Il sito archeologico di Sovana comprende i resti dell'antica Suana, centro etrusco e poi romano e altomedievale corrispondente all'omonimo borgo, frazione del comune di Sorano nella provincia di Grosseto, e le necropoli rupestri che lo circondano. Le testimonianze documentano una frequentazione della zona a partire dal Paleolitico superiore e un insediamento sviluppatosi, con una interruzione nella prima età del ferro, dall'età del bronzo finale fino all'alto medioevo.. La parte più nota del sito è costituita dalle necropoli etrusche di età ellenistica, che si estendono sui poggi tufacei intorno all'abitato e comprendono monumenti rupestri come la tomba Ildebranda, la tomba Pola, la tomba della Sirena e la tomba dei Demoni alati. Parte del territorio del sito ricade all'interno del Parco archeologico Città del Tufo..

Il nome La città è ricordata dalle fonti antiche con il toponimo , riportato da Claudio Tolomeo nella Geografia (3, 1, 43), mentre Plinio il Vecchio tramanda l'etnico Suanenses (Naturalis historia, 3, 8); il toponimo attuale prosegue senza interruzione la forma latina Suana, ed è anche grazie a questa continuità che il borgo non ha mai cessato di essere riconosciuto come erede dell'abitato antico..

Il nome etrusco della città resta invece ignoto. A lungo si è creduto di poterlo ricostruire come *Sveama sulla scorta dell'etnico sveamach, che nel ciclo pittorico della Tomba François di Vulci accompagna Fesna Arcmasnas, uno degli avversari che soccombono ai condottieri vulcenti Caile e Avile Vipinas (CIE 5270): Giovanni Colonna vi aveva riconosciuto il rappresentante di Sovana in uno schieramento di centri dell'Etruria interna ostili a Vulci. Nel 1991 Helmut Rix ha tuttavia riletto il termine come sveitmach: cade così il presupposto dell'equazione con Sovana, e con esso si indebolisce anche la ricostruzione storica che vi si appoggiava..

Storia delle ricerche Che il pianoro avesse ospitato un centro antico era chiaro fin dal Settecento agli eruditi, orientati sia dalla continuità del toponimo sia dalle tre iscrizioni latine, due funerarie e una votiva alle Ninfe, custodite nella piazza del paese e conosciute già in età rinascimentale. Dagli inizi del XIX secolo le necropoli furono oggetto di un'intensa attività di scavo clandestino: nel 1833 il sovanese Francesco Bocci vendette alle gallerie fiorentine un lotto di vasi etruschi e a figure nere di tipo attico-calcidese, mentre già nel 1827 il medico condotto Giovacchino Ficcioli aveva individuato il deposito votivo poi noto come "stipe del Cavone"..

Furono i disegni e i resoconti di viaggio di Samuel James Ainsley, editi nel 1843, a rivelare agli studiosi la necropoli rupestre; sulle sue orme arrivarono George Dennis e, con ricostruzioni grafiche in parte di fantasia, Luigi Canina.; . Tra il 1859 e il 1861 la Società Colombaria di Firenze vi condusse tre campagne di scavo, aprendo, dopo una prima ricognizione complessiva della necropoli, oltre centocinquanta tombe, quasi tutte già violate e registrate in modo sommario; operarono poi a Sovana gli scavatori di professione Boccanera e Casagrande (1893) e soprattutto il pittore orvietano Riccardo Mancinelli, che nel 1895 portò i suoi scavi anche dentro l'abitato, mettendo mano a un edificio antico da cui uscì un cospicuo gruppo di terrecotte architettoniche medioellenistiche.; ; . Agli scavi condotti da Francesco Merlini nel 1901, 1904 e 1912 si deve tra l'altro il rinvenimento, allo sbocco del Cavone, di un'ara con favissa colma di ex voto fittili, in gran parte andati distrutti dopo la scoperta..

