Il Senato del Regno fu la camera alta del Parlamento del Regno d'Italia; i suoi membri non venivano eletti, lo diventavano di diritto o per nomina regia e restavano in carica a vita.

I Senatori di diritto erano rappresentati dai Principi di Casa Savoia, i senatori di nomina venivano scelti sulla base di un elenco di specifiche categorie statutarie che esprimevano i ceti eminenti della società; originariamente, per circa i due terzi provenivano dall'alta burocrazia statale.

Storia

Il Senato nell'Italia appena unita ​Il Senato del Regno nacque nel 1861 come diretta evoluzione del Senato Subalpino del Regno di Sardegna. Dal punto di vista storico-costituzionale, questa istituzione si inseriva perfettamente nella cornice dello stato liberal-borghese dell'epoca, un modello statuale fondato su una base sociale molto ristretta che, attraverso il meccanismo del suffragio censitario, si risolveva di fatto nella rappresentanza esclusiva della classe borghese.

Tra il gennaio 1860 e il febbraio 1861, il terzo governo Cavour effettuò nove imponenti "infornate" di nomine, aggiungendo 128 nuovi senatori ai 91 già presenti. L'ingresso progressivo dei nuovi membri seguì l'ordine cronologico delle annessioni territoriali (Lombardia, Emilia, Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Napoli e Sicilia), rispondendo a due precisi obiettivi strategici: legittimare l'espansione del Regno di fronte alle potenze straniere e neutralizzare le pressioni dei movimenti democratici che chiedevano un'Assemblea costituente. La prima seduta dell'VIII legislatura - la prima del Regno d'Italia - si tenne così il 18 febbraio 1861 a Palazzo Carignano, sede della Camera dei deputati.

Trasferimenti della Capitale Nel corso dei suoi primi decenni di vita, il Senato seguì i trasferimenti della capitale d'Italia. La prima sede fu il Salone degli Svizzeri a Palazzo Madama di Torino. In attuazione della Convenzione di settembre (1864), la Capitale fu spostata a Firenze. La scelta dell'edificio che doveva ospitare il Senato cadde sul Teatro Mediceo all'interno della Galleria degli Uffizi, il che comportò la controversa distruzione dello storico teatro del Buontalenti. Con l'approdo definitivo a Roma, una commissione parlamentare scelse Palazzo Madama rispetto ad altre sedi candidate. L'aula, realizzata nel cortile su progetto dell'ingegner Luigi Gabet, ospitò la sua prima seduta il 28 novembre 1871.

Negli anni che seguirono, i governi continuarono ad assicurarsi l'appoggio della Camera alta ricorrendo al sistema delle "infornate" periodiche, che risultarono particolarmente rilevanti nel 1890 e nel 1929. ​Nonostante i dibattiti emersi dopo la riforma elettorale del 1882 e l'ascesa della Sinistra nel 1876, il Senato non fu mai interessato da riforme strutturali. Questa rigidità strutturale era tipica della dottrina continentale post-rivoluzionaria, che era fortemente ostile alle formazioni sociali e rifiutava qualsiasi frazionamento pluralistico o territoriale della rappresentanza istituzionale, temendo che potesse paralizzare l'espressione di una volontà nazionale unitaria.

Il periodo fascista L'approdo del Senato in questo periodo storico si inserisce nella più ampia crisi dello stato liberal-borghese iniziata nel secondo decennio del '900, innescata dall'ingresso delle masse popolari nella società politicamente attiva e dalla conseguente pressione di nuovi e contrastanti gruppi di interesse. Nel generale tentativo del regime fascista di attuare un'unità politica forte sopprimendo le divisioni interne allo Stato moderno, il corpo senatoriale fu soggetto a una progressiva fascistizzazione ma l'organo non venne sostanzialmente riformato. Venne istituita l'Unione fascista del Senato e, nel 1939, vi fu una massiccia immissione di oltre duecento nuovi senatori e l'introduzione di un nuovo regolamento in concomitanza della sostituzione della Camera dei deputati con la Camera dei fasci e delle corporazioni.

