La basilica di San Domenico è situata a Perugia, ed è uno dei maggiori edifici religiosi della regione.

Nel febbraio del 1961 papa Giovanni XXIII la elevò alla dignità di basilica minore.

Storia e descrizione

La primitiva chiesa di San Domenico, edificata tra il 1235 e il 1260 per impulso del beato Nicola Paglia, provinciale per Roma dell'ordine domenicano, sorgeva nell'area dell'odierno chiostro maggiore, sulla via Regale di porta San Pietro (corso Cavour), diretta a Roma, dove passava il cammino Romeo e Jacobeo, come mostra la conchiglia scolpita nel pozzo antistante la chiesa. La posizione strategica è una testimonianza della vicinanza del potere politico della città all'ordine, al quale il Comune aveva affidato anche la gestione dell'archivio generale. Infatti era individuato come ordine mendicante "ufficiale", a discapito dei francescani, la cui posizione con il loro complesso conventuale di San Francesco al Prato, era decisamente meno favorevole.

La crescente importanza dei domenicani sia nella vita religiosa (fin dalla fine del XIII secolo vi era uno "Studium solenne" di Teologia) che nella politica, portò ben presto alla necessità di realizzare un edificio più grande, sull'area della preesistente pieve di Santo Stefano del Castellare. Chiesa gotica con origini risalenti al V secolo, il cui perimetro corrispondeva all’attuale transetto. La tradizione vuole che la nuova chiesa fosse progettata da Giovanni Pisano, attribuzione confermata da una citazione del Vasari. Sicuramente, essendoci nell’ordine monastico una circolazione internazionale anche di competenze artistiche, hanno collaborato molti architetti domenicani patrocinati dal pontefice Benedetto XI, in quegli anni residente a Perugia. Rilevante fu l’appoggio dei privati cittadini e del Comune, avendo l’ordine assunto un ruolo importante in città, anche dal punto di vista politico.

Fu scelto il prototipo nordeuropeo delle Hallenkirche, che prevede le navate laterali della stessa altezza di quella centrale, con volte a crociera, sorrette da agili dieci pilastri ottagonali in laterizio (che si intravedono in alcune sezioni fatte riemergere dagli attuali pilastri seicenteschi). Era illuminata molto di più di quella attuale, oltre al folgorante finestrone absidale rivolto a est, che nell'antica simbologia cristiana era la rappresentazione della divinità stessa, nella triplice emanazione di luce, calore ed energia; anche da tre rosoni con vetrate policrome e da un secondo ordine di finestre bifore che oggi danno sulle soffitte.

Il campanile

Domina il paesaggio circostante il campanile, edificato tra il 1464 e il 1500 dal lombardo Gasperino di Antonio, era alto ben 126 metri l'attuale altezza è di 60. Presenta due ordini di finestroni gotici, il secondo più leggero del primo. Originariamente erano tutti fregiati da trine marmoree, di cui rimane solo una, ricostruita nel 1949 con i materiali originali. Terminava con un attico fregiato da festoni con statue agli angoli e un’altissima guglia a gattoni che sorreggeva una palla ed una croce. Elementi che furono demoliti ai tempi della costruzione della Rocca Paolina fra il 1540 e il 1543 per ragioni statiche o per togliere l’ostacolo alla visuale dell’artiglieria papalina. La facciata grezza rivela l'impianto gotico umbro, gli agganci in mattoni, prevedevano il rivestimento, ma come in molte chiese perugine non è stato mai portato a termine. Al centro campeggia un elegante portale d'ingresso della fine del XVI secolo e la doppia rampa con balaustra barocca in travertino, realizzata nel 1640 da Girolamo Ciofi. Il campanile è composto da tre campane, una del 1660, fusa da Ieronimus Sanctoni Panensis, un'altra da Giuseppe Filippi e Lorenzo Lera di Lucca nel 1800 e un'altra ancora da ignoto nel 1830. Il terremoto del 1997 ne ha compromesso la sua stabilità e ora le campane da slancio sono passate a fisse.

