Il Museo nazionale di Capodimonte è un museo di Napoli, ubicato all'interno della reggia omonima, nella località di Capodimonte: ospita gallerie di arte antica, una di arte contemporanea e un appartamento storico.

È stato ufficialmente inaugurato nel 1957, anche se le sale della reggia hanno ospitato opere d'arte già a partire dal 1758. Conserva prevalentemente pitture, distribuite largamente nelle due collezioni principali, ossia quella Farnese, di cui fanno parte alcuni grandi nomi della pittura italiana e internazionale, e quella della Galleria Napoletana, che raccoglie opere provenienti da chiese della città e dei suoi dintorni, trasportate a Capodimonte a scopo cautelativo dalle soppressioni in poi. Importante anche la collezione di arte contemporanea, unica nel suo genere in Italia., in cui spicca Vesuvius di Andy Warhol.

Nel 2024 il museo ha fatto registrare visitatori.

Storia XVIII secolo

Carlo di Borbone, salito al trono di Napoli nel 1734, si pose il problema di fornire una degna sistemazione alle opere d'arte ereditate dalla madre, Elisabetta Farnese., facenti parte della sua collezione familiare, iniziata da papa Paolo III nel XVI secolo e portata avanti dai suoi eredi.. Sparse ancora tra Roma e Parma, alcune opere, in particolare quelle il cui valore superava le spese di trasporto, vennero trasferite nel palazzo Reale di Napoli (tra i maggiori, Raffaello, Annibale Carracci, Correggio, Tiziano e Parmigianino)., dove però mancava una galleria vera e propria: col tempo anche il resto della collezione venne spostata e conservata all'interno dei depositi del palazzo, minacciati nella loro integrità anche da elementi naturali come la vicinanza del mare.. Nel 1738 il re avviò i lavori di costruzione di un palazzo, sulla collina di Capodimonte, da adibire a museo.; al contempo una squadra di esperti definì gli ambienti interni per sistemare la collezione: il progetto prevedeva che le opere fossero ospitate nelle stanze che affacciano verso sud, sul mare. Con una costruzione ancora incompleta, le prime tele furono sistemate nel 1758, in dodici cameroni, divise per artisti e scuole pittoriche: tuttavia non si conosce con esattezza quali opere fossero esposte nel museo, poiché gli annuari dell'epoca sono andati distrutti durante la seconda guerra mondiale. Accanto all'allestimento museale, già dal 1755, venne istituita la Reale Accademia del Nudo, affidata alla direzione del pittore stabiese Giuseppe Bonito..

Nel 1759 venne trasferito il resto della collezione: si trattava dei cartoni preparatori per gli affreschi della cappella Paolina di Michelangelo e quelli per la stanza di Eliodoro in Vaticano di Raffaello., dipinti di Giorgio Vasari, Andrea Mantegna e Masolino da Panicale. Tra i visitatori dell'epoca figuravano Jean-Honoré Fragonard, il marchese de Sade, Joseph Wright of Derby, Antonio Canova, Johann Wolfgang von Goethe e Johann Joachim Winckelmann.. Intorno alla fine degli anni '70, con il trasferimento di altri pezzi della collezione Farnese, il museo arrivava a possedere ventiquattro sale: furono inoltre acquistate nuove pitture, le prime dei pittori meridionalisti, come Polidoro da Caravaggio, Cesare da Sesto, Jusepe de Ribera, Luca Giordano, oltre ai pannelli di Anton Raphael Mengs, Angelika Kauffmann, Élisabeth Vigée-Le Brun e Francesco Liani, mentre nel 1783 è acquistata la collezione del conte Carlo Giuseppe di Firmian, contenente circa ventimila tra incisioni e disegni di artisti come Fra Bartolomeo, Perin del Vaga, Albrecht Dürer e Rembrandt.. Nello stesso periodo venne inaugurato un laboratorio di restauro affidato prima a Clemente Ruta, poi a Federico Andres, su suggerimento del pittore di corte Jakob Philipp Hackert. Con Ferdinando I delle Due Sicilie, nel 1785, venne istituito il Regolamento del Museo di Capodimonte: furono quindi definiti gli orari di apertura, i compiti dei custodi, la responsabilità del consegnatario, l'accesso ai copisti, mentre non venne liberalizzato l'accesso alla popolazione, cosa che invece già avveniva in altre realtà museali borboniche, se non con un permesso rilasciato dalla Segreteria di Stato. Alla fine del XVIII secolo, quando il museo ospitava circa milleottocento dipinti, venne presa la decisione di creare un unico polo museale napoletano: la scelta ricadde sul Palazzo degli Studi, il futuro Museo archeologico nazionale, dove i lavori per la nuova fruizione pubblica erano già iniziati dal 1777 a cura di Ferdinando Fuga, con l'intento di trasportarvi tutta la collezione Farnese e quella Ercolanense, quest'ultima formatasi a seguito dei ritrovamenti archeologici dagli scavi di Pompei, Ercolano e Stabia, oltre a farne sede della biblioteca e dell'accademia..

