La valle Padusa (da Padus, nome del Po in latino) fu un esteso sistema di valli che si formò nei secoli VIII-IX sul lato destro del Po di Primaro. Il nome «Padusa» non identifica una singola valle, ma un sistema vallivo, un insieme di aree acquitrinose (spesso connesse tra loro). Esse cambiarono dimensioni e geografia a seconda delle epoche storiche. Si estendevano da Bondeno (FE) fino a Sant'Alberto di Ravenna, lungo un arco di circa 60 km. Le valli furono prosciugate con lavori di bonifica che si protrassero fino al XX secolo. Una carta del 1568 (vedi Galleria d'immagini), conservata negli archivi municipali di Ferrara, cita: Laguna antica del Po nominata Padusa, quale, secondo l'itinerario d'Antonino inferito da Gasparo Sardi, estendevasi da Nonantola sino à Ravenna in longheza di miglia 60 e secondo il Prisciano in larghezza di uno, e più miglia.

La Valle Padusa ha origini e caratteristiche idrografiche diverse dalle Valli di Comacchio. La differenza sostanziale tra Valle Padusa e valli di Comacchio è la seguente: le acque della prima sono dolci, mentre le seconde sono salmastre. Inoltre le Valli di Comacchio non esistettero prima del XV secolo.. Oggi l'habitat dell'antica Padusa sopravvive nelle riserve naturali protette, come le Valli di Campotto (Argenta) e l'oasi di Punte Alberete (situata tra i lidi ravennati di Marina Romea e di Casal Borsetti), una delle ultime foreste planiziali d'Europa, nonché la più estesa d'Italia.

Storia Formazione delle valli Al tempo dei Romani alla destra del Po si estendevano vaste aree boschive. Non esisteva il Po di Primaro: il ramo principale del fiume era quello di Spina, chiamato nelle fonti antiche Eridano. Nella parte terminale del suo corso (ultimi 20-30 km) i boschi erano sostituiti da acquitrini. La centuriazione romana si spinse per decine di km a nord della Via Emilia, fino al limitare delle aree lagunari.. Nell'antichità i fiumi che scendevano dall'Appennino romagnolo avevano un corso rettilineo che puntava in direzione del Po di Spina: il Sillaro, il Santerno-Senio, il Ronco e il Montone. Il Lamone, invece, al tempo dei Romani terminava il suo corso dentro le mura di Ravenna, dove si gettava nel Padenna, ramo meridionale del Po.

Dalla fine del III sec. d.C. fino all'anno Mille l'azione dell'uomo sulle campagne si ridusse drasticamente fino a scomparire e il sistema idrografico fu completamente sconvolto; molti centri abitati vennero abbandonati.. Il Po di Spina si seccò. Nella prima metà dell'VIII secolo si formò un nuovo ramo a sud del Po di Spina, che prese il nome di Po di Primaro. Divenne il ramo principale del fiume insieme con il Po di Volano, con il Primaro prevalente per la maggior portata d'acqua. La formazione del Po di Primaro cambiò la geografia della valle Padana orientale. Nello stesso periodo il territorio subì mutamenti profondi. I fiumi dell'Appennino romagnolo, tutti affluenti dell'Eridano, iniziarono a spagliare le loro acque. Il continuo apporto di detriti argillosi fece alzare il letto di questi fiumi che, in caso di piena, allagarono il territorio circostante creando le aree vallive che conosciamo come Valle Padusa.. Si formò un continuum di specchi d'acqua che si estese dalla bassa modenese e bolognese fino alla zona posta a nord di Ravenna. Dopo il Mille il continuum si spezzò creando cinque valli distinte, separate tra loro da fasce di terra asciutta (a ridosso dei fiumi, che scorrevano su un alveo pensile).. Di esse, la valle Libba, la più ampia della Padusa, si estendeva per 6000 ettari tra il Primaro e il territorio di Alfonsine; la valle Fenaria si estendeva per 3000 ettari alla destra del Santerno.

