La lingua etrusca, conosciuta anche, più semplicemente, come etrusco, è una lingua antica estinta, appartenente alla famiglia linguistica delle lingue tirreniche, parlata dal popolo degli Etruschi e attestata durante l'età del ferro. Era diffusa in diverse zone dell'Italia antica ma principalmente nell'Etruria propriamente detta, regione che comprende le odierne regioni Toscana, Umbria occidentale e Lazio settentrionale; altre aree interessate erano la Corsica, l'Etruria padana e campana, oltre ad alcune ridotte nicchie create dall'espansione e dal contatto culturale e commerciale degli Etruschi.
La lingua scritta adottò l'alfabeto euboico di CalcideEnrico Benelli, Formazione delle scritture alfabetiche in Italia centrale. Riflessioni sul caso dell’etrusco e alfabeti connessi, pag. 104 probabilmente a Pithecusa nell'VIII secolo a.C., sull'isola d'Ischia, o a Cuma.
Origini e storia
La lingua etrusca è attestata da circa iscrizioni (di cui sono considerabili testi.), datate tra l'VIII e il I secolo a.C., rinvenute tra Lazio (Roma, Satricum, Praeneste), Toscana, Umbria occidentale, parte della pianura padana, in particolare il Veneto (Adria), l'Emilia-Romagna (Felsina–Bologna, Spina, Marzabotto) e Mantova, e alcune aree della Campania attorno a Capua e a Pontecagnano, a Nola e a Suessula. Iscrizioni etrusche sono state ritrovate anche a Genova, a Busca e Mombasiglio in provincia di Cuneo, a Lattes e Pech Maho in Francia, ad Aleria in Corsica, e, risalenti al I secolo a.C., a Uadi Milian, in Tunisia.
L'etrusco è considerato una lingua preindoeuropeaMassimo Pallottino, La langue étrusque Problèmes et perspectives, 1978; Mauro Cristofani, Introduzione allo studio dell'etrusco, Leo S. Olschki, 1991; Romolo A. Staccioli, Il «mistero» della lingua etrusca, Newton & Compton editori, Roma, 1977 e paleoeuropea, tuttavia il rapporto dell'etrusco con le lingue indoeuropee, così come affermato da Massimo Pallottino, è complesso e indiscutibile.Massimo Pallottino, Etruscologia, settima edizione, Hoepli, Milano 1984, p. 501. Il linguista italiano Giacomo Devoto sostenne per la lingua etrusca la definizione di peri-indoeuropea,Giacomo Devoto, Pelasgo e peri-indeuropeo (1943) in Studi etruschi, Firenze, Olschki, 1971. perché l'etrusco presenta caratteri ibridi indoeuropei e non indoeuropei ("anindoeuropei" e "anindoarii").
Alcuni studiosi, tra cui il linguista tedesco Helmut Rix, collegano l'etrusco alla lingua retica, parlata dai Reti nell'area alpina almeno fino al I secolo a.C., teorizzando l'esistenza di una famiglia linguistica tirrenica.Helmut Rix, Rätisch und Etruskisch, Innsbruck 1998, 67pp. Sulla scia di Rix, successivi studi di Stefan Schumacher,Schumacher, Stefan (1994), Studi Etruschi, in Neufunde ‘raetischer’ Inschriften, Vol. 59, pp. 307-320 (ted)Schumacher, Stefan (1994), Neue ‘raetische’ Inschriften aus dem Vinschgau, in Der Schlern, Vol. 68, pp. 295-298 (ted) Norbert Oettinger,Norbert Oettinger, Seevölker und Etrusker, 2010. Carlo De Simone e Simona MarchesiniCarlo de Simone, Simona Marchesini (a cura di), La lamina di Demlfeld [= Mediterranea. Quaderni annuali dell'Istituto di Studi sulle Civiltà italiche e del Mediterraneo antico del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Supplemento 8], Pisa–Roma, 2013. hanno ipotizzato che retico ed etrusco discendano da un "tirrenico comune", che non appartiene alla famiglia indoeuropea e dal quale si sarebbero divisi in tempi remoti, in un periodo della preistoria antecedente all'età del Bronzo.
