L'eurasiatismo — detto anche eurasismo o eurasianesimo (l'ultima forma mutuata dall'aggettivo inglese Eurasian che non trova corrispettivi suffissati allo stesso modo in italiano, dove si ha "eurasiatico" ed "eurasiatista") — è una corrente di pensiero che propugna la presenza preponderante nella cultura europea continentale dei valori spirituali e culturali del mondo asiatico, spesso misticamente esaltatieuraṡismo, Vocabolario on line Treccani..

Nella sua versione russa (in russo: евразийство, evrazijstvo) si sviluppò tra l'emigrazione "bianca" dei russi negli anni venti: essa concerne l'interpretazione della storia russa e le relazioni di civiltà tra la Russia e l'Europa; suoi principali esponenti furono Nikolaj Trubeckoj, Pëtr Nikolaevič Savickij e Georgij Florovskij. Il movimento ha visto una leggera rinascita dopo lo scioglimento dell'Unione Sovietica alla fine del ventesimo secolo ed è rispecchiato da altre visioni geopolitiche, come il turanismo dei popoli turchi e dei gruppi etnici delle lingue uraliche, incentrate sulla discendenza dal nomadismo altaico-mongolo.

Genesi e storia Secolo XIX Il Congresso di Vienna (maggio 1814 - giugno 1815) portò alla restaurazione dell'Antico Regime in Europa a seguito dei cambiamenti promossi dalla Rivoluzione francese, dalle guerre napoleoniche e dal Primo Impero francese. Durante il congresso, Alessandro I di Russia intendeva trasformare l'Europa continentale in una federazione di stati sotto la guida russa e ottenere una maggiore libertà nei mari, ma affrontò una forte opposizione dall'Inghilterra, che vedeva questo come una minaccia alla sua supremazia navale.

La ricaduta culturale di questa posizione geostrategica fu espressa dal precursore dell'eurasiatismo Konstantin Leont'ev, autore di Vizantism i slavjanstvo (1875). In tale opera, Leont'ev sostiene che la civiltà russa è modellata sull'idea-forza di bizantinismo, i cui elementi dominanti sono l'autocrazia ed il cristianesimo ortodosso. Il bizantinismo, così com'è inteso da Leont'ev, è radicalmente opposto al razionalismo di matrice occidentale, ritenuto un influsso nefasto e distruttore tanto per l'Europa stessa quanto per i popoli che vi entrano in contatto: perciò l'invito rivolto alla Russia è quello di unirsi ai popoli asiatici, ancora immuni dal progressismo e dall'imborghesimento.

Secolo XX Il movimento in parte fu debitore nei confronti delle idee slaviste di Konstantin Leont'ev, soprattutto il postulato che la civiltà russa non appartiene alla categoria "europea". Quest'ultimo elemento collega in maniera fondamentale Leont'ev ai tre fondatori dell'eurasiatismo: il linguista Nikolaj Trubeckoj (1890-1938), lo storico Georgij Vernadskij (1887-1973) e l'economista Pëtr Nikolaevič Savickij (1895-1965).

Tutti e tre gli intellettuali esularono dalla Russia a seguito della presa del potere da parte dei bolscevichi e, singolarmente o collegialmente, cominciarono ad interrogarsi sulla storia e la cultura russe, giungendo ad elaborare la dottrina eurasiatista. Per essi la rivoluzione dei bolscevichi di ottobre fu una reazione necessaria alla rapida modernizzazione della società russa; gli eurasiatisti credevano che il regime sovietico fosse in grado di evolversi in un nuovo governo cristiano ortodosso nazionale non europeo, gettando la maschera iniziale dell'internazionalismo proletario e dell'ateismo militante (a cui gli eurasiatisti erano fortemente contrari).

In controtendenza con tutta la storiografia russa ed europea dell'epoca e dei secoli precedenti, questi pensatori affermarono che la dominazione mongola era stata decisiva e positiva per la creazione dell'identità russa. Lo Zar e lo Stato moscoviti sarebbero stati i successori del Khan mongolo e dell'Orda d'Oro, enfatizzando la loro influenza sulla trasformazione della debole e divisa Russia degli appannaggi in una autocrazia potente, disciplinata e monolitica. Istituzioni, norme legali e psicologia della Russia moscovita sarebbero state tutte retaggi di Gengis Khan.N. Riasanovsky, op. cit., p. 85. Secondo Riasanovsky, «le affermazioni di Vernadsky che attribuiscono grande importanza all'influenza mongola, contrapponendo la Russia moscovita a quella di Kiev, sembrano del tutto ingiustificate» (p. 87). Grazie a quell'esperienza, i Russi ed i popoli circostanti si erano trovati uniti in una medesima civiltà eurasiatica. La loro unità culturale doveva rispecchiarsi nell'integrazione politica, precondizione necessaria per resistere all'influsso omologatore occidentale. Questa posizione trovò presto sostenitori tra altri intellettuali russi esuli in Europa - quali il teologo e filosofo Georgij Florovskij (1893-1973) ed il musicologo Pyotr Petrovich Suvchinsky (1892-1985) - ed all'interno della "bianca" comunità di emigranti russi (Nikolai Danilevski): essi postulavano che la civiltà russa non appartiene alle categorie "europea" o "asiatica", ma al concetto geopolitico dell'Eurasia.

Evoluzione Gli esponenti principali degli eurasiatisti erano il principe Nikolai Trubetzkoy, Pëtr Nikolaevič Savickij, P. P. Suvchinsky, D.S. Mirsky, Konstantin Chkheidze, P. Arapov e S. Efron. Georgij Florovsky era inizialmente un sostenitore, ma ha rinunciato all'organizzazione sulla base del fatto che "solleva le domande giuste" ma "presenta le risposte sbagliate". Un'influenza significativa della dottrina eurasiatica si trova nel saggio di Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev "Le fonti e il significato del comunismo russo"

Diverse organizzazioni simili nello spirito agli eurasiatisti sono emerse dalla comunità di emigrati nello stesso periodo, come Smenovekhovtsy e il pro-realista Mladorossi.