Alcune valli erano navigabili e permettevano di raggiungere il Mare Adriatico. Nei territori incolti situati immediatamente a sud delle valli si formò una foresta che si estese fino ad arrivare a circa 10 km dalla via Emilia. La foresta coprì un'area dalla forma triangolare, i cui vertici erano massa S. Pauli (insieme di fondi oggi ricompresi nel comune di Massa Lombarda), Granarolo faentino ( nord di Faenza) e le Valli a nord di Ravenna. Ne sono testimonianza i toponimi di San Lorenzo in Selva e di San Bernardino in Selva, a settentrione di Lugo, e della pieve di S. Pietro in Sylvis (che porta tuttora questo nome), vicino a Bagnacavallo. Alcuni storici ritengono che la foresta sia da identificare con la magnum forestum oggetto della donazione, nel 743, del re longobardo Liutprando al vescovo di FaenzaPaola Novara, La Romagna delle pievi, Il Ponte Vecchio, Cesena 2020, pagg. 9-10..

La lunga opera di bonifica

Dal Mille al XV secolo l'impatto dell'uomo sul territorio rimase relativamente limitato; le uniche opere significative e consistenti nel tempo furono quelle promosse dall'Arcivescovo di Ravenna da quattro abbazie: Tre erano benedettine: Nonantola (per la parte confinante con il modenese), Imola (per i fiumi Sillaro, Santerno e Senio) e Pomposa; la quarta era stata fondata a Porto (Ravenna) dai Canonici regolari portuensi, che seguivano la regola agostiniana. I monaci imolesi, inoltre, scavarono un canale di bonifica che solcò la pianura fino a confluire nel Po di Primaro.

Nel XV secolo iniziarono le opere di bonifica da parte della Signoria Estense, che si era insediata a Ferrara. Nel 1460, quando la Bassa Romagna entrò nell'orbita degli Este, il corso del fiume Santerno fu inalveato. Rimase da risolvere il problema dello spagliamento nelle valli a nord di Lugo. Per evitare lo spagliamento, fu modificato il corso del fiume, che fu deviato in località San Lorenzo in Selva e condotto nel Po di Primaro (1534). Successivamente vennero fondati i villaggi di San Bernardino in Selva, Frascata e GioveccaGiovecca venne fondata per ultima, verso la fine del XVII secolo. Vedi A. F. Babini, Dalla Bastia del Zaniolo alla Bastia di Ca’ di Lugo, Lavezzola, Santerno, 1959, p. 376. Secondo l'autore il toponimo deriva chiaramente da una nota via di Ferrara, il Corso della Giovecca..

Nel XVI secolo furono realizzate tre grandi opere di bonifica con il sistema della colmata.: 1531: bonifica Clementina (da papa Clemente VII), con la colmata dello stagno di Palazzolo ed il completo prosciugamento della Valle Bartina; 1578: bonifica Gregoriana (da papa Gregorio XIII). L'area interessata dai primi due interventi raggiunse gli ettari complessivi, sparsi per un terzo attorno alla valle di Mezzano e Sant'Alberto e per due terzi lungo lo spalto orientale del Lamone, fino alle MandrioleLocalità posta 6 km a Est di Sant'Alberto.; 1604: bonifica Maggiore, cosiddetta perché ebbe una portata più ampia di quella, tipicamente locale, delle due precedenti. I due precedenti interventi erano riusciti, ma l'assetto idrografico appena stabilizzato non sarebbe durato a lungo se non fosse stato accompagnato da un intervento complessivo sui fiumi. La bonificazione maggiore fu organizzata in due fasi: irregimentazione dei fiumi che solcavano la pianura (acque alte). Furono innalzati centinaia di km di argini; Senio e Lamone furono portati artificialmente a confluire nel Po di Primaro; realizzazione, a lato dei terreni, degli scoli di drenaggio delle acque basse. Nel 1612 fu realizzato il cavo della Bastia, detto poi anche cavo della Bonificazione, che cambiò corso al canale ZanioloA. F. Babini, Dalla Bastia del Zaniolo alla Bastia di Ca’ di Lugo, Lavezzola, Santerno, 1959, p. 215. Importante canale di scolo delle acque basse, il tracciato dello Zaniolo è il seguente: dal confine sud di Mordano si dirige verso nord; giunto ai confini con il territorio di Massa Lombarda, piega ad ovest verso la Via Selice; la affianca in tutto il suo percorso in direzione nord fino a Conselice; pochi km prima dell'abitato piega a sinistra, passando sotto la carreggiata e prosegue la sua corsa lambendo Lavezzola fino a gettarsi nel Po di Primaro..