XIX secolo

Un duro colpo al museo venne inferto nel 1799 con l'arrivo a Napoli dei francesi e la breve istituzione della Repubblica Napoletana: temendo il peggio, l'anno precedente Ferdinando aveva già trasferito a Palermo quattordici capolavori. I soldati francesi depredarono infatti numerose opere: dei millesettecentottantatré dipinti che facevano parte della collezione, di cui trecentoventinove della collezione Farnese e il restante composto da acquisizioni borboniche, trenta furono destinati alla Repubblica, mentre altri trecento vennero venduti, in particolar modo a Roma. Ritornato a Napoli, Ferdinando ordinò a Domenico Venuti di ritrovare le opere depredate: le poche recuperate non tornarono però a Capodimonte, bensì al Palazzo Francavilla., la nuova sede scelta per il museo cittadino.

L'inizio del decennio francese nel 1806 corrispose all'abbandono definitivo del ruolo museale della reggia di Capodimonte a favore di quello abitativo.: tutto venne spostato all'interno del palazzo degli Studi, anche se, per arredare le nuove sale del palazzo, vennero utilizzate pitture provenienti da monasteri soppressi come quello di Santa Caterina a Formiello, Monteoliveto e San Lorenzo., tant'è che Gioacchino Murat ipotizzò la creazione a Capodimonte di una galleria napoletana, con l'intento, come egli stesso dice, di:

Anche con la restaurazione dei Borbone nel 1815, la reggia di Capodimonte continuò a svolgere la sua funzione abitativa: le pareti delle sale vennero adornate con dipinti inviati da giovani artisti napoletani mandati a Roma per studiare a spese della Corona, e che potevano così mostrare i loro progressi.. Nel 1817 arrivò a palazzo la collezione del cardinale Borgia, fortemente voluta da Murat ma con l'acquisto completato da Ferdinando. In questi anni tuttavia non mancarono esempi di dispersione di opere facenti parte del vecchio museo, come quelle donate all'Università degli Studi di Palermo nel 1838 o la vendita della collezione di Leopoldo di Borbone-Due Sicilie, fratello di Francesco I delle Due Sicilie, al genero Enrico d'Orléans, per saldare i debiti di gioco e poi trasferita al castello di Chantilly.

Con l'unità d'Italia e la nomina a direttore della Real Casa di Annibale Sacco, la reggia di Capodimonte, oltre a continuare ad assolvere il suo ruolo di abitazione, tornò nuovamente ad avere, seppure non ufficialmente, una funzione museale. Dopo la cessione di circa novecento pitture, con Sacco e i suoi collaboratori Domenico Morelli e Federico Maldarelli furono trasferite nelle sale del palazzo numerose porcellane e biscuits, sistemate nell'ala nordoccidentale, pitture di fattura napoletana, che in poco più di vent'anni superarono le seicento unità, e oltre cento sculture: tutte le opere sono disposte cronologicamente, secondo i moderni standard museali, nelle sale intorno al cortile settentrionale, creando una sorta di pinacoteca al piano nobile. Nel 1864 venne trasferita la collezione di armi farnesiane e dell'Armeria borbonica; nel 1866 fu il turno del salottino in porcellana dal gusto cineseggiante di Maria Amalia di Sassonia, inizialmente ospitato in un ambiente della reggia di Portici, e nel 1880 sono trasferiti arazzi tessuti dalla Manifattura Reale e animali da presepe di artigianato napoletano.. La reggia di Capodimonte tornò a diventare un centro culturale napoletano tant'è che nel 1877 al suo interno si svolse una festa in occasione dell'Esposizione Nazionale di Belle Arti.