La testimonianza della sua architettura originaria si può ritrovare in vari dipinti: l'affresco del Bonfigli della cappella dei Priori e le vedute di Gaspar van Wittel (XVIII secolo) entrambi nella Galleria Nazionale dell’Umbria. Grazie anche alle ricostruzioni grafiche, come i disegni dell’architetto Ugo Tarchi (XIX secolo), visibili nel corridoio di accesso alla sacrestia.

Interni

L'originaria veste, definita modello di perfezione estetica, ha resistito due secoli, poi, come per San Francesco al Prato, iniziarono i crolli, nel 1614, avvenne il disastroso crollo delle volte. Dopo vari tentativi di ripristino tra il 1629 e il 1632 fu inviato da Roma l'architetto pontificio Carlo Maderno, che ripeté lo schema architettonico della Basilica di San Pietro, pure sua opera che prevede pilastri ionici abbinati a coppia e una volta a botte scandita da fasce, secondo un'impostazione tardo-manierista, che conferisce un'impostazione classica priva di tensione e movimento. Le navate perimetrali sono state abbassate, così che si sono creati degli spazi vuoti, le attuali soffitte dove si può capire meglio l'originaria struttura.

La basilica attualmente è composta da n. 15 cappelle, le 6 più antiche sono nella crociera, successivamente le mediane risalgono al XV° sec. La costruzione delle ultime sei, poste vicine all'ingresso principale, risale al XVII secolo.

Restano del complesso gotico originario il bel chiostro (1455-1579) dell'ex convento, oggi sede del Museo archeologico nazionale dell'Umbria e dell'Archivio di Stato di Perugia e l'area del presbiterio, che non fu modificata strutturalmente, ma solo nella decorazione, pertanto nel XX secolo furono ripristinate le originarie decorazioni gotiche. Le cappelle del transetto conservano quindi sia nella struttura architettonica, che nelle decorazione ad affresco la testimonianza dell'originaria ricchezza. Più che grandi cicli è presente un'abbondanza di affreschi votivi, dovuta a una numerosa committenza privata, perché San Domenico era scelta principalmente dai ricchi borghesi come luogo di sepoltura. Mentre San Francesco era scelta dai Nobili. La tribuna absidale, stando ai frammenti superstiti, dovrebbe essere stata affrescata con un ciclo di storie mariane da Cola Petruccioli, artista formatosi nel cantiere della cattedrale di Orvieto alla fine del XIV. Di questi dipinti purtroppo sono rimasti solo dei frammenti, e l'autoritratto collocati di recente nel museo adiacente alla sacrestia.

Nell'abside risplende ancora per dimensione e colori la caleidoscopica vetrata risalente al XV secolo, di 23 m di altezza. Nel presbiterio è allocato anche il prezioso coro ligneo realizzato nel 1476 da Crispolto da Bettona, Polimante della Spina e Giovanni Schiavo con intarsi opera di Antonio da Mercatello che li realizzò entro il 1498.

Una lapide davanti all'altare maggiore indica la cripta dove sono sepolti molti membri della famiglia Baglioni signori di Perugia, fino a Malatesta V.

Nel pilastro che separa la cappella di Benedetto XI dall'abside si trova la tomba di Elisabetta Cantucci de Colis; il busto marmoreo di pregevole fattura, fu realizzato nel 1648 da Alessandro Algardi. A sinistra dell'ingresso laterale (ex cappella San Pietro Martire) è il monumento funebre del giurista Guglielmo Pontano, in terracotta, di Vincenzo Danti (XVI secolo): il defunto, in posizione di veglia è posto semisdraiato come nei sarcofagi etruschi.