L'intervento era oggettivamente difficile per la sua complessità, ma i lavori furono ulteriormente complicati dalla mancata collaborazione delle città di Ferrara e Ravenna. Una città bloccò l'altra per evitare che la rivale traesse troppi vantaggi dalle opere di bonifica. Risultato: l'opera ebbe successo parziale. Tra la fine dei Seicento e il Settecento i fiumi ruppero di nuovo gli argini; la mancanza di un'adeguata rete di scolo nei campi fu causa del periodico ristagno delle acque per alcuni mesi dell'anno. Il fenomeno si ripeté fino alla prima metà del Settecento, quando ripresero i lavori.

Scopo principale del secondo ciclo di interventi fu la bonifica delle Valli a destra del Po di Primaro. Alla metà del secolo tutta l'area a destra del Primaro (che riceveva le acque di Senio e Lamone) era ripetutamente soggetta a inondazioni. La causa principale era il fatto che l'argine destro (lato Ravenna) era più basso di quello sinistro (lato Ferrara), quindi se il fiume era in piena l'acqua inondava sempre la pianura ravennate. Era impensabile bonificare il territorio ravennate senza aver prima innalzato l'arginatura della sponda destra del Primaro. Un altro problema era dato dal Reno, il più importante dei fiumi che si gettavano nell'estesissima rete valliva che andava da Malalbergo fino a Comacchio. Il suo corso nella bassa pianura separava il Ferrarese dal Bolognese e poi (nei suoi ultimi ) il Ferrarese dal Ravennate. Il letto del fiume era troppo stretto per la quantità d'acqua che trasportava, per cui il Reno spagliava frequentemente nelle zone circostanti. Il Reno era il principale tributario della Valle Padusa.

Si pensò più volte di inalvearlo nel Po Grande, oppure nel Po morto di Primaro, dal letto molto più largo. Ciò avrebbe consentito un più rapido deflusso delle acque verso il mare, evitando così lo spagliamento nelle Valli. A causa dei veti reciproci tra le città interessate, l'unica operazione che fu portata a termine nella prima metà del secolo fu la costruzione del Cavo Benedettino, che interessò il solo territorio bolognese. Voluto dal pontefice Benedetto XIV (1740-1758)Benedetto XIV, al secolo Prospero Lambertini, era di famiglia senatoria bolognese e fu anche arcivescovo del capoluogo emiliano., fu realizzato un canale artificiale di collegamento tra Reno e Po di Primaro, lungo . Rimanevano irrisolti i problemi riguardanti il tratto del Po di Primaro tra Ferrarese e Ravennate, lungo ben . In particolare, Ferrara contrastò l'innalzamento dell'arginatura nella parte destra del fiume (quella rivolta verso la Romagna).

Per superare gli egoismi locali fu necessario di nuovo l'intervento diretto del pontefice. Nel 1765 Papa Clemente XIII (successore di Benedetto XIV) approvò l'inalveamento del Reno nel Po morto di Primaro. I lavori, basati sul progetto dell'abate Giovanni Antonio Lecchi, direttore delle opere idrauliche dello Stato Pontificio, iniziarono nel 1767.

Gli obiettivi da raggiungere furono molteplici ed erano tra loro interrelati: immettere le acque dei fiumi appenninici nel Primaro: fino a quel tempo solo il Lamone e il Senio sfociavano nel Primaro; il Sillaro e il Santerno non avevano uno sbocco e spagliavano nelle Valli; convogliare le acque basse in modo che si intersecassero (ma non si mescolassero) con le acque alte, e poi fare confluire anch'esse nel Primaro; evitare il riflusso delle acque dei fiumi (acque alte) nei canali di scolo (acque basse).

Per finanziare i lavori, Clemente XIII approvò la creazione del «Monte sussidio acque», un fondo che venne finanziato con l'imposizione di una tassa ai possessori dei terreni interessati alla bonifica.