Anche la lingua attestata nelle iscrizioni reperite sull'isola egea di Lemno farebbe parte della stessa famiglia linguistica tirrenica, ma con un tempo di separazione tra lingua etrusca e lingua lemnia di molto successivo a quello tra lingua etrusca e lingua retica. Ciò sarebbe compatibile con l'ipotesi che la lingua lemnia sia riconducibile a un'espansione protostorica di Etruschi da occidente, come già sostenuto da Carlo De Simone, che vede nel lemnio la testimonianza di un insediamento piratesco etrusco nell'isola, situata nella parte settentrionale del mar Egeo, avvenuto prima del 700 a.C.,Carlo de Simone, La nuova Iscrizione ‘Tirsenica’ di Lemnos (Efestia, teatro): considerazioni generali, in Rasenna: Journal of the Center for Etruscan Studies, pp. 1-34 mentre alcuni linguisti avevano precedentemente ipotizzato che il lemnio appartenesse a un sostrato preistorico egeo o paragreco esteso dall'Asia Minore alla penisola balcanica, alla Grecia e all'Italia.Heiner Eichner, Neues zur Sprache der Stele von Lemnos (Erste Teil), in Journal of Language Relationship 7 pp. 9-32 (ted), 2012.
In precedenza, linguisti come Francisco Rodríguez Adrados consideravano l'etrusco almeno in parte derivato dalle lingue indoeuropee, in particolare da quelle indoeuropee dell'Anatolia, come il luvio,Si veda anche l'analogo problema del tartessico e l'ipotesi di Wikander. mentre Paul Kretschmer lo considerava protoindoeuropeo e perciò risalente alle primissime fasi dell'indoeuropeo comune. Per quanto sia verosimile che gli elementi indoeuropei nella lingua etrusca siano dovuti essenzialmente a contatti areali, di substrato o adstrato, di epoca preistorica e protostorica, e a successivi contatti con le lingue italiche, in particolare il latino e l'umbro e in seguito con il greco antico, l'ipotesi di una filiazione, cioè di un rapporto genetico, dell'etrusco dall'indoeuropeo, incluse le lingue anatoliche, non trova oggi più consenso accademico.
A partire dal I secolo a.C., il latino sostituì gradualmente ma completamente l'etrusco, facendo sì che solo alcuni documenti e prestiti linguistici penetrassero nella lingua di Roma. Tra questi si possono annoverare, per esempio, il lessema persona (dall'etrusco φersu), e numerosi nomi geografici, tra cui i poleonimi Tarquinia, Volterra, Perugia, Mantova, Modena, forse Parma, e molti toponimi che terminano col suffisso, tipicamente etrusco, "-ena/-enna", come Cesena, Bolsena, Siena, Chiavenna, Ravenna.
Testimonianze di una lingua affine nelle Alpi e Prealpi
La scrittura retica, le cui prime attestazioni appartengono al VI secolo a.C., è testimoniata da circa 280 iscrizioni testuali su 230 oggetti. Le iscrizioni retiche sono state trovate in un'area che comprende, in Italia, il Trentino, l'Alto-Adige e parte del Veneto settentrionale e occidentale, in Austria il Tirolo settentrionale, e la bassa Valle Engadina nel Canton Grigioni in Svizzera.
Tre autori antichi, Tito Livio, Pompeo Trogo e Plinio il Vecchio, ci tramandano nelle loro opere il collegamento dei Reti con gli Etruschi. Secondo lo storico latino Tito Livio, i Reti discendono dagli Etruschi, ritirati sull'arco alpino a seguito delle invasioni celtiche nel Nord Italia, e quindi inselvatichitisi per l'ambiente ostile e selvaggio, lontano dalla civiltà, mentre Trogo sostiene che gli Etruschi occuparono le regioni alpine avendo perduto le sedi originarie. Lo storico latino Plinio il Vecchio, aggiungendo alcuni dettagli, fa derivare il nome Reti da un certo re eponimo Reto, comandante delle popolazioni etrusche che, stanziate nell'area padana, furono costrette a riparare sui monti alpini dall'arrivo dei Galli.