XX e XXI secolo

L'inizio del XX secolo segnò un periodo di stasi nella fase di musealizzazione: il palazzo divenne abitazione fissa della famiglia del duca di Aosta, mentre le collezioni che formeranno il nucleo del futuro museo erano ancora raccolte nel palazzo degli Studi, che con l'Unità d'Italia aveva preso il nome di Museo nazionale. Nonostante l'acquisto di opere di pittori come Masaccio, nel 1901, e Jacopo de' Barbari, tra gli anni venti e trenta, si raggiunge l'apice delle cessioni: queste vennero compiute in parte per soddisfare le richieste avanzate da Parma e Piacenza, come sorta di risarcimento di ciò che aveva preso Carlo di Borbone, sia per arredare sale delle sedi istituzionali dello Stato italiano, come il palazzo del Quirinale, palazzo Montecitorio, palazzo Madama, ambasciate all'estero e università.. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, le collezioni dei musei napoletani furono trasferite, nell'estate del 1940, all'abbazia territoriale della Santissima Trinità di Cava de' Tirreni e, a seguito dell'avanzata dei tedeschi nel 1943, nell'abbazia di Montecassino. Tuttavia le truppe della divisione Goering riuscirono a trafugare pitture di Tiziano, Parmigianino, Sebastiano del Piombo e Filippino Lippi: queste saranno ritrovate alla fine del conflitto in una cava nei pressi di Salisburgo e restituite a Napoli nel 1947..

Nel dopoguerra, cavalcando l'onda di entusiasmo per l'opera di ricostruzione del paese, venne attuato un progetto di sistemazione dei musei napoletani. Bruno Molajoli quindi trasferì definitivamente tutte le pitture presso la reggia di Capodimonte, liberata anche della sua funzione abitativa dopo la partenza dei duchi di Aosta nel 1946. Si esaudiva così la richiesta già espressa diversi anni prima da personalità illustri della cultura italiana, tra cui Benedetto Croce, di dedicare il Museo archeologico nazionale esclusivamente alla collezione di antichità, anche perché quest'ultima aveva acquistato nel corso degli anni sempre più spazio sia dalla galleria che dalla biblioteca, già trasferita al palazzo Reale nel 1925. Con un decreto firmato nel 1949 nacque ufficialmente il Museo nazionale di Capodimonte. I lavori di ristrutturazione degli ambienti della reggia iniziarono nel 1952, grazie al finanziamento della Cassa del Mezzogiorno, e vennero seguiti dallo stesso Molajoli, da Ferdinando Bologna, Raffaello Causa ed Ezio De Felice., che si occupò principalmente del profilo architettonico e dell'allestimento museografico, ammirato per modernità e funzionalità e a lungo preso come modello. Al primo piano furono quindi sistemati i dipinti dell'Ottocento e ricostruiti gli ambienti dell'appartamento reale, oltre ai laboratori per la conservazione e il restauro, mentre al secondo piano venne creata una pinacoteca per i dipinti classici..

Il museo fu ufficialmente inaugurato nel 1957: con un approccio molto moderno, i dipinti erano divisi innanzitutto per collezioni storiche, evidenziandone la diversa storia; seguivano poi un ordine cronologico e per scuole di pittura, con l'aggiunta di disegni e testi esplicativi, oltre a una illuminazione zenitale e con un sistema di filtraggio della luce. Successivamente si arricchì di nuove collezioni: venne donata, nel 1958, la collezione De Ciccio, con le sue numerose arti applicate, e la collezione di Disegni e Stampe, oltre a numerose opere provenienti dalle chiese cittadine, spostate nella reggia di Capodimonte a scopo conservativo.