La Repubblica di San Marco fu uno Stato costituito a Venezia il 22 marzo del 1848, durante la prima guerra di indipendenza italiana, a seguito dell'insurrezione della città avvenuta il 17 marzo dello stesso anno, contro il governo austriaco. Ideatore della rivolta e figura chiave della Repubblica fu l'avvocato veneziano Daniele Manin. L'episodio è uno dei più significativi nel contesto dei moti insurrezionali del 1848 che coinvolsero numerose città italiane ed europee. Sopravvisse fino al 22 agosto 1849 quando, dopo una strenua resistenza, la città tornò sotto il dominio asburgico.
Lo scoppio della rivolta e la proclamazione della Repubblica La giornata del 17 marzo 1848 La mattina del 17 marzo, fomentata dalle notizie che giungevano da Vienna su un'insurrezione popolare nella capitale asburgica che aveva costretto il Cancelliere di Stato Metternich a dimettersi,. una grande folla si raccolse in Piazza San Marco chiedendo la liberazione di Daniele Manin, Niccolò Tommaseo, e di altri patrioti arrestati a gennaio in seguito all'inasprimento della repressione austriaca contro i sospetti sovversivi. Il governatore della città, il conte ungherese Aloisio Palffy, preoccupato dalle notizie che giungevano da Vienna e impressionato dall'intensità della manifestazione, ordinò l'immediato rilascio dei detenuti, a seguito della richiesta ufficiale portatagli da Girolamo Capello e Jacopo Visentini. Manin, ancora in parte ignaro dei fatti e delle ragioni per cui era stato liberato, in un discorso improvvisatoAlvise Zorzi, La Repubblica del Leone, Bompiani 2011, p. 583 affermò:
Durante il suo periodo di detenzione Manin, fino a quel momento fermo su posizioni moderate di lotta legale, era infatti giunto alla conclusione che il momento storico richiedesse un'azione insurrezionale come unico modo di garantire la libertà di Venezia.. Questa analisi della situazione non era però condivisa né dal Tommaseo, convinto che una rivoluzione fosse prematura, né dagli altri amici e simpatizzanti di Manin. Il gruppo di persone che si raccoglieva intorno a Manin rappresentava uno dei due principali centri di attività cittadina. L'altro era quello legato alla congregazione municipale presieduta dal podestà Giovanni Correr (1798-1871). Costituita da membri dell'aristocrazia e dell'alta borghesia cittadina, la municipalità era ostile a qualunque soluzione insurrezionale ed era orientata a sfruttare il momento di crisi del governo austriaco per chiedere una costituzione e maggiori libertà..
La giornata proseguì con ulteriori scontri nel pomeriggio tra gruppi di manifestanti e soldati che causarono numerosi feriti..
L'istituzione della guardia civica
La mattina seguente un gruppo di soldati croati. sparò su una folla di dimostranti che si era riunita in piazza San Marco causando la morte di otto persone e nove feriti.Benché non vi siano informazioni precise è possibile dedurre che i manifestanti in piazza San Marco fossero prevalentemente studenti e membri della classe lavoratrice. Cfr.
A questo punto Manin apparve come la principale figura politica di riferimento a cui il governatore Palffy si rivolse per chiedere consiglio sul modo in cui garantire il mantenimento dell'ordine pubblico. Una delegazione guidata da Manin si recò dal governatore per chiedere l'immediata istituzione di una guardia civica, ossia di gruppi di cittadini armati da impiegare nel mantenimento dell'ordine pubblico.. Palffy però rifiutò tale proposta che avrebbe consentito la formazione di bande di veneziani armati su cui non avrebbe avuto controllo.Acconsenti però che l'avvocato Pietro Fabris e il nobile Nicolò Morosini, due membri della delegazione che aveva accompagnato Manin al palazzo del governatore, si recassero immediatamente a Verona dal viceré Giuseppe Ranieri per chiedere il consenso per l'istituzione della guardia civica. La mattina del 19, attraverso l'emanazione di un decreto, il viceré diede il suo consenso, ma a quel punto a Venezia la guardia era già stata istituita. Manin si rivolse allora alla municipalità che esercitò anch'essa pressioni sul governatore, preoccupata che la situazione in città potesse precipitare. Persino il patriarca di Venezia, il cardinale Jacopo Monico, forte sostenitore della casa d'Asburgo, appoggiò la proposta.. Sotto queste pressioni Palffy, il pomeriggio del 18 marzo, acconsentì alla fine che duecento cittadini fossero armati nei due giorni seguenti e si mettessero al servizio del Municipio per il mantenimento dell'ordine pubblico. Si trattò di una fondamentale vittoria per Manin. Questi non vedeva nella guardia civica solo un'arma di difesa dell'ordine sociale contro eventuali eccessi "anarchici" delle classi meno abbienti, ma una condizione indispensabile per supportare un'eventuale azione insurrezionale. Confidava infatti, come poi effettivamente avvenne, che la guardia avrebbe appoggiato il suo progetto rivoluzionario e che i soldati italiani in forza all'esercito austriaco avrebbero solidarizzato con esso..