Tra le prime iscrizioni trovate in lingua retica vi è la situla della Val di Cembra del IV secolo a.C., anche conosciuta come Situla Giovanelli, scoperta nel 1828 da Simone Nicolodi sul Doss Caslir di Cembra, comprata dall'allora sindaco di Trento Benedetto Giovanelli e oggi custodita al museo provinciale del Castello del Buonconsiglio. La situla, interamente in bronzo, era verosimilmente un recipiente che conteneva il vino da offrire agli dèi durante le cerimonie religiose, dunque aveva una funzione libatoria. L'iscrizione a carattere votivo è composta da cinque parole incise con alfabeto simile a quello etrusco e la lingua usata è classificata come retico centrale. Un'altra iscrizione, scoperta nel 1845 dallo stesso Giovannelli, si trova sulla Situla di Matrei, così chiamata dal nome della località di Matrei am Brenner, nel Tirolo austriaco, dove è stata ritrovata, appartenente al periodo compreso tra V e IV secolo a.C., e che rimarrà per più di un secolo l'iscrizione retica più a nord mai rinvenuta.
Di un collegamento linguistico tra retico ed etrusco parlerà proprio Giovanelli nel suo Dei Rezj. Dell'origini de' popoli d'Italia e d'una iscrizione rezio-etrusca, pubblicato a Trento nel 1844. Ma Giovanelli ribalterà la visione tradizionale tramandata dagli autori classici di lingua latina, sostenendo che furono gli Etruschi a migrare nel Centro Italia da nord, dai territori alpini dei Reti, e che quindi erano gli Etruschi a discendere dai Reti, e non viceversa.
In sintonia con Giovanelli si trovarono anche alcuni autorevoli archeologi e storici dell'Ottocento, come Barthold Georg Niebuhr, Karl Otfried Müller, Theodor Mommsen, Wolfgang Helbig, Gaetano De Sanctis e Luigi Pareti, che ritennero che gli Etruschi fossero originari delle Alpi e discendenti dai Reti.
Testimonianze di una lingua affine nel Mar Egeo
Nel 1884 i ricercatori francesi Georges Cousin e Félix Durrbach scoprirono nell'isola greca di Lemno, presso il villaggio di Kaminia, una stele reimpiegata in una chiesetta bizantina. Il monumento, datato alla seconda metà del VI secolo a.C., reca la raffigurazione di un guerriero armato di lancia e scudo e un'iscrizione in una lingua anellenica, la cui struttura tipologica e alcuni elementi lessicali appaiono affini all'etrusco. L'iscrizione, nota come stele di Lemno o stele di Kaminia, fu pubblicata per la prima volta dagli stessi Cousin e Durrbach nel 1886, e da allora è stata al centro del dibattito sui rapporti fra la lingua di Lemno e l'etrusco; per la trattazione linguistica si rimanda alle voci lingua lemnia e lingue tirseniche.
La scoperta della stele orientò a lungo le ricerche sull'isola. Quando nel 1919 Alessandro Della Seta divenne direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene, rivolse i propri interessi a Lemno nella speranza di recuperare la documentazione materiale che provasse un rapporto fra gli Etruschi d'Italia e i Tirreni dell'isola. Dopo una ricognizione nel 1923, gli scavi sistematici cominciarono nel 1926 nel sito di Efestia, con l'esplorazione delle necropoli, fra cui quella a incinerazione di età sub-geometrica e arcaica. Nel 1930 una campagna affidata a Giacomo Caputo condusse alcuni sondaggi presso Kaminia, nel luogo del ritrovamento della stele, per inserirla in un contesto; vi si rinvenne però soltanto materiale di reimpiego, confermando che la stele era stata trasportata da altrove. La stessa campagna portò alla scoperta dell'insediamento preistorico di Poliochni.
La prova materiale di un legame con l'Italia, che aveva motivato gli scavi, non emerse: gli archeologi rilevarono fin dalle prime scoperte che alla lingua imparentata con l'etrusco non corrispondeva a Lemno una cultura collegabile a quella sviluppatasi in territorio italiano, dando luogo a una lunga divergenza interpretativa fra linguisti e archeologi. La stele non costituisce comunque un caso isolato: iscrizioni nella stessa lingua provengono dall'abitato di Efestia e dal santuario di Chloi, e una dedica votiva è stata rinvenuta a Efestia nel 2009. Dal 2001 la Scuola Archeologica Italiana di Atene, sotto la direzione di Emanuele Greco, ha avviato un nuovo ciclo di scavi e una revisione complessiva dei materiali.