Nel 1925 Gino Rosi scoprì e pubblicò la grande tomba rupestre a tempio da lui denominata "Ildebranda" in onore di Ildebrando di Sovana; nel 1929 Ranuccio Bianchi Bandinelli diede alle stampe la monografia che costituisce tuttora il punto di riferimento degli studi sul sito. Dopo una lunga pausa, nuovi scavi interessarono la necropoli negli anni Sessanta a opera dell'Università di Pisa (1962-1964) e nel 1970 con l'esplorazione della tomba della Sirena; una stagione di interventi programmati si aprì poi nel 1980, quando Adriano Maggiani avviò per la Soprintendenza scavi e restauri sia nella necropoli, con il nucleo di tombe a dado sul torrente Folonia, sia nel centro storico (1980-1994).; . Tra il 1989 e il 1999 l'Università degli Studi di Milano, sotto la direzione di Nuccia Negroni Catacchio, ha scavato l'area della cattedrale, documentando l'abitato protostorico e arcaico;. nel 1996-1997, durante i lavori per la realizzazione del parco archeologico, sono state individuate le tombe a camera di San Sebastiano, due delle quali intatte;. nel 2001 un intervento di archeologia preventiva ha interessato l'area "Pyrgos" all'estremità occidentale del pianoro.. Il 2004 è stato un anno di svolta, con la messa in luce della tomba dei Demoni alati presso la tomba Ildebranda e la scoperta del tesoro monetale nella chiesa di San Mamiliano.; .

Le fasi del sito Preistoria e protostoria Le più antiche tracce di presenza umana nella zona risalgono almeno al Paleolitico superiore, e l'età del bronzo è ben documentata: nel Bronzo finale il versante occidentale del colle oggi occupato dal paese ospitava un villaggio di capanne a pianta ovale, uno dei molti abitati che in quel periodo punteggiavano la valle del Fiora. Gli scavi dell'Università di Milano nell'area della cattedrale ne hanno documentato le strutture e la cultura materiale,. mentre materiali della stessa fase sono emersi anche nei saggi del 2001 nell'area Pyrgos.. Nella prima età del ferro il sito appare invece deserto, come gran parte del comprensorio: secondo la lettura di Giovanni Colonna, gli abitati protovillanoviani della valle furono lasciati quando la popolazione confluì nel nascente centro protourbano di Vulci..

Età etrusca Il sito fu rioccupato agli inizi dell'età orientalizzante, alla fine dell'VIII secolo a.C., nell'ambito delle dinamiche di popolamento che facevano capo a Vulci. La posizione era particolarmente favorevole, all'incrocio tra la direttrice nord-sud lungo la valle del Fiora, che collegava Vulci a Orvieto e Chiusi, e quella est-ovest che metteva in comunicazione Vetulonia con l'interno dell'Etruria meridionale e con l'Agro Falisco.; .

Le tombe più antiche sono a fossa scavata nel tufo; a esse seguono, senza soluzione di continuità, tombe a camera con banchine e loculi chiusi da tegole o lastre di tufo, un tipo che, insieme a diversi elementi della produzione ceramica, rivela stretti legami con l'ambiente falisco, accanto ai contatti con la cultura vulcente.; . Che già in età arcaica la città godesse di ampi margini di autonomia da Vulci è stato del resto ipotizzato a partire dalla vecchia lettura di un'iscrizione della Tomba François, oggi in discussione (si veda la sezione Il nome). Alla fine del VI secolo a.C. anche Sovana risentì della crisi generale dei centri della valle, senza però spegnersi: agli inizi del V secolo arrivava ancora in città ceramica attica a figure rosse di buon livello, e verso la metà dello stesso secolo si datano due statue cinerarie di tipo chiusino che la Società Colombaria recuperò intorno al 1860 a Poggio Grezzano, in una camera oggi perduta che aveva il soffitto a cassettoni e le pareti dipinte.; ; .