Il progetto insurrezionale di Manin La stessa sera del 18 marzo, da Trieste giunse un proclama da Vienna (che era stato emanato il giorno 15.), in cui si annunciava che in Lombardia e in Veneto sarebbero state concesse una carta costituzionale. e la libertà di stampa. Questa notizia fu accolta con grande giubilo sia da ampi strati della società veneziana, convinti che queste concessioni esaurissero gli obiettivi del movimento italiano, sia dagli austriaci che credettero svanita ogni ipotesi di insurrezione popolare. Il Palffy manifestò la sua soddisfazione per essere il primo governatore costituzionale della città e la sera gli austriaci vennero accolti con gli applausi dal pubblico del teatro La Fenice. Nei tre giorni seguenti, anche a causa della pioggia persistente che scoraggiò ulteriori dimostrazioni di piazza, la situazione sembrò tornare alla normalità e non vi furono eventi significativi.
Malgrado queste concessioni, Manin non intendeva seguire una linea moderata di collaborazione col governo austriaco, persuaso che ogni tentativo di compromesso fosse ormai impraticabile. Egli era convinto peraltro della necessità di prevenire una probabile azione repressiva che gli austriaci avrebbero potuto mettere in atto una volta ripreso il controllo della situazione. Decise quindi di organizzare al più presto un'insurrezione che avesse l'obiettivo di cacciare gli austriaci e di proclamare la repubblica.. A tale scopo aveva preso segretamente contatti con gli operai dell'Arsenale e con alcuni ufficiali della Marina ImperialeIn particolare con il capitano Antonio Paolucci che era stato membro della società segreta dei fratelli Bandiera, la Esperia. Questi sostenne Manin nell'idea che in caso di insurrezione molti marinai e ufficiali avrebbero appoggiato un piano per impadronirsi dell'Arsenale. Cfr. che in gran parte era costituita da italiani. Contando anche sull'appoggio della guardia civica, il piano era di occupare l'Arsenale e costringere gli austriaci, che a Venezia potevano contare su un solo reggimento, ad abbandonare la città.. Era inoltre persuaso che, nonostante l'apparente calma, i veneziani non avessero dimenticato i fatti sanguinosi del giorno 18. Il 21 marzo, inoltre, cominciarono ad arrivare le prime informazioni precise sulla insurrezione di Milano e si diffuse in città la falsa notizia che gli austriaci volessero bombardare Venezia.
La capitolazione austriaca e la proclamazione della Repubblica
La mattina del 22 marzo gli operai dell'Arsenale uccisero a sprangate il conte Giovanni Marinovich, odiato comandante dell'Arsenale. Manin, confortato anche dalle notizie che giungevano da Milano, comprese che era giunto il momento di agire e, tempestivamente, a capo di un gruppo di amici e di molti membri della guardia civica, occupò senza sforzo l'Arsenale..Appena giunto all'Arsenale Manin chiese al viceammiraglio Antonio Stefano Martini, di poter fare ispezionare l'Arsenale, per assicurarsi che le voci sui preparativi per bombardare la città fossero false. Cfr. Nel frattempo all'esterno cominciarono ad affluire soldati del reggimento Wimpffen e fanti della marina. Ma i molti veneti in forza all'esercito austriaco si rifiutarono di aprire il fuoco contro le guardie civiche e si ammutinarono.. Manin costrinse il viceammiraglio Antonio Stefano Martini, ispettore generale dell'Arsenale, a consegnare le chiavi dei depositi di armi. In questo modo gli arsenalotti e molti cittadini accorsi sul luogo furono tempestivamente armati. Frattanto altri gruppi di guardie civiche occuparono la sede della guardia austriaca in piazza San Marco (presidiata da soldati italiani che non opposero resistenza) e l'ingresso del palazzo del governo..
