I Quaderni del carcere sono la raccolta degli appunti, dei testi e delle note che Antonio Gramsci iniziò a scrivere dall'8 febbraio 1929, durante la sua prigionia nelle carceri fasciste.
I Quaderni - recuperati dopo la morte di Gramsci e portati a Mosca - furono pubblicati dall'Editore Giulio Einaudi, organizzati e rivisti da Felice Platone sotto la guida di Palmiro Togliatti, in una prima edizione tra il 1948 e il 1951. Presentati originariamente secondo un ordine tematico, i Quaderni ottennero un enorme impatto nel mondo della politica, della cultura, della filosofia e delle altre scienze sociali dell'Italia del Dopoguerra, permettendo al Partito Comunista di avviare un'egemonia culturale nel mondo intellettuale dell'epoca. Solo nel 1975 uscì un'edizione critica con un'accurata ricostruzione cronologica e filologica, curata da Valentino Gerratana.
Le condizioni in cui nacquero portarono l'autore ad approfondire riflessioni in completa solitudine, dando così vita a scritti che proprio da questo carattere di autonomia da un dibattito pubblico vedono nascere le maggiori ragioni di interesse. Da una parte Gramsci considerava quegli scritti quasi "esercizi" contro l'inaridimento causato dalla vita carceraria, dall'altra era cosciente della possibilità di teorizzare libero da questioni politiche contingenti, quindi "per l'eternità". Le condizioni precarie, anche per motivi di salute, nelle quali vengono scritti, rendono comunque parzialmente approssimativo o comunque non definitivo il loro contenuto agli occhi dello stesso autore.
Tematiche dei Quaderni I temi trattati di maggior rilevanza possono essere così riassunti: l'egemonia, nella sua accezione più vasta, considerata l'arma che permette a una classe di mantenere il controllo sociale di un Paese; il ruolo degli intellettuali, che devono contribuire a creare le condizioni perché tale egemonia passi al proletariato; considerazioni sulla filosofia crociana, considerata condivisibile per l'impianto storicistico, ma da ribaltare nella priorità della sfera ideale su quella materiale; l'analisi dell'esperienza risorgimentale, considerata una rivoluzione mancata, a causa delle contraddizioni presenti nelle classi egemoniche nell'affrontare e gestire il cambiamento strutturale del Paese; lo studio del folklore, inteso come espressione della visione del mondo delle classi dominate, dotate di loro capacità di resistenza critica e rivoluzionaria nei confronti dei valori borghesi; la questione meridionale, ovvero il problema principale dell'organizzazione del proletariato, con la necessità di creare una coscienza di classe rivoluzionaria per le masse di contadini del sud; considerazioni sulla critica letteraria e artistica, con la distinzione tra valutazione estetica e sociologica-politica, e un tentativo di mediazione tra le due.
Il problema dell'egemonia Nelle analisi - siano esse di tipo politico, sociale, storico, filosofico, letterario e genericamente culturale - condotte da Gramsci nei Quaderni, il tema dell'egemonia è costantemente presente: in che modo una classe sociale pervenga a egemonizzare le altre, quali forme essa assuma, quali strumenti adotti e quali siano i suoi limiti eventuali, come essa si mantenga. In particolare, poi, è presente il problema del processo che dovrebbe portare il proletariato italiano ad assumere l'egemonia, essere cioè la guida politica e il riferimento ideologico di tutta la Nazione.
Ne La questione meridionale Gramsci aveva scritto che «il proletariato può diventare classe dirigente e dominante nella misura in cui riesce a creare un sistema di alleanze di classe che gli permetta di mobilitare contro il capitalismo e lo Stato borghese la maggioranza della popolazione lavoratrice».A. Gramsci, Alcuni temi della quistione meridionale. La conquista di tale maggioranza comporta che le forze sociali, che di tale maggioranza sono espressione, dirigono la politica di quel determinato paese e dominano le forze sociali che a tale politica si oppongono. Comprendere come nella storia di ciascun paese si è raggiunta l'egemonia significa comprendere lo sviluppo della società di quel determinato paese e individuare le forze sociali che in essa agiscono.
La distinzione fra direzione – egemonia intellettuale e morale – e dominio – esercizio della forza repressiva - è così indicata da Gramsci: «La supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come dominio e come direzione intellettuale e morale. Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende a liquidare o a sottomettere anche con la forza armata, ed è dirigente dei gruppi affini e alleati. Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere ed anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare ad essere anche dirigente»..
Come si conquista l'egemonia, così essa può essere perduta: la crisi dell'egemonia si manifesta quando, anche mantenendo il proprio dominio, le classi sociali politicamente dominanti non riescono più a essere dirigenti di tutte quante le classi sociali, ossia non riescono a risolvere i problemi di tutta la collettività e a imporre a tutta la società la propria complessiva concezione del mondo. A quel punto, la classe sociale fino ad allora subalterna, se riesce a indicare concrete soluzioni ai problemi lasciati irrisolti dalla classe dominante, diventa dirigente e, allargando la propria concezione del mondo anche ad altri strati sociali, crea un nuovo «blocco sociale» - una nuova alleanza di forze sociali - divenendo così egemone. Un tale cambiamento di esercizio dell'egemonia è un momento rivoluzionario che inizialmente, secondo Gramsci, avviene a livello della sovrastruttura - intesa in senso marxiano, cioè politico, culturale, ideale, morale - ma poi trapassa nella società nel suo complesso, investendo anche la struttura economica, dunque investendo tutto il «blocco storico», termine che in Gramsci indica l'insieme della struttura e della superstruttura, ossia i rapporti sociali di produzione e i loro riflessi ideologici.
