª Divisione Garibaldi). La squadra partigiana era composta da Antonio Biglia (Remo), vice comandante della 15ª Saluzzo, Giacomo Rey (Diavolo Rosso), comandante di distaccamento, Rolf Ortuer (Tigre), tedesco passato nelle file dei partigianiSi veda Marco Ruzzi, op. cit., pp. 87-89; in particolare p. 88n. Liliana Peirano, op.cit., pp. 305-306..