Sviluppato originariamente negli anni '20 in opposizione all'URSS, il movimento giunse per lo più a sostenere in parte la Rivoluzione bolscevica, ma non i suoi obiettivi dichiarati di istituire il comunismo, vedendo piuttosto l'Unione Sovietica come un trampolino di lancio sulla strada per creare una nuova identità nazionale che riflettesse il carattere unico della posizione geopolitica della Russia.

Gli eurasiatisti hanno criticato le attività anticomuniste di organizzazioni come l'Unione militare russa, ritenendo che le energie della comunità emigrata si sarebbero concentrate meglio sulla preparazione per questo previsto processo di evoluzione. A loro volta, i loro oppositori tra gli emigranti sostenevano che gli eurasiatisti chiedevano impegno e persino sostegno al regime sovietico, giustificando le loro implacabili politiche (come la persecuzione della Chiesa ortodossa russa) come semplici "problemi di transizione" che erano inevitabili esiti del processo rivoluzionario.

Diversi membri degli eurasiatisti furono colpiti dall'operazione provocatoria sovietica "Trest" ("Operation Trust" in inglese), che organizzò un falso incontro in Russia con la presenza del leader Pëtr Nikolaevič Savickij nel 1926 (una precedente serie di viaggi fu fatta anche due anni prima dal membro P. Arapov). La scoperta di Trest come provocazione sovietica allestita dalla Čeka causò un duro colpo al morale del gruppo e screditò la sua immagine pubblica. Nel 1929, gli eurasiatisti smisero di pubblicare le loro riviste e scomparvero rapidamente dalla comunità dell'emigrazione russa.

"L'ultimo eurasiatista" Così fu ribattezzato, col suo assenso, lo storico ed antropologo russo Lev Gumilëv (1912-1992), figlio dei celebri poeti Nikolaj Nikolaevič Gumilëv e Anna Achmatova. Egli, infatti, pur nel clima sostanzialmente ostile della cultura sovietica (Gumilëv aveva origini aristocratiche, e perciò passò molti anni in carcere o ai lavori forzati), studiò a fondo il contributo delle civiltà turaniche nel quadro della storia russa ed eurasiatica. Sopravvisse di soli pochi mesi alla fine del regime bolscevico (tra l'altro, opponendosi alla dissoluzione dell'Unione Sovietica), ma furono sufficienti per acquisire una grande notorietà per sé e per l'eurasiatismo, fino al punto che oggi in Russia è idea comune, tanto tra la classe intellettuale quanto tra la gente comune, che la loro civiltà non sia né europea né asiatica, ma per l'appunto "eurasiatica".

Lev Gumilëv è spesso citato per la sua frase: "io sono l'ultimo degli eurasiatisti".

Allo stesso tempo, si notarono grandi differenze tra il lavoro di Gumilëv e quello degli eurasiatisti originali. Il lavoro di Gumilëv è controverso per la sua metodologia scientifica (l'uso della sua stessa concezione di etnogenesi e la nozione di "passione" delle etnosi). In ogni caso, il lavoro di Gumilëv è stato fonte di ispirazione per gli autori neo-eurasiatici, il più prolifico dei quali è Aleksandr Dugin.

Il contributo di Gumilev al neo-eurasiatismo sta nelle conclusioni dell'applicazione della sua teoria dell'etnogenesi: che l'occupazione mongola del 1240-1480 d.C. (nota come "giogo mongolo") proteggeva le etnie russe emergenti dal vicino aggressivo dell'Occidente, permettendo loro di guadagnare tempo per raggiungere la maturità. L'idea di eurasiatismo contrasta con il bizantinismo di Konstantin Leont'ev, che è simile nel suo rifiuto dell'Occidente, ma si identifica con l'Impero bizantino, non con la cultura tribale dell'Asia centrale.

Il neo-eurasiatismo russo

Il neo-eurasiatismo (in russo: неоевразийство, neojevrazijstvo) è una scuola di pensiero russa di tipo anti-occidentale, resa popolare in Russia durante gli anni precedenti e successivi al crollo dell'Unione Sovietica, che considera la Russia culturalmente più vicina all'Asia che all'Europa occidentale.

Fine del secolo L'ideologia del movimento fu parzialmente incorporata in un nuovo movimento con lo stesso nome dopo lo scioglimento dell'Unione Sovietica nel 1991, quando il Partito Eurasiatico fu fondato da Aleksandr Dugin, che formulò anche le basi ideologiche dell'eurasiatismo, la "Quarta Teoria politica".

Il filosofo russo Aleksandr Dugin ha recuperato l'eurasiatismo, coniugandolo con lo studio della geopolitica. Da tale commistione è nato il "neo-eurasiatismo": esso sottolinea la necessità dell'integrazione politica e strategica dei paesi postsovietici - l'Eurasia - non più in funzione antieuropea, bensì antistatunitense. Gli USA ed il loro progetto universalista sono infatti la minaccia additata dai neoeurasiatisti, mentre l'Europa (al pari di India, Cina, Giappone e Iran) è un'interlocutrice e potenziale alleata-vassalla in virtù della credenza di avere un comune interesse per un ordine mondiale multipolare, ovviamente a guida moscovita. Questo ideale è di fondo la continuazione dell'ideale imperialista russo, molto apprezzato da partiti nazionalisti di estrema destra e dal nazionalbolscevismo.

La versione di Dugin