Tra le numerose opere custodite nella chiesa da segnalare: nella prima cappella a destra dell'abside il Monumento funebre di papa Benedetto XI, morto a Perugia nel 1304, autentico capolavoro della scultura del XIV secolo, fortemente ispirato dall'arte toscana. Non è certo il nome dell’autore, ma lo stile dell'angelo reggi cortina, rimanda al “Maestro sottile” Nicola di Nuto, un collaboratore di Lorenzo Maitani, che ha scolpito alcuni bassorilievi della facciata del Duomo di Orvieto. Per le linee strutturali ricorda il Monumento funebre del cardinale De Braye di Arnolfo di Cambio (1292), nell'omonima chiesa di San Domenico a Orvieto. Come il prototipo non è solo un complesso scultoreo, ma un'architettura in scala ridotta. Anche qui sono presenti i simboli del pellegrinaggio: San Giacomo tra due conchiglie, come nelle storie a lui dedicate nella grande vetrata; nella quarta cappella della navata destra, detta del Voto o di San Lorenzo, è un notevole dossale in pietra e terracotta verniciata realizzata nel 1459 da Agostino di Duccio, che richiama nella struttura architettonica l'Oratorio di San Bernardino. È arricchito da affreschi di Bernardo di Gerolamo Rosselli (1534) e del perugino Domenico Bruschi (1869). All'interno del dossale è inserita la statua della Madonna del Rosario; nella crociera sinistra sotto la grandiosa macchina dorata dell'organo seicentesco, la pala d'altare raffigurante la Pentecoste, opera eseguita nel 1554 da suor Plautilla Nelli, che presenta un'originale iconografia sul tema della discesa dello Spirito Santo, inserendo accanto agli apostoli altre figure femminili. Ai lati si trovano due tele di Antonio Maria Fabrizi realizzate intorno al 1630 e rappresentanti I santi Cecilia e Valeriano a sinistra e Il martirio di Santa Dorotea a destra; vicino all’ingresso principale, nella navata destra, è la cappella della Beata Colomba da Rieti il cui altare conserva una copia del XIX secolo di un dipinto attribuito a Giannicola di Paolo, conservato nella Galleria Nazionale dell'Umbria. Una tavola con lo stesso soggetto, coevo all'originale è nel monastero della beata Colomba, un tempo ubicato in corso Cavour, attualmente in corso Garibaldi. La beata Colomba è conosciuta per aver svolto un'azione pacificatrice tra le famiglie perugine dilaniate da lotte intestine, ha avuto quindi una grande influenza sugli avvenimenti politici della seconda metà del XV secolo; nella terza cappella della navata sinistra si trova il Gonfalone della Beata Colomba, opera attribuita a Giannicola di Paolo eseguita nel 1494 ma la critica più recente, riscontra un linguaggio più arcaico, pertanto riconosce un artista della scuola di Fiorenzo di Lorenzo: Ludovico d'Angelo Mattioli. Il Gonfalone è testimonianza del ruolo politico-religioso della Beata. Il Gonfalone fu da lei voluto allo scopo di riappacificare gli animi e sconfiggere la peste, il flagello visto come punizione divina. Come altri gonfaloni processionali vi è rappresentata Perugia, protetta dalla Madonna e dai Santi, durante la Signoria dei Baglioni. nella quarta cappella della navata sinistra Madonna del Rosario tra i Santi Domenico e Caterina, tela del 1647 di Giovanni Lanfranco; la quinta cappella della navata sinistra, adiacente all’ingresso della sacrestia, è la cappella di Santa Caterina: a pianta quadrata, costituisce la base del campanile. Vi è un ciclo di affreschi, con le storie di Santa Caterina d'Alessandria e San Pietro Martire, attribuito dal Vasari, alla scuola senese di Taddeo di Bartolo (XV secolo); recentemente la critica è più propensa ad attribuirlo a Benedetto di Bindo (1415 circa). Lo stemma nella chiave di volta è quello dei committenti appartenenti all'arte dei bastai (sellai).

Quanto resta del patrimonio in prevalenza è costituito da opere che risalgono al XVII e al XVIII secolo, costituiscono una interessante antologia della pittura umbra del periodo. Sono le opere che i commissari napoleonici e i commissari del demanio tralasciarono, perché in quel tempo predominava una concezione vasariana della Storia dell'arte, che disdegnava cioè l'arte post Michelangelo e Raffaello, soprattutto quella prodotta in provincia. Grazie però a questa concezione, superata dalla critica, possiamo ancora ammirarle nel loro luogo di origine.

Spicca per grandezza, nella parete di controfacciata, un imponente affresco di Antonio Maria Fabrizi, eseguito nel 1644 raffigurante la Vergine col Bambino tra i Santi Domenico, Caterina da Siena, Costanzo ed Ercolano.

Vetrata