Aldo Pezzana, presidente onorario del Consiglio di Stato, così riassunse la posizione del Senato sotto il regime: «in tutto il ventennio il Senato fu un santuario che il regime rispettò sempre» tanto che «la dignità senatoria non venne colpita dalle leggi razziali, sicché la decina di senatori israeliti allora in carica rimase al suo posto».

Proprio grazie al carattere vitalizio della carica, il Senato non fu mai del tutto assorbito nel sistema fascista e mantenne al proprio interno autorevoli voci di dissenso (tra cui Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Luigi Albertini, Francesco Ruffini, Alessandro Casati e Alberto Bergamini). Ciò portò il regime a emarginarlo progressivamente dalla vita politica, tanto che l'ultima seduta pubblica si svolse il 17 maggio 1940. Alla caduta del fascismo, la presidenza fu affidata all'ammiraglio Paolo Thaon di Revel.

Transizione verso la Repubblica Tra il 1944 e il 1946, sotto la presidenza di Pietro Tomasi della Torretta, l'istituzione visse la sua fase finale. Nell'agosto 1944 ben 302 senatori furono deferiti all'Alta corte di giustizia per le sanzioni contro il fascismo e, a novembre, 258 vennero dichiarati decaduti (sebbene 32 furono in seguito reintegrati).

A seguito del referendum istituzionale del 2 giugno 1946, il Senato del Regno cessò le sue funzioni il 25 giugno 1946, per essere poi formalmente soppresso il 7 novembre 1947. L'eredità passò al Senato della Repubblica (in funzione dall'8 maggio 1948) che, però, superò definitivamente il vecchio modello costituzionale trasformandosi in un organo elettivo a suffragio universale e diretto, in linea con le moderne democrazie rappresentative. Come forma di continuità storica, in virtù della III disposizione transitoria della Costituzione, gli ex senatori del Regno non decaduti divennero componenti di diritto della I legislatura repubblicana.

Struttura e funzioni

Struttura Per gran parte della sua storia, l'organizzazione interna si è basata sul sistema degli "Uffici" di derivazione francese. Questi erano cinque gruppi temporanei formati mediante sorteggio tra tutti i senatori all'inizio di ogni sessione e dotati di competenza generale su ogni progetto di legge. Agli Uffici si affiancavano alcune Commissioni permanenti (come quella alle Finanze e, dal 1920, agli Esteri) e Commissioni speciali istituite per l'esame di testi molto complessi come i codici.

Funzioni Le attribuzioni legislative del Senato non differivano formalmente da quelle della Camera dei deputati. La sua attività legislativa fu storicamente ostacolata da lunghi periodi di inattività; ciò era dovuto a un'interpretazione estensiva dell'articolo 10 dello Statuto Albertino, per il quale le leggi relative all'imposizione di tributi, all'approvazione dei bilanci e, in generale, tutte quelle che comportavano nuove spese, dovevano essere esaminate prioritariamente dalla Camera dei deputati. Il controllo politico sull'operato del governo veniva esercitato tramite la discussione di interpellanze e petizioni. Nel corso del tempo gli strumenti di sindacato ispettivo furono ampliati con l'introduzione delle interrogazioni orali e scritte (1917) e delle mozioni (1920).

L'articolo 36 dello Statuto prevedeva che il Senato si costituisse, con decreto del Re, in Alta corte di giustizia per giudicare i crimini di alto tradimento, gli attentati alla sicurezza dello Stato, nonché i Ministri accusati dalla Camera dei Deputati. In tali casi l'assemblea cessava di configurarsi come organo politico per operare in veste puramente giurisdizionale. Il primo e più famoso caso fu il processo nei confronti dell'ammiraglio Carlo Pellion di Persano, a seguito della sconfitta nella Battaglia di Lissa. Sulla carta, lo Statuto Albertino istituiva una monarchia costituzionale pura in cui il Governo era nominato dal Re e rispondeva unicamente a lui. Tuttavia, fin da subito il Governo fu indotto a cercare il sostegno politico della Camera dei deputati per restare in carica. Viceversa, si consolidò la consuetudine costituzionale per cui un voto contrario del Senato non comportava le dimissioni automatiche dell'esecutivo (secondo il principio per cui "il Senato non fa crisi").