La ripresa generale del IV secolo a.C. si tradusse anche nella costruzione delle mura, in opera quadrata di tufo: diversi tratti sopravvivono sul versante meridionale, mentre a nord il circuito, che correva arretrato rispetto al ciglio del pianoro, è indiziato dai terrazzamenti individuati presso le scuole elementari. Lo spazio racchiuso sarebbe stato di poco più di 7 ettari, a fronte dei circa 10 offerti dal pianoro.. Dalla prima età ellenistica le necropoli si riempirono di monumenti rupestri: accanto alle tombe a dado, che Maggiani riconduce a modelli «subarchitettonici» come i cippi di Vulci, spiccano le tombe a edicola e a tempio, le cui fronti colonnate vanno da due fino alle sei e alle otto colonne della tomba Ildebranda e della tomba Pola. Il repertorio di questa pseudoarchitettura (colonne tuscaniche, capitelli compositi, fregi dorici e ionici, frontoni a motivi vegetali) guarda secondo lo stesso studioso alla Magna Grecia, e a Taranto in particolare, attraverso il filtro di Vulci. Nella lettura di Maurizio Michelucci le due grandi tombe a tempio, databili a cavallo fra IV e III secolo a.C., rispecchiano il primato di pochi principes culturalmente legati a Vulci; il moltiplicarsi repentino delle assai più sobrie tombe a dado, dopo la fine del primo quarto del III secolo, segnerebbe invece l'ascesa di un ampio ceto intermedio..Per la tipologia e la cronologia delle tombe rupestri sovanesi restano fondamentali gli studi di Adriano Maggiani, che in un contributo del 1994 ha proposto di rialzare leggermente la datazione della tomba Pola. Cfr. .

La guerra che nel 280 a.C. si chiuse con la vittoria di Roma su Vulci, fatale a centri vicini come Saturnia, Ghiaccioforte e Doganella, sembra aver lasciato indenne Sovana, che toccò anzi il suo apice nella seconda metà del III secolo. L'anomalia è stata spiegata, da Colonna e poi da Maggiani, con la nascita di uno «staterello» fedele a Roma e formalmente indipendente, cresciuto forse a danno dell'antico territorio vulcente; nella stessa direzione punta l'onomastica delle famiglie locali, ricavabile dalle molte iscrizioni sulle facciate delle tombe, che si distacca da quella di Vulci e guarda semmai all'Etruria settentrionale e al Viterbese.; . Al III-II secolo a.C. risalgono la maggior parte dei corredi funerari, gli ex voto delle stipi urbane ed extraurbane e alcuni cantieri pubblici di rilievo: oltre all'ampliamento dei terrazzamenti, la pianificazione di un piccolo abitato suburbano sul settore occidentale del pianoro, fatto di case rettangolari in parte incavate nel tufo e affacciate su un ampio spiazzo che doveva accogliere una fontana monumentale.. Al II secolo a.C. appartiene in larga misura il settore di necropoli impiantato secondo un disegno unitario sulla riva meridionale del Folonia; che i traffici fossero ancora attivi nella prima metà del secolo lo mostra un'anfora rodia recuperata in uno dei corredi..

Romanizzazione ed età romana Segnali di difficoltà affiorano tra la fine del II e gli inizi del I secolo a.C., un orizzonte segnato dalla guerra sociale e dalle guerre civili; l'abitato tuttavia non si spense, e nel tardo I secolo a.C. fu anzi teatro di cantieri architettonici di un certo impegno.. Il lento processo di romanizzazione è documentato anche dal più antico testo epigrafico latino di Sovana, inciso su un piatto a vernice nera del I secolo a.C. da una delle tombe di San Sebastiano.. Tra tarda repubblica e primo impero l'altopiano intorno alla città si popolò di grandi ville, fra le quali spicca il complesso riconosciuto non lontano dal corso del Fiora; nel territorio, in località La Biagiola, una villa romana con impianti produttivi si sovrappose a un insediamento etrusco frequentato dal V secolo a.C. Le vicende di età imperiale restano in ombra per mancanza di ricerche mirate, ma i frammenti di sigillata africana raccolti in strati rimescolati dell'abitato provano che nel II-III secolo d.C. la città partecipava ancora ai circuiti commerciali..

Età tardoantica e altomedievale