L'egemonia nella storia italiana Analizzando la storia italiana e il Risorgimento in particolare, Gramsci rileva che l'azione della borghesia avrebbe potuto assumere un carattere rivoluzionario se avesse acquisito l'appoggio di vaste masse popolari, in particolare dei contadini, che costituivano la maggioranza della popolazione. Il limite della rivoluzione borghese in Italia consistette nel non essere capeggiata da un partito giacobino, come in Francia, dove le campagne, appoggiando la Rivoluzione, furono decisive per la sconfitta delle forze della reazione aristocratica.
Il partito politico italiano più avanzato, negli anni del Risorgimento, fu il Partito d'Azione, il partito di Mazzini e Garibaldi, che non ebbe però la capacità di impostare il problema dell'alleanza delle forze borghesi progressive con la classe contadina: Garibaldi in Sicilia distribuì le terre demaniali ai contadini, ma «i movimenti di insurrezione dei contadini contro i baroni furono spietatamente schiacciati e fu creata la Guardia nazionale anticontadina».
Per riportare la vittoria nella lotta per la conquista dell'egemonia contro i moderati guidati da Cavour, il Partito d'Azione avrebbe dovuto «legarsi alle masse rurali, specialmente meridionali, essere giacobino non solo per la forma esterna, di temperamento, ma specialmente per il contenuto economico-sociale: il collegamento delle diverse classi rurali che si realizzava in un blocco reazionario attraverso i diversi ceti intellettuali legettimisti-clericali poteva essere dissolto per addivenire ad una nuova formazione liberale-nazionale solo se si faceva forza in due direzioni: sui contadini di base, accettandone le rivendicazione di base [ ... ] e sugli intellettuali degli strati medi e inferiori»..
Al contrario, i cavourriani seppero mettersi alla testa della rivoluzione borghese, assorbendo tanto i radicali che una parte dei loro stessi avversari. Questo avvenne perché i moderati cavourriani ebbero un rapporto organico con i loro intellettuali che erano, come i loro politici, proprietari terrieri e dirigenti industriali. Le masse popolari restarono passive nel raggiunto compromesso fra i capitalisti del Nord e i latifondisti del Sud.
La funzione del Piemonte nel processo risorgimentale fu quella di classe dirigente; pur esistendo in Italia nuclei di classe dirigente favorevoli all'unificazione, «questi nuclei non volevano dirigere nessuno, cioè non volevano accordare i loro interessi e aspirazioni con gli interessi e aspirazioni di altri gruppi. Volevano dominare, non dirigere e ancora: volevano che dominassero i loro interessi, non le loro persone, cioè volevano che una forza nuova, indipendente da ogni compromesso e condizione, divenisse arbitra della Nazione: questa forza fu il Piemonte e quindi la funzione della monarchia», che ebbe una funzione paragonabile a quella di un partito, «del personale dirigente di un gruppo sociale (e si parlò infatti di partito piemontese) [ ... ]»
«Questo fatto è della massima importanza per il concetto di rivoluzione passiva, che cioè non un gruppo sociale sia il dirigente di altri gruppi, ma che uno Stato, sia pure limitato come potenza, sia il dirigente del gruppo che esso dovrebbe essere dirigente e possa porre a disposizione di questo un esercito e una forza politica-diplomatica [ ... ] L'importante è approfondire il significato che ha una funzione tipo Piemonte nelle rivoluzioni passive, cioè il fatto che uno Stato si sostituisca ai gruppi sociali locali nel dirigere la lotta di rinnovamento. È uno dei casi in cui si ha la funzione di dominio e non di dirigenza di questi gruppi: dittatura senza egemonia».. E dunque per Gramsci il concetto di egemonia si distingue da quello di dittatura: questa è solo dominio, quella è capacità di direzione.
Le classi subalterne Il problema è ora di comprendere come possa il proletariato - o in generale una classe dominata, subalterna - riuscire a divenire classe dirigente e a esercitare il potere politico, divenendo classe egemone.
Le classi subalterne - sottoproletariato, proletariato urbano, rurale e anche parte della piccola borghesia - non sono unificate e la loro unificazione avviene solo quando "divengono Stato", quando giungono a dirigere lo Stato, altrimenti svolgono una funzione discontinua e disgregata nella storia della società civile dei singoli Stati. La loro tendenza all'unificazione «è continuamente spezzata dall'iniziativa dei gruppi dominanti» dei quali esse «subiscono sempre l'iniziativa, anche quando si ribellano e insorgono».
L'egemonia, come detto, viene esercitata unificando un «blocco sociale», un'alleanza politica di un insieme di classi sociali diverse, formato, in Italia, da industriali, proprietari terrieri, classi medie, parte della piccola borghesia - che di per sé non è dunque omogeneo, essendo comunque attraversato da interessi divergenti - mediante una politica, una cultura e un'ideologia o un sistema di ideologie, che impediscano che quei contrasti di interessi, permanenti anche quando siano latenti, esplodano, provocando dapprima la crisi dell'ideologia dominante, e poi una conseguente crisi politica dell'intero sistema di potere.