Con l'avvento del regime fascista (regolamento del 1938), la struttura fu stravolta in senso autoritario. Il Presidente divenne il vero dominus dell'Assemblea, accentrando il potere di nominare le Commissioni e i segretari. Le funzioni ispettive subirono enormi limitazioni (soppressione di interpellanze e mozioni) e le proposte di legge dei senatori dovettero essere preventivamente autorizzate dal Capo del Governo.

Effettiva rilevanza del Senato ​Il Senato mantenne sempre una posizione di debolezza all'interno degli equilibri istituzionali. Il suo contributo alla discussione e all'elaborazione delle leggi si rivelò piuttosto modesto, rendendo molto limitata la rilevanza di quella che in teoria doveva essere la "Camera dei migliori". Questa scarsa incisività era ben nota sia ai costituzionalisti sia agli stessi senatori, tanto che nel 1870 Stefano Jacini, neonominato senatore, ammise apertamente che il reale potere di determinare l'indirizzo politico, nonché di fare e disfare leggi e governi, risiedeva esclusivamente nella Camera dei deputati. L'impotenza del Senato derivò non dai limiti giuridici o dalla mancanza di legittimazione democratica, bensì in gran parte dalla scarsa volontà dei suoi stessi membri di partecipare attivamente alle battaglie politiche: la stragrande maggioranza dei senatori, infatti, considerava la propria nomina (il "laticlavio") più come un'onorificenza e uno status symbol che come un reale incarico politico.

Tipologie di Senatori

Senatori di diritto Come previsto dall'articolo 34 dello Statuto albertino, erano membri di diritto i principi maschi della famiglia reale. Non era previsto alcun limite al grado di parentela con il re; si ebbe il caso di settimo grado di parentela tra l'allora re Vittorio Emanuele II ed Eugenio Emanuele, principe di Carignano.

Nella genealogia seguente sono evidenziati in azzurro i principi di casa Savoia che furono senatori del Regno d'Italia. È indicato il periodo di appartenenza a partire dal giuramento, considerando il 1947 come data di soppressione.

Nello statuto era previsto un requisito relativo all'età: divenivano senatori al compimento del ventunesimo anno e conseguivano il diritto di voto al compimento del venticinquesimo.

La carica veniva meno solo in caso di salita al trono (Umberto I, Vittorio Emanuele III, Umberto II) o per perdita della nazionalità italiana. Fu questo il caso di Amedeo, duca d'Aosta, che fu cancellato dall'elenco dei senatori quando divenne re di Spagna nel 1870, per poi essere reinserito nel 1873 dopo aver abdicato e recuperato la cittadinanza italiana.

Senatori di nomina regia Lo Statuto prevedeva un Senato con membri nominato dal Re non per contrapporre il popolo (idealmente rappresentato dalla Camera dei deputati, elettiva) a un'élite di merito, ma per riflettere un diverso assetto della società pre-moderna. La scelta fu fatta tenendo conto del Palamento inglese, fondato sui centri di potere reale: i feudatari da un lato (Lords) e le realtà territoriali autonome dall'altro (Commons, borghi, contee e università). Col tempo, persa la memoria di questa distinzione storica, si diffuse l'idea che il Senato raccogliesse l'élite intellettuale e morale del Paese (àristoi), custode della memoria e della stabilità della nazione, mentre la Camera dei deputati rappresentasse il "popolo". La nomina a Senatore del Regno da parte del regnante era a vita e garantiva privilegi leggermente superiori a quelli garantiti dall'elezione a deputato, tra i quali la giurisdizione penale del foro speciale rappresentato dagli stessi colleghi riuniti in Alta Corte di Giustizia. Poiché il numero di Senatori non era limitato, col tempo le nomine regie vennero spesso suggerite dai Presidenti del Consiglio, principalmente tramite «infornate» (cioè nomine di vari nuovi Senatori) al fine di ottenere votazioni favorevoli per le proprie leggi.