Raggiunti dalle notizie di quanto stava accadendoVerso mezzogiorno fu interrogato l'arsenalotto che aveva colpito a morte Marinovich. Secondo la testimonianza di Leone Pincherle: "[...] entrò nella sala del consiglio l'Arsenalotto che aveva ucciso Marinovich, e fuori di sé, in stato di assoluta ebrezza, si gloriava di quello che aveva fatto, e ricordava a Correr l'amore straordinario che tutti gli Arsenalotti portavano a suo padre. Un'impressione profonda s'impadronì degli astanti." Alle tre del pomeriggio arrivarono al palazzo municipale anche Bartolomeo Benvenuti e Angelo Mengaldo. Il primo portò notizie sulla caduta dell'Arsenale nelle mani di Manin; il secondo, che aveva da poco conferito con Palffy e con Zichy, riferì che questi erano disposti a trovare un compromesso con il Municipio per far cessare la rivolta in città. Cfr. i membri della Municipalità decisero di inviare una delegazione, guidata dall'avvocato Giovanni Francesco Avesani, al palazzo del governatore. Avesani chiese a gran voce che Palffy rimettesse i suoi poteri alla municipalità. Questo allo scopo sia di evitare ulteriori conflitti che avrebbero potuto ulteriormente alimentare la rivoluzione in corso, sia in un estremo tentativo di impedire che Manin proclamasse la Repubblica.. Palffy a questo punto decise di rimettere il potere decisionale nelle mani del governatore militare, il tenente colonnello conte Ferdinánd Zichy, il quale alle ore 18 del 22 marzo firmò la capitolazione che prevedeva che le truppe straniere (circa 3000 uomini) avrebbero abbandonato pacificamente la città, senza dover consegnare le armi, mentre i soldati italiani in forza all'esercito imperiale (all'incirca altri 3000 uomini) sarebbero rimasti.Successivamente Zichy per questo suo atto fu processato e condannato a dieci anni di prigione. Cfr. La flotta navale, le fortezze della laguna, e tutti gli equipaggiamenti militari in esse presenti, restavano nelle mani del città..
Poco primaIntorno alle 16:30. Cfr. Manin aveva tenuto un discorso in piazza San Marco in cui aveva affermato:
Quella stessa sera si insediò un governo provvisorio, composto da soli membri della Municipalità, guidato da Avesani. Da questo governo Manin era stato escluso poiché giudicato su posizioni troppo radicali.. Tuttavia la notizia di tale esclusione causò l'immediata e imponente protesta popolare sicché già il giorno seguente, il 23 marzo,Avesani si dimise la mattina del 23 marzo alle 3:30. Affidò il governo della città ad Angelo Mengaldo che, immediatamente, lo trasferì a Manin. Lo stesso Mengaldo a mezzogiorno proclamò in piazza San Marco ufficialmente Manin presidente della Repubblica e lesse la lista dei membri del nuovo governo Cfr. si ebbe un nuovo governo provvisorio guidato da Manin e così composto: Daniele Manin (Presidente e Affari Esteri); Nicolò Tommaseo (Istruzione e Culto); Jacopo Castelli (Giustizia); Francesco Camerata (Finanze); Francesco Solera (Guerra); Antonio Paulucci (Marina); Pietro Paleocapa (Costruzioni); Leone Pincherle (Commercio); Carlo Trolli (Interno); Angelo Toffoli (Ministro senza portafoglio). Si trattava di un esecutivo di matrice decisamente liberalmoderata, estranea a posizioni mazziniane.